Giorgio Gomel : Itamar . Lettera al Presidente della CER e Al Direttore di Shalom. Reazioni della comunità ebraica







1 Ricevo un avviso tramite l’Ufficio Giovani della Comunità dal titolo “Happening e barbecue con i nostri fratelli di Itamar”. Desumo che si tratti di un’iniziativa voluta dal Presidente Pacifici, appena eletto, e diffusa tramite le strutture della Comunità stessa.Il tono è da festa di quartiere o da gita bucolica in un luogo ameno.Rivela una mancanza di sensibilità, di senso della realtà e di onestà intellettuale che colpisce.Itamar non è un posto da barbecue e i suoi abitanti non sono i “nostri fratelli”. Itamar, dove la famiglia Fogel è stata poche settimane fa assassinata, è da molti anni uno degli insediamenti, che oltre ad essere illegali dal punto di vista del diritto internazionale, è tra i più assurdi per la geografia e la storia politica, quasi un emblema della follia del conflitto israelo-palestinese : è vicino alla città di Nablus, la maggiore città palestinese; è un luogo di frizione e violenza continua fra i coloni che vi abitano e i palestinesi dei villaggi vicini. I coloni che vi si sono insediati non sono innocentemente e sentimentalmente i ”nostri fratelli”: sono persone che deliberatamente, mosse da motivazioni diverse, ma nel caso di Itamar per lo più dall’ideologia dell’estremismo nazional-religioso, si sono insediate in quel luogo, costringendo l’esercito israeliano alla loro protezione e di conseguenza a limitazioni e vessazioni punitive della libertà degli abitanti palestinesi della zona.In queste settimane poi, dopo l’orribile omicidio della famiglia Fogel, il villaggio palestinese accanto a Itamar è oggetto di continue incursioni dell’esercito alla ricerca dei potenziali colpevoli: si susseguono arresti, danni alle proprietà, umiliazioni.Era difficile immaginare un’iniziativa peggiore di questa.Itamar



2 Tanto per punttualizzare: questo è il comunicato di condanna per l'atroce strage avvenuta a Itamar comunicato stampa

14 marzo 2011

Il Gruppo Martin Buber-Ebrei per la pace condanna l'atroce strage della famiglia Fogel nell'insediamento di Itamar e confida che l'Autorità Palestinese e il governo di Israele riescano ad arrestare i colpevoli e ad impedire nuove violenze.
Il Gruppo Martin Buber presenta le proprie condoglianze ai parenti della famiglia Fogel.


Gruppo Martin Buber – Ebrei per la Pace




REAZIONI

1 L’Ucei: “Scritte inaccettabili e diseducative


Sono lieto di riportare questa dichiarazione di Renzo Gattegna (nella foto), presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, sulle ingiurie di cui sono stati oggetto Moni Ovadia e Giorgio Gomel. Sebbene tardiva, condanna l’attacco subito da due autorevoli esponenti dell’ebraismo italiano (che avrebbe pure potuto fare lo sforzo di nominare).
L’emotività è forte, comprensibilmente forte, perché viviamo in un’epoca nella quale avvengono ancora fatti che, come la strage di Itamar, generano orrore per la loro natura e per l’efferatezza di cui rimangono vittime adulti e bambini. Ma è necessario uscire dall’equivoco. Non è sulla condanna di quel tragico evento che è emerso il dissenso e commetterebbe un grave errore e si assumerebbe una pesante responsabilità chi volesse creare confusione tra la tragedia che ha colpito la famiglia Fogel e il dibattito, anche aspro, che è attualmente in corso in Israele, nelle comunità ebraiche e in vari consessi internazionali sulla sicurezza e sui confini futuri dello Stato di Israele. Su questo argomento il confronto è aperto e non saranno singoli episodi, per quanto gravi, che potranno impedirne lo svolgimento nella maniera più aperta e democraticaSarebbe inaccettabile se non si potesse discutere in piena libertà di uno dei problemi più importanti per la sicurezza di Israele. Questo infatti è l’argomento principale. Non se ci si deve impegnare per la sicurezza di Israele, ma quale sia il modo migliore per garantirla.Sfido chiunque a dire di poter esprimere certezze e verità assolute mentre tra gli stessi israeliani esiste una grande varietà di opinioni.
Ma prima di parlare dei contenuti richiamo l’attenzione su quanto importante sia imporre a noi stessi il rispetto di alcune basilari regole di metodo, la cui inosservanza ci espone al rischio di far regredire qualsiasi dibattito a rissa verbale, turpiloquio, o peggio.
L’uso di frasi provocatorie, di termini ingiuriosi o diffamatori, di minacce non è segno di maturità e di forza, al contrario è il sintomo che esistono ancora gravi problemi di corretta comunicazione e che, anche su temi di vitale importanza, a volte non siamo in grado di contribuire alla ricerca delle soluzioni migliori, che possono scaturire solo da civili e vivaci confronti di ideeSento il bisogno di esprimere la mia solidarietà al preside della scuola ebraica di Roma, rav Benedetto Carucci Viterbi, responsabile di una istituto che deve restare il punto di aggregazione, di cultura e di confronto nella Roma ebraica e di una scuola i cui muri sono stati offesi e imbrattati da scritte inaccettabili e diseducativeSul rispetto delle regole democratiche e sulla difesa del diritto di tutti a esprimere civilmente le proprie idee l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane si è sempre impegnata a fondo e continuerà a farlo non in maniera teorica o astratta, ma con interventi forti e puntuali nella millenaria tradizione di libertà d’opinione che ci è stata tramandata come valore irrinunciabile Renzo Gattegna

