Shadi Hamid :L’allargamento del Consiglio di Cooperazione del Golfo: nuovo ordine regionale, vecchie politiche di sicurezza?


L’invito rivolto dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) a Giordania e Marocco a presentare domanda di adesione all’organizzazione ha colto di sorpresa quasi tutti. Ma forse non avrebbe dovuto. Da quando sono cominciate le rivolte arabe, il Golfo ha adottato un atteggiamento regionale aggressivo. Il GCC ha concesso a Bahrein e Oman 20 miliardi di dollari in aiuti, ha mediato la crisi nello Yemen e – cosa forse ancora più importante – ha inviato truppe nel Bahrein per sedare le proteste laggiù.In questo contesto, lasciare che la Giordania e il Marocco entrino nel club fa parte, entro certi limiti, di una logica sensata. I due paesi sono monarchie conservatrici e filo-occidentali che stanno fronteggiando disordini interni e appelli a una maggiore democrazia. Dopo che l’amministrazione Obama ha accettato passivamente il crollo del regime egiziano, l’Arabia Saudita – lo Stato più potente del Golfo – ha iniziato a dubitare dell’impegno degli Stati Uniti a favore della salvaguardia dello status quo regionale. Così ha preso la questione nelle proprie mani. In un’epoca di sconvolgimenti senza precedenti, i sauditi stanno prendendo l’iniziativa per difendere le proprie posizioni.La logica economica che sta dietro questa mossa è molto meno convincente. Rispetto ai paesi del Golfo, la Giordania e il Marocco sono relativamente poveri, con alte sperequazioni economiche, alti livelli di sottoccupazione strutturale, e una corruzione dilagante. Culturalmente, la Giordania e il Marocco non potrebbero essere più diversi dalle nazioni del GCC. E poi, naturalmente, c’è il piccolo problema che questi due paesi non si trovano nel Golfo. Tutto questo suggerisce che il GCC non diventerà l’unione economica integrata che molti speravano. Già la scadenza del 2010 per la creazione di una moneta comune non è stata rispettataConcentrato sulla minaccia iraniana all’esterno, e sui crescenti movimenti di protesta all’interno, il GCC si sta cristallizzando in una vaga e ampia alleanza di sicurezza, dominata dall’Arabia Saudita. La Giordania, in particolare, ha molto da offrire in questo settore, vantando uno degli eserciti e dei servizi di intelligence meglio addestrati della regione. Visto che i paesi del Golfo devono fronteggiare un crescente malcontento, tali servizi potrebbero rivelarsi particolarmente utili. Questo “nuovo” GCC, se mai giungerà a compimento, assomiglierebbe più che altro alle vecchie alleanze della Guerra Fredda, come il Patto di Baghdad, adottato nel 1955, che mirava a contenere l’influenza sovietica.
In poche parole, se la logica a breve termine appare evidente – la sicurezza, dopotutto, ha sempre la precedenza – adottare la Giordania e il Marocco come membri a pieno titolo diluirebbe la sostanza del GCC, allo stesso tempo spingendo gli Stati “filo-democratici” non-allineati, come l’Egitto, la Tunisia, l’Iraq, il Qatar, il Libano e la Turchia, a fare le proprie valutazioni (per non parlare poi dell’Iran). Anche all’interno del GCC, l’entusiasmo per questa mossa sembra essere scarso. A quanto sembra, Kuwait, Oman e Qatar hanno espresso riserve, suggerendo che un GCC a due velocità sarebbe lo scenario più probabile. Con questo sistema, Giordania, Marocco – e qualsiasi eventuale altro paese – potrebbero aspirare tutt’al più a una “partnership privilegiata”, non certo alla piena adesione.
Con il Golfo che sta gettando tutto il suo peso politico nella mischia, e l’Egitto che vuole riaffermarsi come potenza regionale, Giordania e Marocco appaiono come dei pesci fuor d’acqua. Amman e Rabat sono anche i due paesi con una reputazione di intermittenti tentativi di liberalizzazione, di libere elezioni (anche se non necessariamente imparziali), e di inclusione politica dei partiti islamici. Invece di reprimere le recenti proteste con l’esclusivo uso della forza, essi hanno optato per una strategia di compromessi selettivi, avviando un dialogo con l’opposizione e la revisione di alcune leggi.Anche se è improbabile che le monarchie nei due paesi possano cedere volontariamente il potere, per ora non vi sono indizi che esse vogliano ricorrere alla forza bruta contro i propri cittadini. Almeno a parole, il re della Giordania e quello del Marocco si sono impegnati a portare avanti le riforme politiche. In un importante discorso, il 9 marzo, re Mohammed del Marocco ha annunciato cambiamenti radicali, compresi emendamenti costituzionali e un graduale passaggio verso governi eletti, anziché nominati. Tuttavia in Marocco il divario tra la retorica e la politica reale è stato spesso considerevole. L’influenza dell’Arabia Saudita probabilmente porrà seri limiti al processo di democratizzazione in Marocco, proprio come è accaduto in Bahrein.
Gli Stati Uniti, uno stretto alleato di tutti i paesi in questione, hanno ragione ad essere preoccupati. La Giordania è il secondo maggior beneficiario pro-capite degli aiuti americani. Il Marocco, nel frattempo, ha stipulato con gli Stati Uniti un pluriennale accordo “Millennium Challenge Compact” del valore di 698 milioni di dollari. L’Arabia Saudita si sta spingendo ben oltre la sua tradizionale sfera di influenza, anche in territorio statunitense (ed europeo). L’amministrazione Obama, da parte sua, non vuole vedere il Marocco o la Giordania trascinati all’indietro verso un più robusto autoritarismo. Ma gli Stati Uniti, tarpati da un aspro dibattito sul bilancio in patria, non sono disposti a fornire il livello di assistenza economica che invece i sauditi sono pronti a dare.Pertanto, la frattura già di dominio pubblico tra i sauditi e gli Stati Uniti potrebbe continuare ad aggravarsi. Un GCC recentemente rivitalizzato sta spostando le sue strategie e alleanze, mettendo alla prova il tradizionale ruolo dell’America come unico garante della stabilità del Golfo. In maniera sempre più chiara, la regione si trova di fronte non solo a sconvolgimenti interni, ma ad una potenziale “rivoluzione” nella sua fondamentale architettura di sicurezza. Tuttavia, come sottolineerebbero i sauditi stessi, non tutte le rivoluzioni finiscono bene.L’allargamento del Consiglio di Cooperazione del Golfo: nuovo ordine regionale, vecchie politiche di sicurezza?
Shadi Hamid è direttore di ricerca presso il Brookings Doha Center, ed è membro del Saban Center for Middle East Policy presso la Brookings Institution

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