Giorgio Gomel :Israele e Palestina alle Nazioni Unite
Israele e Palestina alle Nazioni Unite
di Giorgio Gomel, L’Unione informa, 16 settembre 2011
Su Pagine ebraiche di settembre ricordavo che in un incontro svoltosi a Parigi sotto gli auspici di JCALL – il movimento ebraico europeo costituitosi un anno fa in favore del negoziato di pace basato sul principio di “Due popoli, due stati” - si era discusso delle implicazioni per Israele e Palestina dei rivolgimenti in atto nel mondo arabo e dell’immobilismo inquietante del governo di Israele. Un governo dominato dalla destra sciovinista e dal potere di pressione dei coloni e incapace di un’iniziativa autonoma verso i palestinesi , nonché verso l’offerta di pace e di normali rapporti avanzata dalla Lega Araba alcuni anni fa.
L’immobilismo è degenerato in un isolamento politico via via più acuto, pericolosamente autodistruttivo per Israele, con le aggravanti dell’inasprirsi delle tensioni con Turchia ed Egitto.
Il rifiuto di Netanyahu di avviare negoziati onesti con l’ANP ha costretto i palestinesi a muovere verso l’atto unilaterale di cercare di costruire dal basso un embrione di stato – che il primo ministro Fayad persegue tenacemente da tempo – e di ottenere il riconoscimento dell’ONU.
Tutto ciò è una sconfitta per tutti e una frustrazione profonda per coloro, come noi, che pensano che una soluzione negoziata del conflitto sia una necessità pragmatica e irrinviabile per israeliani e palestinesi.
Israele ne è in misura rilevante colpevole. Niente ha fatto in questi mesi per moderare l’ostilità dei palestinesi e dei paesi arabi – basti guardare alla continua espansione degli insediamenti - né per ottenere un sostegno più fermo da parte degli Stati Uniti e dell’Europa.
E così siamo giunti vicini al 23 settembre con la domanda di ammissione all’ONU e le reazioni esagitate di Netanyahu : dalle minacce di chiusura dei fondi derivanti dai dazi all’importazione che Israele, in base agli accordi di Oslo, trasferisce all’ANP fino a quelle di annullare gli stessi accordi e di annettere parte della Cisgiordania occupata.
Un documento di JCALL, che uscirà in questi giorni in più giornali europei e che L’Unione informa ha anticipato martedì, combina l’ovvia preoccupazione per questi eventi con un appiglio di speranza.
Preoccupazione per l’isolamento di Israele che ci sgomenta e per il pericolo del ritorno a un ciclo di violenze alimentato dalla frustrazione dei palestinesi qualora niente cambiasse sul terreno dopo l’eventuale ammissione all’ONU.
Ma anche la speranza di un evolversi più positivo degli eventi. All’ONU Abu Mazen accetterebbe uno Stato palestinese nei confini di prima della guerra del 1967, con scambi concordati di territori con Israele, e Gerusalemme est come capitale del nuovo Stato – le questioni dei rifugiati e del Luoghi sacri sarebbero, infatti, destinate a futuri negoziati. Il conflitto fra israeliani e palestinesi diverrebbe un conflitto più “normale”, territoriale fra due stati, invece che fra l’occupante e un movimento irredentista su cui gravano ancora l’eredità guerrigliera dell’OLP e le istanze dei profughi della diaspora palestinese. Infine – e non meno importante – il riconoscimento di uno Stato palestinese sarebbe il compimento concreto della risoluzione 181 dell’ONU del 1947 che prevedeva la creazione di uno stato ebraico e di uno stato arabo entro i confini della Palestina-Eretz Israel. Per Israele, ciò sarebbe il riconoscimento da parte della comunità delle nazioni, inclusi i paesi arabi e islamici, delle frontiere scaturite dalla guerra del 1948 e della sua legittimità.
L’immobilismo è degenerato in un isolamento politico via via più acuto, pericolosamente autodistruttivo per Israele, con le aggravanti dell’inasprirsi delle tensioni con Turchia ed Egitto.
Il rifiuto di Netanyahu di avviare negoziati onesti con l’ANP ha costretto i palestinesi a muovere verso l’atto unilaterale di cercare di costruire dal basso un embrione di stato – che il primo ministro Fayad persegue tenacemente da tempo – e di ottenere il riconoscimento dell’ONU.
Tutto ciò è una sconfitta per tutti e una frustrazione profonda per coloro, come noi, che pensano che una soluzione negoziata del conflitto sia una necessità pragmatica e irrinviabile per israeliani e palestinesi.
Israele ne è in misura rilevante colpevole. Niente ha fatto in questi mesi per moderare l’ostilità dei palestinesi e dei paesi arabi – basti guardare alla continua espansione degli insediamenti - né per ottenere un sostegno più fermo da parte degli Stati Uniti e dell’Europa.
E così siamo giunti vicini al 23 settembre con la domanda di ammissione all’ONU e le reazioni esagitate di Netanyahu : dalle minacce di chiusura dei fondi derivanti dai dazi all’importazione che Israele, in base agli accordi di Oslo, trasferisce all’ANP fino a quelle di annullare gli stessi accordi e di annettere parte della Cisgiordania occupata.
Un documento di JCALL, che uscirà in questi giorni in più giornali europei e che L’Unione informa ha anticipato martedì, combina l’ovvia preoccupazione per questi eventi con un appiglio di speranza.
Preoccupazione per l’isolamento di Israele che ci sgomenta e per il pericolo del ritorno a un ciclo di violenze alimentato dalla frustrazione dei palestinesi qualora niente cambiasse sul terreno dopo l’eventuale ammissione all’ONU.
Ma anche la speranza di un evolversi più positivo degli eventi. All’ONU Abu Mazen accetterebbe uno Stato palestinese nei confini di prima della guerra del 1967, con scambi concordati di territori con Israele, e Gerusalemme est come capitale del nuovo Stato – le questioni dei rifugiati e del Luoghi sacri sarebbero, infatti, destinate a futuri negoziati. Il conflitto fra israeliani e palestinesi diverrebbe un conflitto più “normale”, territoriale fra due stati, invece che fra l’occupante e un movimento irredentista su cui gravano ancora l’eredità guerrigliera dell’OLP e le istanze dei profughi della diaspora palestinese. Infine – e non meno importante – il riconoscimento di uno Stato palestinese sarebbe il compimento concreto della risoluzione 181 dell’ONU del 1947 che prevedeva la creazione di uno stato ebraico e di uno stato arabo entro i confini della Palestina-Eretz Israel. Per Israele, ciò sarebbe il riconoscimento da parte della comunità delle nazioni, inclusi i paesi arabi e islamici, delle frontiere scaturite dalla guerra del 1948 e della sua legittimità.
Giorgio Gomel

Commenti
Posta un commento