L’Ucei: “Scritte inaccettabili e diseducative2

2 Gad Lerner:Solidarietà a Moni Ovadia e Giorgio Gomel


Sul muro esterno della scuola ebraica di Roma ignoti (ma non troppo) energumeni hanno incollato un attacco volgare e intimidatorio contro due autorevoli esponenti dell’ebraismo italiano: “Ogni ebreo è nostro fratello, Moni Ovadia e Giorgio Gomel no”. Se l’avessero fatto persone estranee alla Comunità, si griderebbe compatti all’antisemitismo. Invece l’attacco minatorio è stato perpetrato per mano di altri ebrei, in dissenso con le posizioni di sinistra espresse da Moni Ovadia e Giorgio Gomel. Tanto basta perchè l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane taccia ipocritamente, manifestando viltà d’animo e falsa equidistanza. Me ne rammarico, e spero ci sia ancora tempo per rimediare. L’ebraismo italiano è sempre stato plurale, questa è la sua vera ricchezza. Chiunque non sia obnubilato dal fanatismo riconosce l’apporto culturale d’eccellenza recato dall’opera di Moni Ovadia a tutti noi. Dovrebbero essergliene grati anche coloro che non condividono le sue idee sulla politica israeliana o italiana. Una Comunità che tollera un simile trattamento delle sue minoranze interne, senza denunciarlo, non solo contravviene ai precetti fondamentali dell’ebraismo, ma manifesta un degrado di costumi preoccupante. Da parte mia, tutta la solidarietà e la condivisione a Moni Ovadia e Giorgio Gomel.
Solidarietà a Moni Ovadia e Giorgio Gomel


3 Giorgio Gomel: “Faciloneria, insensibilità e realtà delle colonie”

4 Tobia Zevi Perché opporsi agli atti di arroganza

perché opporsi agli atti di arroganzaDa ciò che è accaduto nel Ghetto di Roma mi pare che possiamo trarre alcune riflessioni: si può essere in disaccordo, ovviamente, con la lettera di Giorgio Gomel pubblicata su «Shalom», purché il dissenso si manifesti in modo civile. Non è tollerabile che la discussione, di per sé utile, si sposti sulle mura della scuola ebraica, assuma la volgarità come stile, sia tecnicamente illegale.
È quantomeno singolare che ci siano voluti vari giorni per cancellare scritte che solitamente vengono nascoste in un paio d’ore. Queste scritte sono rivelatrici di un senso comune. Una paura («tutti sono contro Israele», «tutti ci vogliono male») che si traduce in atti di arroganza.
È un bene o un male se i dissidi interni alla Comunità divengono di dominio pubblico? Io ritengo che spiegare che gli ebrei non sono un monolite possa essere utile e positivo. Discutiamone. Ho però la strana impressione che gli autori anonimi siano gli stessi che sovente criticano le interviste degli altri. Credono forse che le scritte siano meno visibili dei giornali? Quanta differenza con i ragazzi che hanno cancellato le scritte (il movimento Haviu et Ha-Yom)! Da questi ultimi nessun insulto, foto di gruppo e rivendicazione pubblica del gesto. Un atto politicamente fondativo: si compie un’impresa comune, ci si fa conoscere, si cementa la comunione di animi e obiettivi. La risposta, sempre anonima e vigliacca: «Fatte li cazzi tua». La retorica degli «ebrei buoni» e degli «ebrei cattivi» è veramente oscena, e ricalca quella, altrettanto oscena, contro il «buonismo» e il politically correct. Ammesso che questa questione abbia un senso, non c’è nulla di male a essere buoni. O a esserlo almeno un po’. O a provarci.In tutta la discussione si è scelto di calpestare una parola nobile ed evocativa: «Fratelli». Sarebbe interessante promuovere un dibattito su questo tema, chiedendo lumi ai nostri Maestri. Sarebbe bello se partecipassero anche i protagonisti della polemica. Sempre che tutti abbiano un nome e qualcosa da dire.

