FRANCESCA PACI : I palestinesi senza leader tentati dall'amico turco
INVIATA A RAMALLAH
In Italia è apprezzato? Prendo uno sgabello, preferisce tè o caffè?» s’infervora il ferramenta Yussuf abu Waleed mentre la tv alle sue spalle trasmette dal Cairo il discorso del premier turco. Il figlio tredicenne Ali ripete in arabo la frase ormai celebre, musica per le orecchie palestinesi: «Israel tal’ab dawr al sabi al mudallal», Israele fa la parte del bambino viziato. «Lo so dire anche in inglese» afferma il ragazzino torcendo timido i lembi della maglietta «The Godfather», il padrino. Davanti alla piccola bottega ingombra di bulloni e tubi, quattro braccianti accaldati smantellano i banchi del mercato di Ramallah, lungo la discesa che parte dalla nevralgica piazza Manar dove sono appena spuntati un paio di poster dell’ormai coralmente acclamato eroe mediorientale.
In Italia è apprezzato? Prendo uno sgabello, preferisce tè o caffè?» s’infervora il ferramenta Yussuf abu Waleed mentre la tv alle sue spalle trasmette dal Cairo il discorso del premier turco. Il figlio tredicenne Ali ripete in arabo la frase ormai celebre, musica per le orecchie palestinesi: «Israel tal’ab dawr al sabi al mudallal», Israele fa la parte del bambino viziato. «Lo so dire anche in inglese» afferma il ragazzino torcendo timido i lembi della maglietta «The Godfather», il padrino. Davanti alla piccola bottega ingombra di bulloni e tubi, quattro braccianti accaldati smantellano i banchi del mercato di Ramallah, lungo la discesa che parte dalla nevralgica piazza Manar dove sono appena spuntati un paio di poster dell’ormai coralmente acclamato eroe mediorientale.
«Erdogan è stato il primo leader regionale ad alzare la voce con Israele e dichiarare che riconoscere il nostro Stato è un dovere» ragiona l’aspirante ingegnere Mustafa controllando la posta elettronica a un tavolo dello Stars and Bucks cafè. Non simpatizza per Fatah («i corrotti ci hanno rovinato»), ma giura che il 21 settembre risponderà alla sua chiamata e alle 12 sarà in strada per sostenere la richiesta del presidente Abu Mazen all’Onu. «Le parole del premier turco peseranno sull’appuntamento della settimana prossima alle Nazioni Unite soprattutto perché sono state pronunciate nell’Egitto post-rivoluzione confermando che dalla causa palestinese dipende la stabilità del Medio Oriente: sarà dura ora per Washington ignorarle e continuare a sostenere le primavere arabe» osserva Ghassan Khatib, direttore del Palestinian Government Media Center. L’aria fibrilla. Sembra atteso a giorni il ritorno degli inviati Usa David Hale e Dennis Ross, mediatori last minute per ricondurre al negoziato i due riottosi contendenti ed evitare lo strappo. Se Israele balla sul Titanic infatti, l’Anp non gode di ottima salute e molti scorgono dietro l’appello alla comunità internazionale il duplice fallimento delle trattative di pace e della riconciliazione nazionale con Hamas. Anche per questo l’assist di Erdogan è una boccata d’aria.
«Il premier turco ci piace e non mi stupirei che le giovani coppie iniziassero a chiamare i figli Erdogan, ma sotto sotto nessun palestinese pensa che la soluzione sia vicina» ammette il tassista Tawfik. Dalle colline cisgiordane che incorniciano la strada per Gerusalemme occhieggiano le case squadrate dei coloni ebraici, passati dal 1993 a oggi da 110 mila a 320 mila. Ankara è lontana, riflette dalla sua cattedra in democrazia dell’università Birzeit di Ramallah il professor George Giacman. E non parla di geografia: «La Turchia colma il vuoto lasciato dagli Stati Uniti. Ma oltre a curare i propri interessi, come dimostra la decisione di non andare a Gaza, ha un margine d’azione limitato: non può sciogliere il nodo per cui serve invece la fine del cieco sostegno Usa a Israele». Il vento turco che soffia dal Cairo scuote la bandiera palestinese sotto la quale però alla fine la routine scorre pigra. Come gli israeliani credono d’essere destinati a vivere tra i nemici, loro dubitano di qualsiasi alternativa alla precarietà esistenziale.
