ISRAELE E LE ESPORTAZIONE DI ARMI : 7,2 MILIARDI DI DOLLARI
di Mazin Qumsiyeh
Israele ha raggiunto la cifra record di 7,2 miliardi di dollari nell’esportazione di armi, rafforzando la sua posizione tra le quattro nazioni che ottengono i maggiori profitti dalla guerra e la distruzione. Anche le altre due maggiori fonti ufficiali di entrata nelle casse di Israele (aiuti stranieri e il saccheggio dell’economia palestinese) hanno segnato livelli record. La quarta fonte di entrata, meno pubblicizzata ma del valore di miliardi, è il denaro riciclato e derivante da attività criminali. Molti guadagnano milioni illegalmente nei propri Paesi e poi o si trasferiscono in Israele o spostano il denaro a Tel Aviv (numerosi esempi tra i sionisti russi e americani). Israele ha infatti una posizione molto forte a livello finanziario e militare. È inoltre aiutato e sostenuto da una massiva campagna mediatica volta a diffamare i palestinesi e, più in generale, i musulmani e gli arabi. In concreto, Gerusalemme è stata trasformata e il suo carattere multietnico e multireligioso è stato meticolosamente eroso, così come accaduto prima a Jaffa e Haifa e come sta accadendo oggi a Hebron. Ma noi non siamo del tutto impotenti di fronte a questo bastione di fascismo e razzismo protetto dal potere di stato e da un network global di spacciatori d’odio. Sì, è vero, la nostra lotta è più difficile di quella combattuta in Sud Africa contro l’apartheid. Sì, è vero, la nostra leadership si è ridotta a sfornare dichiarazioni deboli in hotel di lusso e in centri conferenze. Questa leadership è pagata profumatamente per non fare nulla di utile al fine di cambiare la situazione politica, mentre sta incrementando il costo dell’avventura coloniale sionista. Ancora peggio: un buon segmento della classe di governo è complice degli occupanti. Salam Fayyad, che ha lavorato alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, dichiara di essere totalmente a favore alla nomina del presidente della Banca Centrale israeliana a capo dell’FMI! Lo stesso Fayyad ha lavorato duramente per ottenere finanziamenti al fine di trovare vie alternative che rendano più semplice il sistema dell’apartheid, isolando i palestinesi in cantoni che non interferiscano con i piani di controllo delle risorse naturali e delle terre in Cisgiordania. E poi c’è Mahmoud Abbas, che ha dichiarato in più di un’occasione (e ha anche firmato un accordo provvisorio con Israele) che i profughi non hanno bisogno di tornare nelle proprie case e nelle proprie terre ma solo di un bantustan (termine con cui venivano indicati i territori del Sud Africa e della Namibia assegnati alle etnie nere durante il governo dell’apartheid) demilitarizzato e spogliato chiamato Stato palestinese. Abbas ha anche dichiarato più volte che l’unica sua opzione sono i negoziati. Lui e i suoi compagni (Saeb Erekat, Abu Ala’…) stanno negoziando da 20 anni con l’unico tangibile risultato di aver fornito Israele lo spazio economico e diplomatico per consolidare il colonialismo sionista. Ma l’epoca della superiorità coloniale di Israele deve finire e sta cominciando a finire. Mentre noi società civile ancora speriamo che questi “leader” cambino le proprie strategie, non possiamo più aspettare. Dobbiamo agire. L’attuale escalation nel confronto non sarà tra due stati e non sarà un’insurrezione nel classico senso della parola. Quello a cui assistiamo è l’incremento del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni e quello che è nato dalla prima Freedom Flotilla, dalle manifestazioni del 15 maggio e del 5 giugno, dalla prossima Flotilla. Noi abbiamo una responsabilità individuale e collettiva verso il cambiamento attraverso strade morali e determinate. Le altre opzioni hanno ampiamente dimostrato di produrre solo catastrofi: è dannoso contare sui politici (eletti o auto-nominatosi) o sui capricci di instabili opportunità militari (una strada pericolosa nell’era delle tecnologie avanzate che sviluppano armi di distruzione di massa facilmente anche per Paesi piccoli e attori non statali). Nessuna illusione: ci stiamo avvicinando al vero confronto. Potrà svilupparsi sia come confronto civile dove la società civile vince la propria battaglia perché coinvolta nella