5 Anna Foa Civiltà C’è chi si stupisce che gli ebrei nel ventennio fascista siano stati fascisti come gli altri italiani. Ricordo che Tullia Zevi, interrogata tanti anni fa su questo problema, rispose: “E perché non avrebbero dovuto farlo? Erano uguali agli altri italiani”. Siamo proprio uguali, respiriamo la stessa aria, guardiamo gli stessi programmi televisivi, abbiamo comportamenti simili. Le differenze, che certo vi sono, non toccano le percezioni sociali, le emozioni collettive, e ahimè nemmeno più la sfera culturale: siamo sempre più ignoranti, come il resto degli italiani. E allora, non stupiamoci che l’abitudine al rispetto delle idee altrui vada scomparendo, fra noi come nella società tutta, e che si consideri normale insultare sulle pareti di una nostra scuola chi ha espresso civilmente un’opinione diversa dalle altre. Che comportamenti violenti e insulti caratterizzino sempre più il nostro agire sociale. Che il rispetto verso il potere e la sua arroganza, verso il denaro e il guadagno facile si affermino come valori anche del nostro mondo, e che il comportamento civile vada, fra gli ebrei come fra i non ebrei, divenendo una modalità sempre più rara.


6 Havi’u et Hayom: “Oltre il muro” Pochi giorni fa, sui muri della scuola ebraica, è apparsa una scritta: un anonimo autore insultava un membro della nostra comunità. Un’opinione dura e forse poco condivisa, espressa su una lettera pubblicata da Shalom, la causa che probabilmente ha spinto a compiere tale gesto. Due giorni di attesa, e l’insulto continuava ad imbrattare le mura di un edificio che per definizione dovrebbe essere il luogo della cultura, del confronto, del rispetto reciproco. Assistere a tutto questo e rimanere da parte non ci è stato possibile: in questo episodio abbiamo visto una minaccia alla libertà di espressione e di pensiero, proprio all’interno della realtà che è a noi più vicina: la comunità ebraica. La difesa di un valore, dunque, e non di un’opinione è stata la spinta a mobilitarci.L’idea è stata quella di coprire simbolicamente quella che per noi era un’espressione di intolleranza, nell’attesa che venisse rimossa definitivamente; così, muniti di fogli bianchi e scotch, abbiamo creduto, forse ingenuamente, di impegnarci per salvaguardare un interesse generale. La reazione a tutto questo, però, è stata totalmente inaspettata. Il giorno dopo, un’altra scritta è apparsa accanto alla precedente, e stavolta l’oggetto dell’insulto eravamo noi. Noi, Havi’u et Hayom, un gruppo di giovani ebrei nato dall’esigenza comune di proporre uno spazio di incontro e di crescita, autonomi rispetto a qualsiasi altro gruppo o movimento già esistente. Troviamo che la modalità con cui siamo stati criticati non sia soltanto sbagliata, ma sia soprattutto scoraggiante: ci ha stupiti il clima di intolleranza che regna nella nostra comunità, la totale assenza di un dialogo, l’impossibilità di esprimere un qualsiasi pensiero. È triste e frustrante pensare che proprio tra noi ebrei regni un clima così aspro e chiuso al confronto; la nostra storia ci dovrebbe indurre a privilegiare la libera espressione e il dibattito anche sulle tematiche più spinose, perché solo dal confronto può nascere il dialogo indispensabile a mantenere viva e vitale la nostra comunità e a consentire a tutti di coltivare la propria identità ebraica.I ragazzi di Havi’u et Hayom

