Andrea Masseroni :I TORTUOSI TORNANTI DEL PERCORSO DI RICONOSCIMENTO DELLO STATO PALESTINESE


 Il rapporto “Building Palestine: achievements and challenges”, prodotto dall’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) nell’aprile scorso, dal quale risultavano importanti miglioramenti da parte dell’ANP nei vari settori economicamente sostenuti dall’ AHLC (Ad Hoc Liaison Committee, commissione che serve da meccanismo di coordinamento per l’assistenza allo sviluppo del popolo palestinese, ed è sponsorizzata da USA e UE), è stato un ulteriore ed importante segno della maturità economica e gestionale della Palestina, la quale è pronta per essere legittimata come Stato autonomo nonché come membro delle Nazioni Unite: da questo rapporto infatti, si prospetta che l’ANP nell’arco di pochi anni possa essere sempre meno dipendente dagli aiuti esteri. Certo, come molti giornalisti, anche israeliani, hanno messo in luce, c’è la questione Hamas – Fatah che pesa sulla “maturità della Palestina per divenire Stato”: ma si tratta di una questione di politica interna che non dovrebbe incidere sulla possibilità di riconoscere la Palestina come Stato (anche gli attuali Stati europei, e lo stesso Israele, hanno problemi importanti di politica interna – si pensi, per fare due esempi, alle correnti secessioniste in Italia sostenute dalla Lega Nord, o alla manifestazione del quattro settembre degli oltre 300.000 Indignados a Tel Aviv con la quale si richiedevano le dimissioni di Netanyahu per aver generato una pesante crisi economica e non aver saputo sviluppare una buona politica sociale, o alla disobbedienza militare degli shiministis verso l’esercito di Israele, o alle correnti contrarie al sionismo come i Neturei Karta –  ma non per questo l’Italia o Israele vengono disconosciuti come Stati o messi in dubbio come tali).
Successivamente nel mese di maggio è avvenuto l’incontro alla Casa Bianca tra Obama e Netanyahu nel quale, se Obama chiedeva di riconoscere uno Stato palestinese e di evitare ulteriori insediamenti in Cisgiordania, Netanyahu rispondeva che la Palestina non avrebbe dovuto essere riconosciuta come uno Stato, e che si sarebbero piuttosto potuti instaurare dei dialoghi di pace purché Israele venisse riconosciuto come Stato ebraico.  
In quegli stessi giorni Abbas rilasciava un’intervista ad Euronews nella quale precisava che lo Stato palestinese esisterà senza dover per forza riconoscere Israele come Stato ebraico, che la decisione di richiedere il riconoscimento dello Stato palestinese non è una questione unilaterale, ma è piuttosto riferita alle Nazioni Unite alle quali si reclamano i propri diritti, e sottolineando poi che anche Israele era nato da una richiesta simile a quella che ora viene proposta per la Palestina: o vengono considerate unilaterali tutte e due, o nessuna delle due; unilaterale è piuttosto l’occupazione di Israele.
Successivamente è stato poi lo stesso Obama a fare dei passi indietro: si è detto favorevole allo Stato palestinese purché smilitarizzato e ha rinviato la discussione riguardo i rifugiati e Gerusalemme, tirando in ballo la necessità della sicurezza d’Israele e tacendo completamente su quella della Palestina (altro caso di vero unilateralismo).
A far eco ad Obama è stato quindi Netanyahu il quale anch’esso si è detto favorevole allo Stato palestinese purché smilitarizzato e sotto il controllo internazionale, a patto però che riconosca l’ebraicità di Israele, che ripulisca Gaza da Hamas, che Gerusalemme rimanga indivisa e sotto totale controllo israeliano, e che i profughi palestinesi non entrino in Israele: la Palestina come un nuovo Bantustan,  insomma.