«Erdogan parla, sì, ma l’Europa tituba. Perché la Germania non ci appoggia all’Onu?» domanda la studentessa di legge Fatima Farsakh dividendo con l’amica velata una fetta di knafeh al Ja’far Sweet, nel quartiere arabo della vecchia Gerusalemme. Anche qui il premier turco è assai popolare. «Mica tutto quelloche fa Israele può essere applaudito...» mormora il fornaio Nasser ammiccando ai militari israeliani che pattugliano i vicoli dove i commercianti di souvenir hanno aggiunto alle t-shirt con lo smile avvolto nella koefia quella con la schermata di Google e la scritta «Israel... Did you mean Palestine» («Cerchi Israele... Intendevi Palestina»). Da giorni alla storica libreria Educational Bookshop di Salah Eddin fioccano le richieste di volumi in arabo sul premier turco ma, concede il titolare, «è presto, non c’è nulla di tradotto».
E a Gaza? Come sono giunte a Gaza le parole del riscatto palestinese laddove era atteso fisicamente colui che le ha pronunciate? «Abbiamo bisogno di ben altro che di dichiarazioni e visite internazionali» commenta amaro il ventiduenne che si presenta come Abu Ghassam, uno dei protagonisti del manifesto dei giovani di Gaza, quello che a febbraio, chiedendo elezioni democratiche e la riconciliazione nazionale tra Hamas e Fatah, ha cercato di allineare i palestinesi al risveglio arabo. Decine di suoi coetanei hanno sventolato in riva al mare il vessillo turco, lui, dice, non crede più alle favole. Non è l’unico. Nonostante le immagini tv della folla festante nelle strade di Gaza City, il neolaureato in informatica Nader Mumter guarda a domani: «Quando il tour di Erdogan sarà concluso noi resteremo chiusi dentro come al solito, sto cercando invano una borsa di studio per l’Europa».
Il portavoce di Fatah Osama Qawssmeh ha un bell’invitare i connazionali a supportare il presidente Abu Mazen all’Onu e riprendersi il proprio futuro: l’entusiasmo dei palestinesi è così arrugginito da accendersi per un leader straniero e brillare senza grandi scintille. «Erdogan è una figura strategica perché è insieme partner della Nato e leader stimato in Medio Oriente ma proprio perché parla con Hamas dovrebbe adoperarsi per la sola cosa che ci aiuterebbe, l’unità nazionale» chiosa Khaled Abu Awwad, direttore del Palestinian Institution for Development and Democracy. La vera domanda è se la parola magica farà davvero magie.
E a Gaza? Come sono giunte a Gaza le parole del riscatto palestinese laddove era atteso fisicamente colui che le ha pronunciate? «Abbiamo bisogno di ben altro che di dichiarazioni e visite internazionali» commenta amaro il ventiduenne che si presenta come Abu Ghassam, uno dei protagonisti del manifesto dei giovani di Gaza, quello che a febbraio, chiedendo elezioni democratiche e la riconciliazione nazionale tra Hamas e Fatah, ha cercato di allineare i palestinesi al risveglio arabo. Decine di suoi coetanei hanno sventolato in riva al mare il vessillo turco, lui, dice, non crede più alle favole. Non è l’unico. Nonostante le immagini tv della folla festante nelle strade di Gaza City, il neolaureato in informatica Nader Mumter guarda a domani: «Quando il tour di Erdogan sarà concluso noi resteremo chiusi dentro come al solito, sto cercando invano una borsa di studio per l’Europa».
Il portavoce di Fatah Osama Qawssmeh ha un bell’invitare i connazionali a supportare il presidente Abu Mazen all’Onu e riprendersi il proprio futuro: l’entusiasmo dei palestinesi è così arrugginito da accendersi per un leader straniero e brillare senza grandi scintille. «Erdogan è una figura strategica perché è insieme partner della Nato e leader stimato in Medio Oriente ma proprio perché parla con Hamas dovrebbe adoperarsi per la sola cosa che ci aiuterebbe, l’unità nazionale» chiosa Khaled Abu Awwad, direttore del Palestinian Institution for Development and Democracy. La vera domanda è se la parola magica farà davvero magie.

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