7 Moni Ovadia : contro di me un atto fascista Un atto intimidatorio e fascista, figlio della temperie berlusconiana”. Moni Ovadia, attore, scrittore e molto altro, bolla così lo striscione anonimo apparso domenica scorsa sul muro della scuola ebraica di Roma: “Ogni ebreo è nostro fratello, Moni Ovadia e Giorgio Gomel no”. Il segno più rumoroso di una polemica che sta lacerando la comunità ebraica italiana. Una ferita (ri)apertasi la settimana scorsa, con una lettera di Gomel al mensile Shalom, in cui l’economista si scagliava contro “l’happening e barbecue con i nostri fratelli di Itamar”. Un’iniziativa organizzata dalla comunità ebraica romana, in quell’insediamento nel West Bank, vicino alla città palestinese di Nablus, dove nel marzo scorso un’intera famiglia di coloni ebrei è stata uccisa. Gomel ha protestato, ad alta voce: “Itamar non è un posto da barbecue e i suoi abitanti non sono i “nostri fratelli”. Itamar è uno degli insediamenti illegali dal punto di vista del diritto internazionale, tra i più assurdi per la geografia e la storia politica. Difficile immaginare un’iniziativa peggiore di questa”. Ne è nato un putiferio, tracimato nello striscione che ha coinvolto Ovadia: anche lui schierato a sinistra, e contrario agli insediamenti dei coloni.
Ovadia cosa ha provato quando ha saputo di quella scritta?Le dirò che quasi me lo aspettavo, vista l’aria che tira nella comunità. Certi ebrei sentono molto la temperie berlusconiana, questo clima in cui si insulta invece che discutere, e in cui chi ha la maggioranza dei voti pensa di avere il diritto della ragione. La tecnica dell’intimidazione è fascista, tipica di tutti i sistemi totalitari.
Perché si è arrivati a questo? Perché la situazione si è fatta molto pesante. C’è il crescere delle destre europee, e in più si è tornati a discutere di processo di pace in Medio Oriente. In certi circoli ebrei, Obama viene definito antisemita solo perché ha timidamente proposto di tornare ai confini del 1967. Il nodo centrale è questo: si possono criticare le idee, ma non insultare chi le esprime.
Anche Gomel è stato duro: la precisazione sui fratelli l’ha fatta per primo lui innanzitutto, Giorgio si è espresso con una lettera firmata, non come gli autori di quel vigliacco striscione. Poi, ha criticato con argomentazioni precise l’uso strumentale del termine fratello.Lei e Gomel comunque non siete isolati. Gad Lerner vi ha difeso sul suo blog, e un gruppo di oltre 50 ebrei romani ha provocatoriamente proposto di scrivere sul muro della scuola “i nostri nomi di proscritti”. Mentre Renzo Gattegna, il presidente dell’Unione Comunità ebraiche italiane, ha deplorato “l’uso di termini diffamatori e ingiuriosi”.
Guardi, come sottolinea giustamente Lerner, nella sua dichiarazione Gattegna non cita neppure il mio nome e quello di Gomel, come se fossero troppo pericolosi. La verità è che episodi del genere vanno condannati con forza, a prescindere. “La calunnia è grave quanto l’omicidio”, sta scritto nel Talmud.Ma l’isolamento… Sono anni che non mi invitano alle manifestazioni per la Giornata della cultura ebraica.

Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica romana, ha annunciato un convegno “in cui discutere della vicenda degli insediamenti”: ha invitato l’ambasciatore di Israele, un rappresentante di Itamar e Gomel. Lei ci andrebbe?
Non a queste condizioni. Perché non invitano anche un rappresentante dell’opposizione? Il governo non può rappresentare tutto Israele. E comunque non ho voglia di espormi a gogne. Per inciso: Pacifici ha fatto la distinzione tra ebrei buoni e cattivi
.Se potesse parlare a quattr’occhi con gli autori dello striscione?

Gli porrei una domanda: “Volete discutere con me, o volete ergervi a miei giudici e carnefici?”


