L’arte di Gaza si affaccia alla finestra, il dovere di creare un’alternativa

  Sfogliando le pagine di un eccellente settimanale (L’internazionale), incontriamo un acuto reportage fotografico di Giorgio Palmera, fotografo indipendente e presidente dell’associazione Fotografi senza frontiere. Artisti ed opere d’arte sono posti uno di fianco all’altro, fin qui niente di nuovo; ma è lo scenario questa volta a sorprendere,sondando nuove possibilità di museologia e museografia.
Lamiere, rovine e terreni di confine sono infatti la galleria sui generis che ospita sul set le opere degli artisti di Windows from Gaza, collettivo sorto nella fascia costiera fra Israele ed Egitto, stretta nella morsa dell’odio e della violenza di una eterna guerra che non ammette pace, ma esige sangue e un tributo di vite che cresce giorno dopo giorno. In questo terreno minato dai conflitto ha preso vita da una magica fertilità il progetto Arte contro l’assedio. Attivo dal Giugno 2010, in collaborazione con Fotografi senza frontiere, esso è costituito da laboratori di pittura, fotografia e indagine giornalistica destinati a bambini e ragazzi. Si tratta di bambini che non appena venuti al mondo sono costretti a crescere in un’atmosfera satura di terra e piombo, carica di odio, repressione, razzismo. Il coinvolgimento all’arte, attraverso l’istruzione , è una scorciatoia di fuga verso la spontaneità; un mezzo immediato per regalare alle loro menti un rifugio dall’oppressione e dalla distruzione psicologica cui altrimenti andrebbero incontro.Le opere prodotte dagli artisti e dai ragazzi, insieme con il materiale fotografico, diventeranno una mostra-istallazione itinerante, accompagnati da un catalogo con il contributo dello scrittore Andrea Camilleri, sostenitore del progetto Arte contro l’assedio, insieme con l’associazione Perpetra, ONLUS nata nel 2008 prendendo in prestito le parole del Nobel Albert Camus “Creare è vivere due volte”.
Creare, per chi nasce e cresce nella distruzione, è rinascere.
L’arte come fine e mezzo, infine come risultato: costruire con le proprie mani una realtà autonoma in completo contrasto con la società reale, guerrafondaia e demolitrice. L’arte a Gaza è ora un modo di rappresentare  lo strazio di una guerra ripugnante, ora uno strumento per  rigettarlo come alieno alla natura umana. Sognare un mondo possibile e forse un giorno combattere per ottenerlo: gli artisti frequentano scuole, acquisiscono know how, e allo stesso tempo inventano un nuovo veicolo di comunicazione. Arte contro l’assedio vuole insegnare a mantenere vivo il grido della resistenza nobilitando una forma di espressione pacifica, più forte delle bombe! Redenzione dell’individuo, che trova una propria collocazione e utilità nella società, inventando per sè un ruolo diverso, lontano dagli stereotipi bellici della lotta armata.Redenzione, riabilitazione e, soprattutto, educazione dei cittadini del futuro. L’arte, che a Gaza non è solo una necessità, ma diventa mestiere, si nutre dei propri frutti e si erige a stendardo di un dovere sociale e civile consapevole. I tagli operati ai danni del settore sono la testimonianza tangibile che il potere e l’intero sistema hanno paura. Il pensiero, la cultura, l’arte in genere sono portatori di valori universali e di messaggi tanto intimi quanto corali, che dal profondo vengono e al profondo giungono, “rischiando” di mettere in comunicazione e commuovere (nell’accezione di “destare un sentimento di partecipazione”) una folla ben più numerosa di quella degli spettatori di uno spettacolo televisivo a montepremi o di un reality show, che funzionano come un palliativo per le menti.
Basel el Maqous, Majed Shala, Shareef Sarhan, sono poeti, pittori, fotografi, ma il loro capolavoro più innovativo è certamente Windows from Gaza. Hanno vissuto la prigione, si sono lasciati alle spalle la prima Intifada e senza avere il tempo nemmeno di elaborare il passato si sono trovati nuovamente catapultati nella guerra, ma hanno avuto allo stesso tempo la fortuna di ricevere un istruzione: hanno imparato a comunicare ma non a chinare il capo. Ora insegnano a loro volta: a combattere, non ad uccidere. Fin dagli anni ’80 e ’90 questi uomini si sono occupati di allestire mostre, gallerie, lezioni, fino a dar vita ad un progetto che una volta tanto lascia spazio alle nuove generazioni. Ci piacerebbe ricevere più notizie su questa Gaza coraggiosa, che questi sprazzi di luce circolassero sul main stream sovrapponendosi alle tante immagini di vittime e carnefici, operazioni strategiche e  presunte missioni di pace.Internet è, come sempre in questi casi, mezzo di circolazione privilegiato di notizie, nonché il canale attraverso cui questi artisti, oltre a farsi conoscere, apprendono ciò che succede all’esterno. WFG ha un proprio sito  (http://www.artwfg.ps) su cui invito ad affacciarvi. Affiora sulle labbra un sorriso quando compaiono nomi come Ramallah, Libano, Gaza, luoghi che non siamo abituati ad associare a progetti tanto vitali deputati all’arte.
E’ dovere civile che non spetta solo all’arte però, mantenere viva la linea dell’informazione e dello scambio in questo campo. Noi Italiani che siamo così bravi a scappare dal nostro belpaese per cercare fortuna altrove, che siamo così abili a dissentire e volgere lo sguardo all’estero, siamo quasi del tutto ignari di questo tipo di iniziative vivaci e concrete. E’ compito dell’informazione, non solo nei luoghi tradizionalmente adibiti alla cultura, promuovere queste forme di resistenza costruttive ed alimentare il dibattito sulle forme di emancipazione possibili. Nel nostro mondo multietnico in cui risuona continuamente l’eco della globalizzazione, è necessario riscoprire una comunicazione pacifica che non può trovare migliore linguaggio ed esempio dell'opera stessa dell'uomoC’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è cosi forte che egli non può più chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

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