Per la Naksa a Hezbollah non conveniva alzare la tensione


    domenica scorsa la frontiera provvisoria tra Libano e Israele è rimasta tranquilla. A differenza del 15 maggio, quando anche quell'area si era infiammata con centinaia di palestinesi dei campi profughi del sud del paese dei Cedri accorsi verso i reticolati israeliani e sostenuti, dietro le quinte, dal movimento sciita Hezbollah, vero arbitro degli equilibri nella regione frontaliera libanese. Se è vero che in quell'area non si muove foglia che Hezbollah non voglia, è vero anche che - contrariamente al 15 maggio - l'esercito libanese si è schierato in modo massiccio a ridosso della Linea blu di demarcazione con Israele per evitare di farsi sorprendere o raggirare dai manifestanti come invece accaduto venti giorni prima.Il movimento sciita non ha interesse in questo momento a scatenare una nuova guerra con Israele. Se migliaia di palestinesi si fossero davvero ammassati ai reticolati israeliani e se Tsahal avesse aperto il fuoco (come prevedibile in una simile situazione), sarebbe stato difficile per Hezbollah non alzare nemmeno un dito (come invece è accaduto il 15 maggio) a protezione di un popolo e di una causa (il diritto al Ritorno) da sempre in cima alle priorità del Partito di Dio. 
E si sa, finché a "offendere" Israele dal Libano sono ignoti gruppuscoli di "terroristi islamici" o palestinesi sciolti, lo Stato ebraico non risponde quasi mai in maniera diretta. Quando in campo scendono i miliziani di Hezbollah, il rischio di una deflagrazione su più larga scala è invece assai più alto. Mandare al massacro migliaia di palestinesi dei campi avrebbe significato per Hezbollah esporsi di fatto in prima persona. Non solo contro Israele, ma anche contro l'esercito libanese. Il 15 maggio, quattro sottufficiali e un ufficiale non riuscirono a fermare i giovani palestinesi. Da Sidone - sede dei servizi di sicurezza delle forze armate responsabili per il sud - arrivò poi l'ordine di non reprimere la manifestazione. La "resistenza" (l'ala armata di Hezbollah) aveva fatto pressioni suoi comandi militari di Beirut perché in quel giorno di "festa" si chiudesse un occhio e si lasciassero liberi quei ragazzi di "esprimere il loro legittimo diritto al ritorno nella loro terra"Prima del 5 giugno invece altre pressioni - forse israeliane e americane - sono state fatte sul presidente libanese Michel Suleiman, comandante in capo supremo delle Forze armate, perché esercitasse tutta la propria autorità per impedire un nuovo bagno di sangue. L'effetto è stata la militarizzazione, almeno per un giorno solo, di tutta l'area frontaliera, con un coordinamento preparato in ogni minimo dettaglio con i vertici Unifil, la missione Onu schierata nel sud del Libano. Proprio l'Unifil, qualche giorno prima del 5 giugno, aveva presieduto un incontro a Capo Naqura tra rappresentanti dell'Esercito israeliano e quelli dell'Esercito libanese per discutere proprio di come evitare nuovi incidenti. Si aggiunga che le organizzazioni politiche palestinesi dei campi in Libano (Fatah e Hamas in primis) avevano recepito le pressioni delle autorità di Beirut e rinunciato di fatto a ogni mobilitazione massiccia. Quei pochi centinaia di giovani che hanno tentato il 5 giugno di arrivare alla Linea Blu e che sono stati fermati molti km più a nord, erano per lo più libanesi. Non palestinesi.Per la Naksa a Hezbollah non conveniva alzare la tensione

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