“Contro di me un atto fascista” | Luca De Carolis | Il Fatto ...

Luca De Carolis, Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2011


8 Victor Magiar :“Ritroviamo il confronto con rispetto e spirito critico” .Polemica tra Gomel ed esponenti del Portico d' 'OttaviaDa diversi mesi ha luogo una interminabile querelle fra noti esponenti della cosiddetta “Piazza” del Portico d’Ottavia e Giorgio Gomel, noto esponente del gruppo Martin Buber di Roma. Casus belli della vicenda è una poco fortunata lettera di Gomel pubblicata sul mensile Shalom, che contestava un “barbecue ad Itamar” organizzato dalla Comunità di Roma. Gomel è stato oggetto di una forte contestazione, a volte espressa civilmente e a volte (fin troppo spesso) con messaggi, lettere, articoli, scritte murarie e striscioni ingiuriosi. Fino a che le scritte ingiuriose, ipocritamente anonime, rimangono opera di “note teste calde” possiamo limitarci ad esprimere il nostro disappunto ma, quando rappresentanti delle istituzioni ebraiche si aggregano a tale campagna, arrivando ad imputare al “colpevole di turno” di dire bugie (Gomel è invece persona super informata) o arrivando addirittura ad invocare provvedimenti illiberali, il disappunto non basta più. Per quanto io non condivida gli argomenti e i toni di Gomel, trovo assai più insopportabili, intrinsecamente fascisti, gli argomenti e i toni usati da altri.

Noi siamo una comunità e non un clan.
L’incapacità a discutere fra noi con rispetto, l’incapacità ad avere spirito critico, il voler etichettare ed emarginare persone, sono obiettivamente la premessa della nostra autodistruzione. Quest’anno Kippur dovrebbe durare un’ora di più.
Victor Magiar
Disinformazione scorretta
"Ritroviamo il confronto con rispetto e spirito critico"


9   Lettera firmata   da un gruppo di ebrei  
Siamo sbigottiti per le manifestazioni di intolleranza che si susseguono sulla newsletter dell’UCEI. Ci rifiutiamo di credere che questi linciaggi, anche a carattere personale, rappresentino il pensiero di ebrei italiani. Gli interventi di Pavoncello e Volli sembrano proseguire con furia veemente il pessimo episodio delle scritte di proscrizione sui muri del Palazzo della Cultura della Comunità di Roma. Chiediamo interventi severi e immediati contro queste degenerazioni della vita democratica della nostra Comunità ebraica italiana.

Aldo Zargani, Paola Di Cori, Lello Dell’Ariccia, David Calef, Francesca Alatri, Lee Colbert, Dalia Aminoff, Daniele Naim, Alberto Zevi, Giordano Zevi, Andrea Damascelli, Anna Rossi-Doria, Italo Pergola, Giuseppe Damascelli, Elena Magoia, Lina Zargani, Fiammetta Bises, Mila Manasse, Clotilde Pontecorvo, Marina Del Monte, Bruno Segre (Milano), Michele Luzzati (Pisa), Marina Morpurgo (Milano), Celeste Nicoletti, Tamara Levi, Giorgio Canarutto, Daniele Amati, Susanna Sinigaglia, Andrea Billau, Marco Canarutto, Joan Haim, Stefano Levi Della Torre, Giacoma Limentani, Giorgio Segrè, Lina Cabib, Annalisa Di Nola, Lucio Damascelli, Paolo Amati, Pupa Garribba, Ariela Böhm, Roberto Piperno, Bruno Osimo, Marco Ramazzotti Stockel, Carla Ortona, David Terracini, Roberto Lehman, Gavriel Segre, Deborah Taub, Franco Segre, Alda Segre, Paola De Benedetti, Ester Fano, Claudio Canarutto, Laura Vitale Contini, Bruna Laudi, Marina Astrologo

