L’11 SETTEMBRE DELL’IRAQ e dell'Afghanistan: bilancio di un fallimento e alleanza per i diritti
1 L’11 SETTEMBRE DELL’IRAQ
“Primo: l’invasione dell’Iraq non ha alcun nesso con gli attentati dell’11 settembre 2001. Secondo: dal 2003, anno dell’invasione, l’Iraq vive quotidianamente il suo 11 settembre”. A parlare è Adel Jabbar, sociologo e saggista di origine irachene da tempo residente in Italia dopo essere stato costretto a fuggire dal suo paese durante il regime di Saddam Hussein.“Come è stato dimostrato – aggiunge Jabbar – in Iraq non c’erano armi di distruzione di massa, l’invasione è stata giustificata con alibi dimostratisi falsi. L’Iraq non poteva minacciare nessuno, se non la sua stessa popolazione. L’intenzione era quella di ridisegnare i confini di quella parte del mondo secondo un nuovo ordine”
.Un ‘esperimento’ costato caro.
“E’ vero, il dispotismo di Saddam è finito e questo è un fatto positivo. Io stesso da dissidente ero stato costretto all’esilio. Ma dopo otto anni di violenze, la fine di quella dittatura appare purtroppo una misera consolazione. Il paese è frantumato sul piano politico, culturale e sociale. E’ inquinato da anni di guerre, dall’uso di proiettili all’uranio. Comincia a scarseggiare l’acqua, perché Iran e Turchia hanno approfittato del vuoto di potere costruendo a monte sbarramenti, dighe, deviando corsi d’acqua. Il Tigri e l’Eufrate non sono più gli stessi”.
Sembra l’immagine di un paese alla deriva e privo di autorità.
“Nonostante l’occupazione americana, l’Iraq è ancora nella lista Onu dei paesi che costituiscono una minaccia alla sicurezza internazionale: di fatto un ricatto. Con le sue rimesse petrolifere, continua a pagare un fondo per risarcire il Kuwait e l’Iran delle guerre passate, ha pagato e continua a pagare cittadini americani per danni psicologici subiti durante l’invasione del Kuwait, che intanto sta costruendo un porto proprio all’entrata di Bassora. Una volta realizzato impedirà di fatto l’ingresso nell’unico porto del paese di navi di grande stazza. Il Kuwait già adesso impedisce l’attività dei pescherecci di Bassora”.
Insomma, l’Iraq non riesce a difendere la propria sovranità.
“Da mesi, Turchia e Iran bombardano il Kurdistan, cercando di colpire le basi di gruppi separatisti curdi riparati in Iraq. Questo dimostra due cose: che il governo non è in grado di controllare il proprio territorio e che non è nemmeno nella posizione di alzare la voce contro i paesi vicini. Non ha sicuramente il peso che ha avuto per tutto il Novecento”.
Non negherà però che dalla caduta di Saddam, le condizioni della popolazione non siano migliorate.
“La maggioranza della popolazione vive in un permanente 11 settembre: attentati, rastrellamenti da parte degli americani e dell’esercito, carcere facile, desaparecidos, prigioni segrete dove i detenuti possono stare anni senza formali capi d’accusa. Uno stato di insicurezza generale di cui fanno le spese i civili, gli intellettuali, i giornalisti: con il risultato che non c’è libertà di informazione e non c’è lavoro. L’unica vera occasione che gli iracheni hanno è quella di arruolarsi nella polizia o nell’esercito”.
Una situazione difficile.
“Nelle città mancano l’elettricità e l’acqua potabile, vige il più assoluto nepotismo, c’è un altissimo tasso di corruzione, c’è nei fatti anche l’obbligo di aderire a un partito come avveniva ai tempi del Ba’ath di Saddam. Il confessionalismo da dato di fatto, come era, è diventato dato di violenza, di confronto anche armato, con casi di pulizia confessionale ed etnica”.
In che modo la politica e i dirigenti del paese stanno affrontando tutto questo?
“Tra chi comanda prevale la logica della spartizione, dei personalismi e della rapina delle risorse pubbliche. Si fa fatica a capirne il disegno politico, se ne esiste uno”.
Cosa pensa di questo vento nuovo che spira sulle piazze arabe?