forte e determinata resistenza popolare, sia come un’insurrezione armata che utilizza le moderne tecnologie per sfidare le forze militari convenzionali. Hezbollah in Libano fornisce un modello misto tra le due forme con maggiore attenzione alla seconda. Nelle rivolte arabe, abbiamo visto il potere della resistenza civile in Egitto e Tunisia. Sfidare e sconfiggere il colonialismo è stato possibile utilizzando entrambe le forme di lotta in Algeria (liberata negli anni Sessanta) e in Sud Africa (all’inizio degli anni Novanta). Ma in Sud Africa ha avuto successo grazie alla partecipazione civile internazionale. Ogni situazione è unica e la nostra storia è unica così come il tipo di confronto che ci attende, la Palestina è diversa da ogni altro luogo. Ma è chiaro che abbiamo la responsabilità come individui di una società di provare a influenzare l’imminente battaglia così che non sia catastroficamente violenta (meno “il militare crea il diritto” e più “potere al popolo”). Il nostro futuro come esseri umani dipende dalla nostra capacità di lavorare insieme per modificare la nostra situazione. Quelli che pensano che possono permettersi di sedersi e aspettare (e guardano le notizie in tv), perderanno il treno del cambiamento verso la giustizia e rimpiangeranno la loro apatia. Noi palestinesi dobbiamo sopportare il peso del cambiamento – ricordo l’immagine del vecchio che trasportava Gerusalemme e la Palestina sulla sua schiena. Tutti noi siamo responsabili. Non possiamo cullarci sugli aiuti umanitari o su organizzazioni governative e non che ci danno l’illusione di sicurezza e benessere che sia negli Stati Uniti o in Europa, nello Stato di Israele o in quel bantustan chiamato Palestina. Tutti sanno che questo vecchio sistema rende semplicemente i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, distrugge l’ambiente e ci concede di avere elezioni farsa in mezzo alle onde di ribassi economici e di occasionali guerre al terrore, con l’obiettivo di distrarci. http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2783:la-sfida-alle-porte-il-ruolo-della-societa-civile&catid=23:interventi&Itemid=43
Israele ha raggiunto la cifra record di 7,2 miliardi di dollari nell’esportazione di armi, rafforzando la sua posizione tra le quattro nazioni che ottengono i maggiori profitti dalla guerra e la distruzione. Anche le altre due maggiori fonti ufficiali di entrata nelle casse di Israele (aiuti stranieri e il saccheggio dell’economia palestinese) hanno segnato livelli record. La quarta fonte di entrata, meno pubblicizzata ma del valore di miliardi, è il denaro riciclato e derivante da attività criminali. Molti guadagnano milioni illegalmente nei propri Paesi e poi o si trasferiscono in Israele o spostano il denaro a Tel Aviv (numerosi esempi tra i sionisti russi e americani). Israele ha infatti una posizione molto forte a livello finanziario e militare. È inoltre aiutato e sostenuto da una massiva campagna mediatica volta a diffamare i palestinesi e, più in generale, i musulmani e gli arabi. In concreto, Gerusalemme è stata trasformata e il suo carattere multietnico e multireligioso è stato meticolosamente eroso, così come accaduto prima a Jaffa e Haifa e come sta accadendo oggi a Hebron. Ma noi non siamo del tutto impotenti di fronte a questo bastione di fascismo e razzismo protetto dal potere di stato e da un network global di spacciatori d’odio. Sì, è vero, la nostra lotta è più difficile di quella combattuta in Sud Africa contro l’apartheid. Sì, è vero, la nostra leadership si è ridotta a sfornare dichiarazioni deboli in hotel di lusso e in centri conferenze. Questa leadership è pagata profumatamente per non fare nulla di utile al fine di cambiare la situazione politica, mentre sta incrementando il costo dell’avventura coloniale sionista. Ancora peggio: un buon segmento della classe di governo è complice degli occupanti. Salam Fayyad, che ha lavorato alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale, dichiara di essere totalmente a favore alla nomina del presidente della Banca Centrale israeliana a capo dell’FMI! Lo stesso Fayyad ha lavorato duramente per ottenere finanziamenti al fine di trovare vie alternative che rendano più semplice il sistema