A.B.Yehoshua :«La Palestina va divisa in due stati sovrani, Israele deve accettarlo»

Da israeliano che ha sempre ritenuto che la nostra sicurezza non potesse fondarsi solo sulla forza militare, mi sento di dire che oggi non dobbiamo vedere comeuna minaccia mortale, unaprovocazione, l'annunciata iniziativa palestinese alle Nazioni Unite. Se di una sfida si tratta, è una a cui rispondere positivamente, rilanciando da subito il negoziato di pace». A sostenerlo è Abraham Bet Yehoshua, tra i più affermati scrittori israeliani contemporanei.
Il presidente dell'Anp, Mahmud Abbas (Abu Mazen) ha ribadito l'intenzionedichiedereall'Assembleagenerale delle Nazioni Unite di settembre di pronunciarsi sul riconoscimento dello Stato di Palestina. Il primoministro israeliano,BenjaminNetanyahu, ha definito questa iniziativa come una forzatura unilaterale... «Non la considero tale. Così come eviterei di considerare nemici d'Israele tutti quei Paesi che decideranno di sostenere la risoluzione palestinese. Di tutto abbiamo bisogno tranne che di alimentare una sorta di “psicosi dell'accerchiamento”, per la quale Israele sarebbe circondato da un mondo ostile, che va da Ahmadinejad a Obama, dai protagonisti delle rivolte arabe all'Europa “filo palestinese”...».
Resta il fatto che la leadership israeliana considera l'iniziativa diAbuMazenunostacoloalla ripresadelle trattative...
«Ilmuro contro muronon favorisce di certo il dialogo così come non mi pare nell'interesse d'Israele indebolire la leadership di Abu Mazen, dipingendolo come un avventurista o come un burattino manovrato da Hamas. Israele ha una carta da giocare per disinnescare questa “mina”...».
Quale sarebbe questa carta? «Sostenere la richiesta palestinese alle Nazioni Unite e riaprire subito dopo il tavolo negoziale in cui affrontare tutte le questioni cruciali che nella risoluzione ventilata, per ciò che è dato sapere, non sono affrontate: mi riferisco al ritorno dei profughi, allo status di Gerusalemme, alla smilitarizzazione dell'entità statuale palestinese. La debolezza d'Israele è nell'assenza di una visione strategica, nel coltivare l'illusione di poter fermare il tempo e proiettare all'infinito l'attuale status quo. Di una cosa resto convinto: non è ammissibile che un popolo possa ritrovare la propria patria a spese di unaltro che ne viene privato. La divisione della Palestina in due Stati sovrani non è solo una necessità politica e l'unico modo per realizzare la pace in MedioOriente: èunimperativo morale che la Comunità internazionale dovrebbe garantire con tutta la sua forza, politica e militare, senza compromessi».
Netanyahu ha ripetuto più volte di non essere contrario, in linea di principio, ad uno Stato palestinese... «Quale miglior occasione di quella “offerta” da Abu Mazen per dare seguito politico a questa asserzione di principio! Tanto più che la risoluzione prospettata da Abu Mazen farebbe riferimento ad uno Stato palestinese entro i confini del '67...».
Confini che non terrebbero conto, ribatterebbe Netanyahu, della sicurezza d'Israele...”. «Preoccupazione sacrosanta, assolutamente condivisibile. A patto che...».
A patto che? «La questione della sicurezza non venga utilizzata per una forzatura, questa sì unilaterale: quella di ridefinire i nuovi confini dello Stato d'Israele inglobando quella parte di WestBank su cui sorgono gli insediamenti, tutti gli insediamenti. Gli insediamenti non assicurano la sicurezza d'Israele, semmai è vero il contrario. La sicurezza risiede nella smilitarizzazione dello Stato di Palestina, da basi militari, israeliane e internazionali, da dislocare lungo la valle del Giordano, al confine orientale del futuro Stato. Si tratta diunasituazione transitoria, per il tempo necessario a consolidare la nuova realtà, i due Stati, sul campo. Metto l’accento sulla necessità di tali misure come sulla loro transitorietà. Condizione, quest’ultima, che non appartiene agli insediamenti». Negoziare la pace. Qual è la questione davvero cruciale tra le tante ?
«La definizione dei confini. Questo è il punto di svolta. Perché la mancanza di confini fra due nazioni è una delle cause principali del sangue versato in tutti questi anni. La divisione fisica, territoriale, è il mezzo per porre fine al disegno del Grande Israele e della Grande Palestina. Mi lasci aggiungere che la definizione dei confini non è solo un esercizio diplomatico ma è, per noi israeliani, anche qualcos’altro, di molto più profondo ».
In cosa consiste questo «altro»? «Definire i confini ci impone di ripensare noi stessi, rivisitare la storia di Israele e tornare agli ideali originari del sionismo, per i quali l’essenza dello Stato di Israele non si incentrava nelle sue dimensioni territoriali né in un afflato messianico, bensì nella capacità di fare d’Israele un Paese normale. Lei mi chiedeva cos’è per mela pace? La risposta è semplice e al tempo stesso terribilmente difficile da realizzare: la pace è la conquista della normalità. E quando ci sarà la pace e il quadro normale dello Stato d’Israele consentirà il riconoscimento definitivo del consesso dei popolo, e in particolare dei popoli dell’area in cui ci troviamo, ci renderemo conto che "normalità" non è una parola spregevole ma, al contrario, l’ingresso inuna epocanuova e ricca di possibilità, in cui il popolo ebraico potrà modellare il proprio destino, produrre una propria cultura completa. Si dimostrerà ilmodomigliore per essere altri e diversi, unici e particolari - come lo è ogni popolo - senza preoccuparci di perdere l’identità».
Perchè la fine dell’occupazionepuòdivenire un efficace antidoto contro l’affermarsi diunacultura ediunapratica estremista in Israele?«Perchè spazza via quella cultura dell’emergenza sulla base della quale c’è chi tende a mettere tra parentesi qualsiasi altra cosa. Noi non stiamo parlando di territori di oltremare, stiamo parlando di città palestinesi che sono a pochi chilometri da Gerusalemme o da Haifa. Si confiscano terre palestinesi illegalmente, si permette che coloni che risiedono in insediamenti illegali possano compiere atti provocatori contro i palestinesi senza per questo incorrere nelle pene che analoghe azioni comporterebbero se commesse in Israele e contro altri cittadini israeliani. Questa logica colonialista e militarista rischia di trasformarsi inun cancro le cui metastasi aggrediscono il corpo sano di Israele. Per questo continuo a pensare che una pace con i palestinesi non è una concessione al “nemico”maun investimento che Israele fa su di sé, sul proprio futuro: quello di un Paese normale»

L'Unità del 29 luglio 2011


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