In Tunisia ed Egitto regimi ultradecennali sono stati spazzati via dalla protesta popolare.
Forse, la speranza dell’Iraq viene proprio dal basso. Anche qui, come negli altri paesi arabi, ci sono state manifestazioni, donne scese in piazza che chiedono dei propri familiari in carcere. La gente comincia a ragionare e, soprattutto, lo fa in maniera trasversale e secondo logiche non violente”.
Possiamo fare un parallelo tra quanto avvenuto in Iraq e il conflitto in Libia? Voi avevate Saddam, loro Gheddafi.“
In Iraq c’è stata una differenza fondamentale: l’opposizione non ha avuto alcun ruolo, è stata fagocitata e ha abbracciato in pieno l’intero disegno americano. Oggi, ogni singolo ministero ha un consulente statunitense che conta più del ministro. In Libia c’è stato un riciclaggio di alcuni esponenti del regime, un coinvolgimento di uomini dell’alta finanza vicini ai paesi del Golfo e, di fatto, un coinvolgimento di una base popolare che non ha avuto finora ruoli direttivi. Spero solo che in Libia non accada quanto successo in Iraq dopo la guerra”.[GB]© 2011 MISNA - Missionary International Service News Agency Srl - All Right L’11 SETTEMBRE DELL’IRAQ.
2 VIAGGIO A KABUL, SOGNANDO LA PACE Kabul è in bianco e nero, ma nel cielo i bambini fanno volare i colori dell’arcobaleno” dice alla MISNA don Renato Sacco. Come rappresentante dell’associazione Pax Christi è appena tornato da un viaggio denso di significati, a dieci anni dagli attentati dell’11 settembre e dall’inizio della guerra americana in Afghanistan. L’idea era fare un bilancio, guardando alla storia anche con gli occhi di chi ha pagato in prima persona l’invasione decisa da Washington per le presunte responsabilità dei talebani afgani nelle stragi del 2001. Lo si è fatto per sei giorni, durante gli incontri con i familiari delle vittime del conflitto e con i rappresentanti delle organizzazioni della società civile. Lo si è fatto camminando tra la gente, tra i banchi dei mercati o su strade invase da una pioggia inusuale e dal fango. “I bambini – racconta don Renato – si meravigliavano di vedere un gruppo di stranieri in giro senza una scorta armata; ma poi tornavano a sorridere guidando i loro aquiloni, vietati durante il regime dei talebani”.Insieme con Pax Christi, Tavola della pace e altre organizzazioni italiane, a questo viaggio ha partecipato Paul Arpaia, rappresentante di September 11th Families for Peaceful Tomorrows, una delle associazioni dei familiari delle vittime degli attentati alle Torri gemelle. “Insieme – racconta ora don Renato – abbiamo sentito che servono scelte più difficili e coraggiose della guerra”.Dall’arrivo dei soldati sovietici, nel 1978, non si è mai smesso di combattere. Un’intera generazione è cresciuta conoscendo solo violenza. Dall’invasione dell’ottobre 2001 gli Stati Uniti hanno speso per le operazioni militari 444 miliardi di dollari, circa 315 miliardi di euro. Secondo lo studio di un’università americana pubblicato in questi giorni, le vittime del conflitto sono almeno 33.877, in gran parte civili. L’agosto scorso, con la morte di 67 soldati, è stato il mese peggiore per l’esercito americano.Non sono bastate, spiega alla MISNA chi è tornato dall’Afghanistan, le elezioni “democratiche” che hanno confermato Hamid Karzai alla presidenza e i signori della guerra in parlamento. Nonostante i milioni promessi dai paesi della Nato, presenti in Afghanistan con oltre 150.000 soldati, a Kabul non esiste un sistema fognario. Nei giorni scorsi, con la pioggia, le strade sono diventate torrenti di rifiuti e resti organici. “Solo la presenza dei militari italiani – calcola don Renato – costa ogni giorno due milioni di euro: quante strade di pace si sarebbero potute aprire…”(Dal notiziario MISNA del 6 settembre 2011)VIAGGIO A KABUL, SOGNANDO LA PACE[VG]
3 GLI AMERICANI E LA GUERRA, BILANCIO DI UN FALLIMENTO
Ricorrenza globale, il decimo anniversario degli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono è prima di tutto un evento che coinvolge gli Stati Uniti. È da Washington che padre Aniedi Okure, un missionario nigeriano della famiglia dei Domenicani, ha condiviso alcune riflessioni con la MISNA. Padre Okure, dell’Ordine dei Predicatori, è il nuovo direttore dell’Africa Faith and Justice Network (Afjn), una rete di organizzazioni e missionari che lavora sulle relazioni tra gli Stati Uniti e l’Africa promuovendo i valori di pace e di giustizia.