Da qui, poi, sono cominciate le reazioni degli altri Paesi sulla questione “Palestina come Stato o meno”: al momento sono 126 i Paesi che sostengono la Palestina come Stato entro i territori antecedenti al 1967 con Gerusalemme Est come capitale; fra questi, ad esempio, Armenia, Belgio, Lussemburgo e Spagna, il cui Ministro degli Esteri Trinidad Jimenez, nel dichiararsi favorevole alla Palestina come Stato in un’intervista al giornale El Pais nel mese di Agosto, ha spinto Israele a convocare l’ambasciatore spagnolo a Tel Aviv, Alvaro Iranzo, per protestare, in modo ufficiale, con questi riguardo le sue dichiarazioni.
Contrari invece – si potrebbe quasi dirlo – “i soliti”: Germania, Paesi Bassi, Polonia e Italia. Non a caso, forse, i Paesi nei quali maggiormente nel corso della Seconda Guerra Mondiale si sono costruiti i peggiori campi di concentramento: dunque il fardello della Shoah sembra ancora pesare su certe Nazioni le quali continuano a pagare i loro debiti di coscienza sulla pelle dei palestinesi e a confondere, in modo imperdonabile, gli ebrei disarmati e deportati disumanamente nei vagoni dei treni nazisti con gli israeliani che invece sono una delle maggiori potenze militari mondiali; la memoria della Shoah non è parte della storia dello Stato d’Israele, nonostante questo sempre se ne impadronisca avendola peraltro declassata ad uno strumento politico sempre utilizzato per motivare ogni decisione di politica sia estera che interna: la Shoah ha una propria storia e un proprio contesto storico, Israele ha un’altra storia e un altro contesto storico. 
 L’Italia inoltre, attraverso il Presidente del Consiglio più famoso, burlato e controverso del XX nonché XXI secolo – Silvio Berlusconi – ha fatto sapere che non solo essa è vicina ad Israele in questo momento quanto mai importante (l’ennesimo “momento quanto mai importante”) ma che stringe ancora di più la propria alleanza attraverso la firma di otto accordi economici, culturali e di sviluppo con Israele (sempre definito “Stato ebraico”).
Nei primi giorni di Settembre anche la Ashton ha fatto sapere che avrebbe tentato di persuadere Abbas a non portare avanti la richiesta di uno Stato indipendente, riconosciuto e membro dell’ONU: insomma, che avrebbe tentato di arrestare gli effetti di una primavera araba che cresce rigogliosa. Nel frattempo, i palestinesi continuano ad esistere e a resistere: uomini, donne, bambini, anziani e vittime più o meno sepolte.
In sostegno alla causa palestinese molti israeliani e palestinesi hanno sfilato e manifestato da Giaffa a Sheikh Jarrah, nel mese di Giugno, per esprimere la propria solidarietà e anche per protestare contro Netanyahu, il quale viene accusato di usare i negoziati per seppellire, e non creare, la pace. D’altronde per negoziare è necessaria una parità tra i negoziatori, e al momento questa non esiste. Per tutta risposta alla fine di Agosto Israele, in vista del mese di Settembre, ha cominciato ad armare i propri coloni per questioni di “sicurezza”.
Quello che poi più spaventa sono i risultati di una indagine svolta dalla Friedrich Ebert Foundation con il Dahaf Institute, i quali riportano che il 70% degli israeliani ebrei dai 15 ai 18 anni credono che la “sicurezza” dello Stato d’Israele debba prevalere sui valori democratici; e di questo 70%, la maggior parte vorrebbe limitare i diritti degli arabo-israeliani (circa 1,5 milioni di individui) mentre l’altra parte (poco meno del 50%) ne vieterebbe addirittura la rappresentanza parlamentare. Com’è ignorante il male. Com’è ingenuo il male. Com’è banale il male.     
Andrea Masseroni ha conseguito la laurea triennale all’Università “Roma Tre” in Storia dell’Europa e del Mediterraneo, ed è iscritto al corso di laurea magistrale in Scienze storico-religiose all’Università “Sapienza” di Roma

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