10 Come già verificatosi a maggio con le scritte e i manifesti ingiuriosi contro Gomel e Ovadia sui muri della Scuola ebraica di Roma, giorni fa sulla newsletter dell’UCEI “L’Unione informa” sono apparsi attacchi furibondi contro Giorgio Gomel e quegli ebrei che osano esprimere le proprie critiche alla linea politica Netanyahu-Lieberman del governo israeliano. Linea politica che molti ebrei in Italia, in altri Paesi e in Israele ritengono suicida.
La cosa è tanto più grave essendo autori di tali attacchi il professor Ugo Volli, che si permette di mettere sullo stesso piano coloro che criticano, come Gomel e altri, la politica del governo d’Israele e il negazionista antisemita professor Moffa, tutti ugualmente “nemici d’Israele”, quindi tutti esclusi da un confronto dialettico all’interno dell’ebraismo italiano; e Vittorio Pavoncello, consigliere dell’Unione, che utilizza l’organo ufficiale dell’UCEI per un attacco personale dai toni ingiuriosi (“…scrive corbellerie, scrive bugie”) e intimidatori (“Io non voglio più leggere questo signore sulla stampa ebraica” ) nei confronti di chi non la pensa come lui.
Che significano affermazioni come queste? E’ forse lui il padrone della stampa ebraica? O forse è più autorevole e conosce meglio la politica di Netanyahu & Lieberman nonché storia e realtà del Medio Oriente delle personalità israeliane che hanno firmato nelle ultime settimane appelli molto ma molto critici verso il loro governo (tra loro l’ex direttore generale del ministero degli Esteri di Gerusalemme Alon Liel, intellettuali del peso di Amos Oz, Avishai Margalit, Ari Folman, Zeev Sternhell; politici come Yael Dayan, economisti come il premio Nobel Daniel Kahneman, ufficiali ed ex generali come Shlomo Gazit, già capo dei Servizi Segreti Militari e e molti altri).
Chi critica – come queste personalità o come l’ex presidente della Knesset Avraham Burg – la politica dell’attuale governo israeliano, che rende impossibile la ripresa dei colloqui di pace con i Palestinesi, ha a cuore il futuro di Israele. Chi invece ne appoggia la politica di colonizzazione non vede il disastro verso il quale essa condurrà Israele.
Ma forse questa voglia di censura – che ci indigna – non dovrebbe meravigliarci: anche nella politica italiana i sostenitori di Berlusconi vorrebbero non leggere più le critiche al governo di questo Paese. E alcuni impedirebbero volentieri che le voci critiche possano esprimersi. Finora per fortuna non siamo arrivati a tanto. Né qui né in Israele.Giuseppe Damascelli

11 Intervenire nel dibattito riportato da Moked relativo alla possibilità di criticare o meno la politica del governo israeliano e la connessione tra essere veri ebrei o ebrei antisemiti, come tra noi alcuni vorrebbero metterla, suscita un senso di fastidio perche presuppone vi debba essere un limite alla libertà di critica e di libera espressione e che essere ebrei si sposi con l’accettazione acritica della politica del governo d’Israele. Senza che si faccia alcuna distinzione tra la critica al governo di Israele e la critica ad Israele tout cour.

