Sergio Yahni : Protesta sociale in Israele: Possibilità e sfide
Il governatore della Banca Centrale Stanley Fischer, riduce i problemi sociali di Israele a quattro fatti principali: gli alloggi, il costo della vita, le tasse e l’incapacità del governo di fornire i servizi pubblici richiesti dalla gente. Il Ministero delle Finanze sostiene che il costo relativo alle richieste sociali dei manifestanti sarebbe di circa 60 miliardi di NIS. Gli opinionisti dei mezzi di informazione e i dati pubblicati sia dalla Banca Centrale di Israele che dal Ministero delle Finanze indicherebbero che le casse dello stato sono in grado di farvi fronte in modo concreto.
Ma quello che chiedono le migliaia di persone che sono accampate nelle piazze del paese e le centinaia di migliaia che sono scese in strada sabato 30 luglio è un cambiamento radicale nelle priorità nazionali, l’eliminazione delle politiche neoliberiste di Israele e il ripristino dello stato sociale. O come hanno gridato i manifestanti: “la rivoluzione
Il governo israeliano non ha la volontà politica di risolvere i problemi evidenziati da queste proteste, ma tenta di manipolare le proteste e le usa per intensificare il suo progetto neoliberista. Il 1° agosto, in una conferenza stampa a Gerusalemme, Stanley Fischer ha dichiarato che la soluzione per la carenza di alloggi comprenderebbe la creazione di comitati per aggirare i processi di pianificazione esistenti, l’approvazione della realizzazione e della riforma del mercato immobiliare di Israele. Tra le righe: Fischer vuole ottenere la costituzione di società appaltatrici di grandi dimensioni e la riduzione dei vincoli ecologici e sociali, malgrado la simultanea accelerazione della privatizzazione delle terre statali.
Oggi, il 93% delle Terre di Stato di Israele sono terre che appartengono a rifugiati palestinesi e sono quindi protette dalle tutele internazionali emesse dalle Nazioni Unite a partire dal 1950.
Allo stesso modo, il primo ministro Netanyahu sta promovendo l’apertura del mercato lattiero-caseario alle importazioni , in risposta all’elevato costo del cibo e alla privatizzazione dei servizi pubblici.
Ciononostante, dai ranghi della stessa protesta viene un suggerimento più radicale: ridurre il bilancio della difesa. Il 31 luglio, in occasione del riesame mensile con il Comitato della Knesset per gli affari esteri e la Difesa, il Capo di Stato Maggiore, Generale Benny Gantz, ha fatto riferimento a tale proposta. Ha affermato che “dobbiamo prendere in considerazione il momento in cui siamo, nel quale le minacce sono più consistenti, e non possiamo pregiudicare la nostra possibilità di intervenire. Su questo non può esserci un compromesso.” Faceva riferimento alla richiesta dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina per un riconoscimento da parte delle Nazioni Unite di uno Stato Palestinese indipendente. Secondo Gantz, per settembre c’è un movimento non-violento palestinese di protesta pronto ad esplodere “sotto forma di un conflitto contro il muro o contro le colonie.” Ha aggiunto che, al momento, l’esercito sta acquisendo armi per rispondere a una mobilitazione palestinese di massa, oltre a sviluppare reti di intelligence per prevenire una mobilitazione di questo tipo.
A una riunione del gruppo parlamentare del Likud, che si è tenuta il 1° agosto, il Primo Ministro ha tranquillizzato le preoccupazioni del suo capo di stato maggiore: “Nonostante la protesta, non c’è in programma alcun taglio del bilancio della difesa.”
Le migliaia di persone che hanno occupato gli spazi pubblici delle città israeliane non costituiscono un gruppo omogeneo e non hanno una leadership riconosciuta. Rifiutano un regime neoliberista, la privatizzazione dei servizi pubblici e lo stretto rapporto tra capitale e governo. Oltre a questo, i manifestanti non sono d’accordo su nulla.
La protesta non ha una leadership nazionale. Nessun campo di protesta è rappresentativo di un altro. All’interno degli stessi campi, c’è un indirizzo condiviso su come affrontare i problemi e le preoccupazioni. Ogni gruppo di attivisti può prendere decisioni come qualsiasi altro e non è stata ancora introdotta la prassi di fare incontri in cui vengano effettuate delle scelte in modo consensuale. Tuttavia la protesta ha creato uno spazio che funge da riferimento per la stampa locale e internazionale. A Tel Aviv questo spazio si trova in Rothschild Boulevard.
Anche se gli attivisti dell’informazione sono accampati nel Rothschild Boulevard, non sta a significare che gli altri manifestanti si ritengano rappresentati da questi. L’attenzione dei mezzi di informazione è rivolta qui non solo perché in Rothschild Boulevard si è accampato il primo gruppo di manifestanti, ma anche perché i principali mezzi di informazione israeliani e i politici preferiscono considerare il movimento di protesta come fosse espressione della classe media, anche se molti manifestanti sono inquilini di case popolari, ragazze madri, immigrati ebrei provenienti dall’Asia e dall’Africa e lavoratori migranti.