dell’apartheid, isolando i palestinesi in cantoni che non interferiscano con i piani di controllo delle risorse naturali e delle terre in Cisgiordania. E poi c’è Mahmoud Abbas, che ha dichiarato in più di un’occasione (e ha anche firmato un accordo provvisorio con Israele) che i profughi non hanno bisogno di tornare nelle proprie case e nelle proprie terre ma solo di un bantustan (termine con cui venivano indicati i territori del Sud Africa e della Namibia assegnati alle etnie nere durante il governo dell’apartheid) demilitarizzato e spogliato chiamato Stato palestinese. Abbas ha anche dichiarato più volte che l’unica sua opzione sono i negoziati. Lui e i suoi compagni (Saeb Erekat, Abu Ala’…) stanno negoziando da 20 anni con l’unico tangibile risultato di aver fornito Israele lo spazio economico e diplomatico per consolidare il colonialismo sionista. Ma l’epoca della superiorità coloniale di Israele deve finire e sta cominciando a finire. Mentre noi società civile ancora speriamo che questi “leader” cambino le proprie strategie, non possiamo più aspettare. Dobbiamo agire. L’attuale escalation nel confronto non sarà tra due stati e non sarà un’insurrezione nel classico senso della parola. Quello a cui assistiamo è l’incremento del boicottaggio, del disinvestimento e delle sanzioni e quello che è nato dalla prima Freedom Flotilla, dalle manifestazioni del 15 maggio e del 5 giugno, dalla prossima Flotilla. Noi abbiamo una responsabilità individuale e collettiva verso il cambiamento attraverso strade morali e determinate. Le altre opzioni hanno ampiamente dimostrato di produrre solo catastrofi: è dannoso contare sui politici (eletti o auto-nominatosi) o sui capricci di instabili opportunità militari (una strada pericolosa nell’era delle tecnologie avanzate che sviluppano armi di distruzione di massa facilmente anche per Paesi piccoli e attori non statali). Nessuna illusione: ci stiamo avvicinando al vero confronto. Potrà svilupparsi sia come confronto civile dove la società civile vince la propria battaglia perché coinvolta nella forte e determinata resistenza popolare, sia come un’insurrezione armata che utilizza le moderne tecnologie per sfidare le forze militari convenzionali. Hezbollah in Libano fornisce un modello misto tra le due forme con maggiore attenzione alla seconda. Nelle rivolte arabe, abbiamo visto il potere della resistenza civile in Egitto e Tunisia. Sfidare e sconfiggere il colonialismo è stato possibile utilizzando entrambe le forme di lotta in Algeria (liberata negli anni Sessanta) e in Sud Africa (all’inizio degli anni Novanta). Ma in Sud Africa ha avuto successo grazie alla partecipazione civile internazionale. Ogni situazione è unica e la nostra storia è unica così come il tipo di confronto che ci attende, la Palestina è diversa da ogni altro luogo. Ma è chiaro che abbiamo la responsabilità come individui di una società di provare a influenzare l’imminente battaglia così che non sia catastroficamente violenta (meno “il militare crea il diritto” e più “potere al popolo”). Il nostro futuro come esseri umani dipende dalla nostra capacità di lavorare insieme per modificare la nostra situazione. Quelli che pensano che possono permettersi di sedersi e aspettare (e guardano le notizie in tv), perderanno il treno del cambiamento verso la giustizia e rimpiangeranno la loro apatia. Noi palestinesi dobbiamo sopportare il peso del cambiamento – ricordo l’immagine del vecchio che trasportava Gerusalemme e la Palestina sulla sua schiena. Tutti noi siamo responsabili. Non possiamo cullarci sugli aiuti umanitari o su organizzazioni governative e non che ci danno l’illusione di sicurezza e benessere che sia negli Stati Uniti o in Europa, nello Stato di Israele o in quel bantustan chiamato Palestina. Tutti sanno che questo vecchio sistema rende semplicemente i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, distrugge l’ambiente e ci concede di avere elezioni farsa in mezzo alle onde di ribassi economici e di occasionali guerre al terrore, con l’obiettivo di distrarci. http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=2783:la-sfida-alle-porte-il-ruolo-della-societa-civile&catid=23:interventi&Itemid=43
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