Abrahm Foxman,Amo Israele e dico: sulla legge che punisce chi chiama al boicottaggio dei prodotti dei settlements sbaglia, e molto


   brahm Foxman, presidente dell'Anti Defamation League, non è certo annoverabile tra i componenti “liberal” della comunità ebraica Usa, e non è uso commentare la legislazione israeliana, pure non ha esitato a sconfessare apertamente Bibi Netanhyau che aveva appena affermato che la legge antiboicottaggio “non guasta minimamente l’immagine dell'Israele”. Foxman pensa invece che proprio questo sia il risultato della legge, approvata dalla Knesseth che punisce con sanzioni penali chi in Israele chiami al boicottaggio delle merci prodotte nei settlements e sostiene che “rende un cattivo servizio alla società israeliana; spero che la Corte Suprema la riveda in tempi rapidi”. Anche Morton Klein, presidente della Organizzazione sionista d'America (Zoa), in sintonia con la destra israeliana, si è schierato contro la legge, preoccupato dalle sue cadute d’immagine su Israele: “Nessuno più di me è infastidito dalle campagne di boicottaggio, ma da qui a trasformarle in azioni illegali ce ne corre”. A definitiva smentita della strana convinzione di Netanhyau circa i nulli ritorni negativi della legge antiboicottaggio, Catherine Ashton, l’ha subito criticata: “L’Ue, in nome dei valori fondamentali della libertà di espressione e di parola che custodisce e condivide con Israele, è preoccupata per l'effetto che tale normativa può avere sulla libertà dei cittadini e delle organizzazioni israeliane di esprimere opinioni politiche non violente”. Il dato preoccupante che emerge è che il governo Netanhyau conferma una sconfortante mancanza di sensibilità nei confronti di quella stessa opinione pubblica internazionale che guarda a Israele con simpatia e non per la prima volta, assume una posizione oltranzista, che isola Israele. Questo, proprio nel momento in cui Israele, invece, avrebbe bisogno del massimo della pressione dell’opinione pubblica sui governi dei paesi democratici per contrastare una mossa della Anp che indebolirà Israele sul piano diplomatico. E’ quasi certo infatti che la prossima Assemblea dell’Onu accetterà a maggioranza di due terzi la proposta –che verrà avanzata dalla Lega Araba, notizia di ieri- di trasformare la membership della Palestina, da Autorità Nazionale a Stato. Mossa intelligente -la prima, dopo infiniti errori anche diplomatici dei palestinesi- che vale solo in sede Onu, che non comporta la proclamazione unilaterale dello Stato di Palestina (che viola gli accordi di Oslo) e che pone Israele in una posizione di debolezza nella trattativa con i palestinesi, proprio sul tema bollente dei confini del 1967 (che verrebbero così “congelati” dall’Onu), modificati dai settlements. Tutti gli sforzi di Israele dovrebbero dunque essere tesi a contrastarla, soprattutto convincendo il blocco dei paesi democratici a votare contro, al fianco degli Usa decisi a porre il veto (ma è in discussione che la risoluzione assembleare debba essere ratificata dal Consiglio). Veto che comunque parrebbe ben debole a fronte del voto favorevole dei due terzi dell’Assemblea Onu che il palestinese Saeb Erekat sostiene di avere già acquisito. Da qui la necessità politica di una spaccatura in sede Onu tra paesi democratici e gli altri e del rafforzamento del “blocco filo Israele” nel mondo. Incurante dell’isolamento internazionale e convinto –in errore- della autosufficienza di Israele, Netanhyau ha invece deciso di fare propria la posizione di Avigdor Libermann, propugnatore della legge antiboicottaggio, e di mettere al primo posto ragioni di politica interna (il 52% degli israeliani è favorevole e la stessa Kadima è in difficoltà), rispetto a una visione di medio-lungo periodo. E’ indubbio il ruolo scabroso e odioso delle campagne di boicottaggio dei prodotti dei settelements, ma è altrettanto indubbio che la difesa della legittimità degli insediamenti (ma solo di quelli indispensabili alla sicurezza) impone che vengano messe in campo le armi della politica e del convincimento, anche della opinione pubblica democratica internazionale, non norme che colpiscono col carcere un reato d’opinione.

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