Nella sostanza, secondo la visione radicale e bigotta, i veri ebrei sarebbero coloro che lamentano le disgrazie che affliggono il popolo ebraico ed Israele con un persistente vittimismo improduttivo che fa da schermo o predica una politica che nella realtà dei fatti, si dimostra incapace di raccogliere alcun frutto ma al contrario sta perdendo colpi su colpi. E procura vistose perdite anche tra gli amici tradizionali sul cui appoggio si fonda il suo stare tra le nazioni del mondo. E’ evidente a tutti coloro che sanno e vogliono interpretare i fatti che la politica di Netanyahu non persegue il raggiungimento di una soluzione a due stati di Israele e Palestina. Essa persegue la creazione di situazioni sempre meno risolvibili, quali gli insediamenti e la violenza degli insediati, che mostrano la loro riottosa violenza anche contro I soldati di Israele, ed arrivano a bruciare tra l’altro le moschee, come un tempo lo erano in Europa le sinagoghe. Per di più, il continuare delle costruzioni anche nei territori che oggettivamente in un disegno di pace faranno parte della Palestina, mira ad impedire ogni trattativa, quindi a mantenere a tempo indeterminato una situazione di occupazione di territori con l’inevitabile accusa mondiale contro Israele di stato apartheid. Questa accusa potrebbe divenire maggioritaria e condurre alla estromissione dalle Nazioni Unite. Se si è minimamente sensati è difficile deviare da questa conclusione.
Quindi I buoni ebrei sembrerebbero essere coloro che sostengono questo tipo di politica senza sbocchi, e auspicano di fatto la cacciata dalle Nazioni Unite ed il ritorno ad una ghettizzazione del mondo ebraico. Probabilmente questa è la segreta aspirazione dei “buoni” ebrei che amano essere vittime perseguitate e piangere su se stessi, anche quando potrebbero comportarsi da popolo sovrano che compete degnamente nell’arena mondiale.
Al contrario gli ebrei “antisemiti”, quelli che non approvano la politica di Netanyahu e dei suoi alleati nazionalisti e della ortodossia religiosa, vivono Israele come un paese che deve perseguire un accomodamento con la controparte per raggiungere una situazione di convivenza possible in un mondo che percepisca la volontà chiara del paese di giungere ad un compromesso pacifico. Probabilmente è un obbiettivo molto difficle da raggiungere, ma ha il vantaggio di aspirare oggettivamente ad una normalizzazione dei rapporti internazionali, di essere percepito come tale, e con scenari futuri meno tenebrosi. Perché si ritornasse ad avere uno Stato, Israele ha atteso 2000 anni e subìto milioni di morti. Questa volta potrebbe essere anche più difficile una ripresa dopo esserci inimicati il mondo intero ed essere indicati come il vero ostacolo alla pace. Il rischio è veramente grande. Probabilmente la grande nemica di un pensiero logico è l’anima sedicente religiosa e indisponibile di Israele e dei suoi sostenitori ortodossi, costi quel che costi.
Voler mettere a tacere questa ragionevole voce dell’ebraismo italiano ed internazionale equivale a lasciare spazio solo ad una parte dell’opinione ebraica, non sempre ragionevole ed equilibrata e voler negare che ebraismo e democrazia siano compatibili.
David Breakstone, vice-presidente della World Zionist Organization e membro del Jewish Agency Executive, ha scritto recentemente sul Jerusalem Post: “Our “innocence” and their “guilt” are neither excuse nor reason to act obtusely or with recalcitrance in regard to the peace process and the urgings of those who genuinely have our best interests at heart. What we do may have no impact on our avowed enemies, but it still has influence over our friends – and there is no sense in chauvinistically denying that we have them, sometimes even where and when we need them.”
Giorgio Coen
http://moked.it/blog/2011/10/03/il-medio-oriente-israele-e-noi-opinioni-a-confronto/

12  Anna Segre, :Siamo davvero capaci di dialogare?   Da quando scrivo per l’Unione informa ho sempre cercato di evitare i botta e risposta (che i lettori non possono seguire agevolmente e a cui non si possono appassionare) e non ho quasi mai parlato di Israele (salvo riflessioni puramente soggettive e personali), ritenendo che i collaboratori israeliani della newsletter siano molto più qualificati. 
Non ho fatto eccezione neppure la settimana scorsa, visto che il punto focale del mio intervento non era Israele ma l’apertura a tutti di questa newsletter, e il mio scopo non era di attaccare un intervento ma di difenderne un altro (di Giorgio Gomel) contro il quale era stata invocata la censura.
 Ho avuto però l’ingenuità di osservare che la proposta di censura mi sembrava tanto più paradossale in quanto l’intervento criticato sarebbe stato, secondo me, condiviso dalla maggioranza degli israeliani, anche se magari senza troppo entusiasmo (chiedo scusa a Giorgio Gomel per aver usato l’infelice immagine del turarsi il naso). E’ stata un’ingenuità perché non era questo il punto essenziale: se anche l’opinione di Gomel fosse stata davvero minoritaria, o addirittura solo sua, non avrebbe avuto altrettanto diritto di cittadinanza nel dibattito tra gli ebrei italiani?
Nessuno ha spiegato perché invece l’Unione informa dovrebbe censurare gli interventi, con quali criteri si dovrebbe decidere quali pezzi siano da censurare, a chi dovrebbe spettare il diritto di esercitare la censura, ecc. Avrebbe forse potuto nascerne un dibattito interessante. Viceversa, gli insulti e gli attacchi personali sono un mezzo per impedire ogni possibile dialogo. Ma sarebbe utile per l’ebraismo italiano una newsletter in cui solo alcuni possono scrivere e tutti devono sempre concordare su tutto? Perché si dovrebbe perdere tempo a leggerla solo per trovare conferma delle proprie opinioni? Cosa dovrebbe fare chi è stato censurato? E ancora: chi decide? Il consiglio dell’UCEI? E se poi tra quattro anni cambia la maggioranza? I censurati di oggi invocherebbero a loro volta la censura? Mi sembra uno scenario da incubo, ma mi auguro che nessuno davvero auspichi questo.