Siamo a dieci anni dagli attentati, ma anche dalle offensive militari americane, prima in Afghanistan e poi in Iraq. Qual è il bilancio dell’opinione pubblica statunitense su questa strategia?
“Se si tornasse indietro, non credo che si rifarebbe la scelta della guerra. L’opinione pubblica si rende conto che la guerra porta solo guerra, che la violenza conduce a ulteriore violenza. E che queste guerre volute dal nostro governo dell’epoca non hanno servito gli interessi del paese. Partendo dal peso economico: 5000 miliardi di dollari. Circa 6000 soldati statunitensi uccisi, decine di migliaia feriti o affetti da gravi patologie psichiche post-traumatiche, con tutte le loro conseguenze su intere famiglie. L’immagine degli Stati Uniti è stata anche duramente intaccata: una volta il multiculturalismo e la libertà erano la nostra forza, oggi siamo il paese delle paure, delle minacce e degli attacchi preventivi, il paese che tortura i prigionieri, il paese che riduce i diritti civili e che si chiude.
“È ancora forte il peso delle restrizioni legate alla sicurezza? Ma, soprattutto, hanno davvero reso il paese e il mondo più “sicuri”?
“I provvedimenti colpiscono in primo luogo gli stranieri che vorrebbero venire negli Stati Uniti e non lo possono più fare. Come i miei concittadini, i nigeriani. In generale, chiunque sembri diverso, abbia un aspetto un po’ sospetto, viene controllato dalla sicurezza. Se gli Stati Uniti sono più sicuri? Credo di sì, tutti questi provvedimenti hanno avuto un impatto positivo da questo punto di vista. Ma regna una minaccia psicologica costante: si è fatto degli americani un popolo di paurosi. Se il resto del mondo è più sicuro? Non credo. Continuano gli attentati, sono presi di mira anche ‘soft targets’, come gli uffici delle Nazioni Unite pochi solo giorni fa in Nigeria. L’11 settembre fu un atto di vendetta, al quale si è risposto con un altro atto di vendetta. A cosa può portare tutto ciò se non a un circolo di violenza? C’è anche un altro fatto: la politica estera statunitense ha portato fuori dal nostri confini la sua guerra al terrore. Oggi esiste l’Africom, il comando militare che coordina tutte le attività militari in Africa. Ma ci sono anche tutte le agenzie ‘umanitarie’ posizionate in molti paesi sensibili, che puramente umanitarie non sono.
”Come si esce da questo circolo vizioso, la violenza che alimenta la violenza?
Con iniziative che mirano a farci degli amici, anziché dei nemici. Spendendo soldi della guerra per mandare giovani a scuola, creando posti di lavoro, anziché lasciarli cadere nelle mani di gruppi armati o ‘terroristi’. La pace si costruisce con la giustizia, con la pace. Il decimo anniversario deve essere per tutti noi un’occasione per riflettere sugli errori del passato, con la consapevolezza dei danni delle guerre. Dieci ani dopo si deve constatare il fallimento dell’opzione militare. In Afghanistan i talebani non sono stati sconfitti e la democrazia non è ancora in marcia. In Iraq le vittime civili sono innumerevoli così come i profughi, tra cui tanti cristiani.
”I danni di una guerra possono sembrare evidenti. Come si può spiegare allora che alcuni governanti, anche di paesi democratici come la Francia o l’Italia, possano scegliere l’opzione militare per risolvere una crisi, com’è successo in questi mesi in Libia?“
Le potenti lobby della guerra corrono nei corridoi dei governi. Ci sono interessi economici che vanno aldilà di qualsiasi buonsenso. Per logiche economiche si continua a fabbricare ordigni di morte. Occorre mobilitarsi per sensibilizzare i dirigenti, presentare i veri bilanci di un conflitto, quelli umani, quelli delle distruzioni. E costringerli a invertire la rotta. Facciamolo anche in occasione di questo 11 settembre.
