Khaled Diab :Reinventare la lotta palestinese e il Movimento del 15 Marzo
Mentre l’attenzione del mondo è concentrata sui tumultuosi cambiamenti che hanno interessato la Tunisia, l’Egitto, lo Yemen, il Bahrein, la Libia e la Siria, fino a poco tempo fa si sarebbe potuto anche pensare che tutto fosse tranquillo sul fronte israelo-palestinese.Allora, perché i giovani palestinesi non si sono mobilitati per rivendicare i propri diritti come i giovani della regione?Beh, certo non per mancanza di volontà. Ispirati dagli avvenimenti sviluppatisi in Tunisia ed Egitto, e seguendo l’esempio dei giovani di altri luoghi nel mondo arabo, un nuovo movimento giovanile soprannominato da alcuni come il movimento del 15 marzo è emerso in Palestina.La data si riferisce al giorno in cui gli organizzatori, attraverso i social media, gli sms, e i passaparola, sono riusciti ad attirare migliaia di manifestanti per le strade di Ramallah e in altre città della Cisgiordania, così come a Gaza City.
Tuttavia, a differenza di altre sollevazioni popolari della regione, le loro richieste non riguardavano un completo cambiamento di regime, nonostante gli indubbi insuccessi sia di Fatah in Cisgiordania che di Hamas a Gaza, e l’assenza di un mandato democratico per entrambi“La nostra priorità assoluta è quella di porre fine alle divisioni all’interno della società palestinese. Questo è l’unico modo per affrontare l’occupazione”, ha spiegato Z, uno dei fondatori del movimento di Ramallah, che ha preferito non svelare la sua identità per motivi professionali.
Anche altre persone coinvolte nel movimento del 15 marzo sono riluttanti a rivelare la propria identità, anche per sottolineare l’approccio spontaneo e decentralizzato adottato dai manifestanti del Medio Oriente, stanchi dell’autoritarismo, e in parte per evitare di essere individuati dai servizi di sicurezza di Hamas, dell’ANP o di Israele.Nonostante il relativo successo registrato il 15 marzo, il movimento non è riuscito a replicare l’ingrediente di maggior successo delle proteste in Tunisia, Egitto, Yemen e Bahrain: la pressione costante a partire dalle piazze. Questo è in parte dovuto al duplice carattere dell’oppressione nei confronti dei palestinesi, e alle restrizioni al movimento imposte dall’occupazione. “Purtroppo, abbiamo due livelli di repressione in Palestina: quella israeliana e quella sul fronte interno”, dice Z, che ha 20 anni o poco più.
Inoltre, vi è la barriera psicologica di una diffusa disperazione e disillusione che affligge vasti settori della popolazione, che la primavera araba sta iniziando ad intaccare. La maggior parte dei palestinesi che ho incontrato da quando mi sono trasferito a Gerusalemme poche settimane fa parla con entusiasmo ed eccitazione della rivoluzione egiziana.“Il problema dei palestinesi è che per loro le rivoluzioni non sono una novità; o non cambia nulla o le cose peggiorano,” osserva Z. ” Per i palestinesi né le rivolte né i negoziati hanno funzionato – siamo ancora sotto occupazione”.E dopo due intifade intervallate dal processo di pace di Oslo, l’unica cosa a cui i palestinesi hanno assistito è stata la graduale scomparsa della loro patria storica, mentre lo spazio per una futura nazione si è sminuzzato in porzioni sempre più piccole, e i coloni si sono aggiudicati molte delle sue parti migliori.Tuttavia si intravede una speranza, insiste Z. Il recente accordo di riconciliazione firmato a sorpresa da Fatah e Hamas, che molti attribuiscono almeno in parte all’attivismo giovanile, così come le realtà regionali in rapida evoluzione, hanno dato una spinta di incoraggiamento.
Z mi ha detto che una nuova generazione di palestinesi, molti dei quali sono nati intorno al periodo della prima intifada, è pronta a reinventare la lotta.
Ispirandosi al fallimento della violenta seconda intifada e al successo della prima intifada, che fu in gran parte pacifica, così come all’ormai collaudato potere delle masse, e alla protesta nonviolenta come mezzo per avviare il cambiamento nella regione, questa generazione di futuri leader intende combattere l’occupazione con le armi della disobbedienza di massa. “Vogliamo fare una resistenza ‘intelligente’”, dice Z“E’ in arrivo un’intifada moderata e pacifica. Non posso dire quando, ma è inevitabile”, aggiunge con sicurezza. “Stiamo cercando di creare un effetto valanga. In Egitto, ci sono voluti dieci anni per arrivare a questo stadio”.
Gli attivisti palestinesi, spesso in collaborazione con il movimento pacifista israeliano, negli ultimi anni hanno silenziosamente gettato le basi per una resistenza nonviolenta, come dimostra, ad esempio, la serie costante di proteste contro l’espulsione dei palestinesi dalle loro abitazioni, le demolizioni di case, e il muro di separazione israeliano.Da sognatore quale sono, non posso liberarmi dall’idea che un attivismo congiunto israelo-palestinese possa coinvolgere le masse, accompagnato da un’azione comune su larga scala che potrebbe essere il modo più efficace per porre fine all’occupazione e portare la pace.
Nella mia visione, le piazze nelle città di Israele e della Palestina potrebbero riempirsi di persone mobilitate per un unico obiettivo: “Il popolo chiede la fine dell’occupazione”. I manifestanti di entrambi le parti erigerebbero delle tende ai posti di blocco chiedendone l’eliminazione e, chissà, forse un giorno il loro muro potrebbe fare la stessa fine di quello di Berlino.
Ma Z non crede che ci sia molto spazio per una più ampia azione congiunta. “Non abbiamo problemi a lavorare con ebrei e israeliani. Siamo contro la discriminazione razziale e quindi non dovremmo discriminare noi stessi”, dice. “Tuttavia, non pensiamo che la maggior parte degli israeliani se ne curi abbastanza, o sia sufficientemente interessata alla nostra condizione per fare qualcosa. Inoltre, non ci fidiamo abbastanza gli uni degli altri”.
Z e i suoi compagni sono impegnati a formulare una strategia post-riconciliazione che cerchi, in primo luogo, di rafforzare i palestinesi internamente e che li prepari per la fondazione di uno stato, e che poi faccia uso di questa maggiore unità e forza per portare l’occupazione alla conclusione.
“Abbiamo bisogno di volti e partiti politici nuovi. Abbiamo bisogno di rinnovamento attraverso i giovani,” dice Z.
Khaled Diab è un giornalista di origine egiziana residente a Bruxelles; si è occupato di svariate questioni, dall’Unione Europea al Medio Oriente, al rapporto fra Islam e laicità, al multiculturalismo e ai diritti umani
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