Questa opinione prevenuta sulla classe media, ha reso più facile per il comune di Tel Aviv cercare di sgomberare con la forza i manifestanti accampati nel parco Lewinsky a sud di Tel Aviv. Qui i manifestanti non vengono dalla classe media, secondo l’immaginario di Israele, ma sono gli abitanti di uno dei quartieri più poveri della città, tra cui sono numerosi i lavoratori migranti. E’ significativo il fatto che l’atmosfera prevalente nel movimento sociale degli accampati in Rothschild Boulevard e le marce di solidarietà hanno convinto il comune a desistere dai suoi tentativi di sfratto.
La natura indefinita di tale movimento di protesta gli impedisce di essere strumentalizzato dai gruppi che hanno tradizionalmente negoziato la protesta sociale in Israele, soprattutto dalla Federazione Generale dei Lavoratori di Israele (Histadrut) che è il sindacato di maggiore consistenza in possesso del diritto esclusivo di negoziare con il governo e i datori di lavoro.
In un’intervista alla radio dell’esercito israeliano, Ofer Eini, segretario generale dell’Histadrut, ha riconosciuto che il sindacato non è alla guida di questa lotta sociale, ma ha dichiarato apertamente che se lo scopo dei manifestanti fosse quello di rovesciare il governo di Netanyahu, l’Histadrut non vi prenderebbe parte. “Siamo un paese democratico, non siamo in Egitto o in Siria,” ha dichiarato Eini.
Era turbato soprattutto dalla richiesta della base che le riunioni di qualsiasi tipo svolte con il governo fossero trasparenti al pubblico. Anche l’Unione Nazionale degli Studenti Universitari si è espressa contraria a questa richiesta. Molly Itzik, presidente dell’Unione Nazionale degli Studenti Universitari, ha dichiarato alla stampa che “al momento del dialogo con il governo, si sarebbero comportati da adulti responsabili”. Membri dell’Unione hanno affermato che l’accampamento Rothschild è stato infiltrato da “elementi anarchici che hanno sollevato richieste non realistiche”.
I leader dell’Unione degli Studenti sperano che il nuovo anno accademico si apra con una vittoria tangibile da poter presentare alle elezioni studentesche. Ofer Eni è sicuro che la domanda della gente di una maggiore trasparenza nei negoziati con i datori di lavoro e il governo sia un pericolo. Nel marzo di quest’anno, l’Histadrut ha dovuto far fronte a un’ondata di proteste da parte degli operatori sociali che non hanno voluto accettare l’accordo pattuito dall’organizzazione dei lavoratori con il governo e le aziende, dopo circa tre settimane di sciopero.
Il principale pericolo che deve affrontare l’Histadrut non è dato dal governo israeliano o dai datori di lavoro, ma è rappresentato dalle organizzazioni radicali del lavoro Potere ai Lavoratori (Koach Laovdim) e Maan. Queste organizzazioni sono relativamente nuove nel campo delle relazioni industriali e operano per forgiare sindacati perchè rappresentino orizzontalmente gli interessi dei lavoratori, laddove l’Histadrut è un organismo che collabora sia con il governo che con i datori di lavoro.
Il Presidente israeliano Shimon Peres è intervenuto nella crisi del 1° agosto per risolvere le divergenze nel movimento di protesta e convincere il gruppo di Rothschild Boulevard a sbarazzarsi delle richieste di trasparenza nei contatti con il governo. Tuttavia, la situazione si presenta fluida e anche se questo gruppo fosse d’accordo sull’avvio di negoziati con il governo, la leadership di un movimento alternativo di protesta potrebbe decidere di non accettare i dettami della burocrazia sindacale e di respingere gli interessi dell’Unione Nazionale degli Studenti.
Il problema che tutti considerano, eppure del quale nessuno discute, riguarda i palestinesi. Gli attivisti dei movimenti di protesta temono che la questione palestinese sia o verrà utilizzata dal governo come un’arma contro di loro. In tutte le esternazioni pubbliche, tuttavia, i relatori sottolineano che ebrei e arabi sono partner nel combattere questa battaglia, anche se nessuno è disposto a chiarire l’immediato significato pratico di questa affermazione.
Gli attivisti sono pure consapevoli della possibilità che il governo opti per una provocazione militare per distogliere la pressione e l’attenzione. Questa potrebbe venire rappresentata da un assalto contro il Libano e i Territori Palestinesi Occupati. Sono numerosi i manifestanti che ritengono che l’uccisione dei due palestinesi a Qalandiya nella notte del 31 luglio sia stata una provocazione eseguita a tale fine. In risposta alle sollecitazioni dell’opinione pubblica, Netanyahu ha dichiarato che questo omicidio è avvenuto soltanto come risposta a esigenze militari.
Salvo sviluppi eccezionali, i gruppi continueranno a lottare insieme fino alla fine dell’estate. Ma il disaccordo tra il Rothschild Boulevard e quei campi che si trovano alla periferia sociale, dove le persone non hanno altre
alternative, verranno alla luce in settembre, con il ritorno a scuola dei bambini e la fine della ribellione solidale del ceto medio. Quelli che resteranno, saranno coloro che sono privi di ogni altra alternativa. Tuttavia, l’estate del 2011 per i movimenti sociali in Israele rappresenterà uno spartiacque tra un “prima” e un “dopo”.
(tradotto da mariano mingarelli
I) VIDEO: PUBLIC HOUSING PROTEST

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