Shady Hamadi,A QUATTRO MESI DALL’INIZIO DELLA RIVOLTA, LA SIRIA RACCONTATA DA UN SIRIANO


  A quattro mesi dall’inizio della rivolta in Siria, è la prima volta che mi trovo a scrivere un articolo sulla situazione che sta degenerando in questo paese troppo dimenticato dai media.
Ho preferito in questi mesi dedicarmi all’attivismo vero e proprio, partecipando a trasmissioni televisive e radiofoniche, manifestando e tenendo comizi. Ho scelto – presentando il mio libro in giro per l’Italia, o invitato in qualità di scrittore – di lasciare alla parola orale l’arduo compito di penetrare i muri delle coscienze umane per raccontare alle platee cosa accade nel mio paese d’origine.
A quattro mesi dall’inizio di una rivolta popolare cominciata nella città di Da’ra, quando le autorità siriane hanno sequestrato e imprigionato dei bambini di appena 12-13 anni perché si erano permessi di scrivere su un muro degli slogan contro il presidente, capisco che non ho fatto abbastanza.
Il mondo non si è svegliato. Non ha condannato la strage di oltre 1.500 civili, tra i quali 33 bambini. Il più grave atto perpetrato dagli agenti di ‘’sicurezza” è stato la tortura di un bambino di 13 anni, poi evirato e infine ucciso. La colpa di questo innocente bambino è stata quella di essere andato in piazza a manifestare per la sua libertà.
Ho assistito, tramite i media arabi e i filmati di coraggiosi siriani, al ritrovamento di 3 fosse comuni che hanno rievocato in me lo spettro di Srebrenica nella ex Iugoslavia, ma il mondo è rimasto ancora una volta fermoLo dico con una macabra invidia nei confronti degli egiziani, dei tunisini (e forse anche un po’ degli yemeniti): magari la rivolta siriana fosse stata rapida e meno sanguinosa, come lo sono state le loro rivolte.
La Libia e la Siria condividono lo stesso destino, quello di doversi guadagnare la libertà con tutte le forze combattendo contro due regimi spietati. I libici, dal canto loro, hanno le armi e i bombardamenti dei ‘’salvatori” europei. Ma i siriani?
Abbiamo fatto un patto, noi siriani, dentro e fuori dalla patria. Questo patto tacito, e accettato da tutti, è quello di affrontare i carri armati mostrando solo il nostro petto, e rispondere ai proiettili delle mitragliatrici con le rose.
Questa è la nostra resistenza civile, che passa dal firmare – come ho fatto – l’appello degli scrittori e del mondo intellettuale, sino al parlare con la gente dei vari paesi in cui i siriani sono emigrati per sensibilizzarne l’opinione pubblica.
Ancora una volta però, sembra prevalere l’orientalismo di un Occidente troppo legato agli interessi in gioco, che trasformano la causa – seppur nobile – di un paese e di un popolo in una causa superflua in cui la democrazia non sembra esportabile.
Ecco che allora ogni intervento diventa impossibile, laddove gli interessi non lo richiedono; mentre laddove un intervento avviene, serve solo tali interessi, e non quelli dei popoli.
Non posso allora che appellarmi per iscritto al senso di umanesimo e di fratellanza, che da utopie devono diventare realtà, e ribadire che il silenzio e la disinformazione, anche di ogni singolo individuo, potrebbero realmente uccidere la rivolta della “dignità” siriana.
Abbiamo visto in Tunisia che un singolo gesto ha cambiato una parte del mondo, e sono convinto che il gesto unito di tutti possa liberare anche i siriani dalla loro infelicità araba, che Samir Kassir ha raccontatoA QUATTRO MESI DALL’INIZIO DELLA RIVOLTA, LA SIRIA RACCONTATA DA UN SIRIANO

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