4 ALLEANZE PER I DIRITTI: COLLOQUIO CON PAX CHRISTI
Cristiani e musulmani pregavano insieme, uniti dalla voglia di costruire una nuova alleanza, l’unica via per tornare a “una vita civile”. Monsignor Giovanni Giudici, vescovo di Pavia e presidente di Pax Christi Italia, è tornato da un viaggio in Iraq a 10 anni dall’11 settembre. Alla MISNA dice che bisogna ripartire da lì, da quelle preghiere in un paese ancora sotto shock per la guerra, superando l’inganno dello “scontro di civiltà”
.Undici settembre, 10 anni dopo: quale bilancio?
“È importante soffermarsi su questo anniversario e prendere posizione. Anche se ci sono aspetti complessi. Di sicuro come popoli europei siamo stati condizionati dall’avere in un certo senso accettato la tesi dell’amministrazione statunitense dell’epoca e di chi ha partecipato alla guerra in Afghanistan e in Iraq che quel gesto singolo, drammatico e dolorosissimo, potesse costituire il segno di uno scontro di civiltà. Quest’accettazione è uno degli aspetti più dolorosi e fallimentari. Le recenti rivolte nei paesi della sponda sud del Mediterraneo indicano che quella dello scontro di civiltà è una visione molto parziale. Accettarla ha provocato gravi danni a paesi come l’Iraq, dove ho visto la fatica nel tentare di riprendere una vita civile dopo lo shock dell’invasione militare. Per quasi un decennio, purtroppo, si è spostata l’attenzione su una presunta contrapposizione tra islam e cristianesimo, tra mondo occidentale e Medio Oriente”
.L’11 settembre ha aperto una fase di paura. Con la “primavera araba” ne comincia un’altra, segnata dalla speranza?
“La storia è un processo di presa di coscienza da parte di uomini e donne della loro dignità e dei loro diritti. Questo processo oggi è sostenuto dalle scoperte tecnologiche, che accompagnano e approfondiscono le dimensioni globalizzanti dell’economia e dei mezzi di comunicazione. Quello che è accaduto lungo la sponda sud del Mediterraneo è il segno della volontà dei popoli di essere padroni del proprio destino e di non voler più accettare che siano altri a decidere per loro. Sono richieste di dignità, rispetto, lavoro e democrazia. Come europei non dobbiamo pretendere di imporre tempi e modalità. Il cambiamento di una classe politica e l’ingresso di forze nuove nella struttura di un paese sono processi complessi
”.Dieci anni dopo le Torri gemelle alla presidenza degli Stati Uniti non c’è più George Bush e l’America non è più “la superpotenza”…
Lo “scontro di civiltà” teorizzato da Samuel Huntington è stato spesso inteso come sinonimo di scontro tra religioni. Disparità economiche e ingiustizie sociali non contano?“
Associare questa o quella tradizione religiosa con la violenza è sempre una semplificazione. I diritti più importanti, alla vita, al lavoro, alla salute o all’istruzione, sono spesso trascurati o realizzati nel mondo con grandi disuguaglianze. C’è chi ha tanto e chi non ha nulla. Sta qui l’origine della violenza, che si riveste poi di abiti culturali o religiosi”.
È stato in Iraq a giugno. Cosa l’ha colpita di più?“I
IL vescovo di Kirkuk, una città del nord circondata dai giacimenti di petrolio, ha invitato i rappresentanti delle comunità religiose del paese a partecipare alle celebrazioni per una festa mariana. Sono venuti tutti. È stata una prova del fatto che occorre interpellare le coscienze religiose, per conoscersi meglio. Maria, una figura importante sia per i cristiani che per i musulmani, ha permesso quell’incontro. Ecco: pregare insieme e far riferimento a ciò che ci accomuna, ricordando che Dio è sempre più grande di noi”.[VG]ALLEANZE PER I DIRITTI: COLLOQUIO CON PAX CHRISTI © 2011 MISNA - Missionary International Service News Agency Srl - All Right Reserved.

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