13   

Sandro Natan Di Castro    :Stanchi di che?

Avrei preferito non essere coinvolto nel recente dibattito sollevato in seguito all’assurda scritta sui muri della scuola ebraica di Roma a opera di qualche invasato insensato.
Chiamato però in causa nel notiziario quotidiano “l’Unione informa” di domenica 29 maggio 2011 da Ugo Volli ( la cui ideologia seguo quasi sempre con attenzione, come quella espressa periodicamente su Israele da altri pubblicisti di carriera, ho l’onere di dover rispondere.
È superfluo convincere Ugo Volli che quanto è accaduto a Itamar (come in altri episodi più o meno simili in passato) costituisce un eccidio brutale, barbaro, efferato da parte palestinese, da condannare e punire con massima fermezza e inflessibilità. Le vittime erano israeliani esattamente come me e quindi fratelli (senza virgolette, caro Volli), uccisi con una barbarie e una ferocia inimmaginabili.
La vita tuttavia continua. Non si può né si deve fermarsi, neppure dopo un tragico episodio come questo. La pace è tuttora lontana, anche se parzialmente più vicina di alcuni anni fa, ma c’è ancora chi si batte per raggiungerla sostenendo i propri diritti senza tuttavia disconoscere a priori quelli della parte avversa. Non è un ritornello riconoscere che anche in questo caso si deve raggiungerla non fra amici, a seguito di un occasionale diverbio, ma fra due popolazioni contendenti, ognuna con le proprie motivazioni, ragioni e pretese.
Su “l’Unione informa” ho letto in passato alcune brevi affermazioni di collaboratori e rappresentanti dell’ebraismo italiano (tralascio i nomi e cito pochi brani unicamente per motivi di spazio) : “… siamo stanchi di sentire che gli abitanti degli insediamenti continuano a essere un ostacolo alla pace, soprattutto per il loro diritto di allargare le proprie abitazioni per dare spazio alle famiglie che crescono…”.
“… Nei territori occupati in seguito alla guerra si svilupparono insediamenti che in gergo giornalistico divennero ben presto colonie. Si può su questo punto criticare la politica di insediamento dei governi israeliani successivi. Tuttavia la categoria semantica «colonie» resta problematica. Il potere coloniale è ben altra cosa: si fonda su una metropoli e sulla installazione di territori immensi e lontani, in una discontinuità storico-geografica, di cui si sfruttano le risorse e dai quali si ricavano redditi…”.


“…la parola “colono”… È un uso del linguaggio così inaccettabile e velenoso da meritare una riflessione, al di là del rifiuto dell’odio. Non si tratta solo di un linguaggio giuridicamente sbagliato e fondamentalmente razzista, vi è in esso un attacco all’identità ebraica. C’è in esso qualcosa di antiebraico, più generale di tutte le spiegazioni che si possono dare sul fatto che Giudea e Samaria sono territori contestati e non territori occupati; che non esiste nessun diritto legale palestinese a tutte le terre al di là di una linea armistiziale che fu stabilita nel ’49 con un accordo a Rodi in cui se ne escludeva esplicitamente la funzione di confine internazionale…”.Rispondo.

Stanchi di che? Di ascoltare e riconoscere la verità sul fatto che gli insediamenti israeliani in Cisgiordania costituiscono un notevole ostacolo (non l’unico, ne esistono altri da parte palestinese) al raggiungimento di un accordo? Cosa devono esprimere i palestinesi che in 44 anni di sottomissione hanno visto giorno dopo giorno crescere e svilupparsi nuovi insediamenti in un territorio destinato dall’inizio (leggi: dalla fine della Guerra dei Sei giorni) alla difesa militare d’Israele e non ad una base espansionistica per una popolazione mossa solo da visioni storiche oltranziste (oltre a puri calcoli economici) e quindi inaccettabili, non diverse da quelle sollevate da settori del mondo arabo nei confronti di Israele. Non dimentichiamo il fatto che Israele ha accettato i confini assegnati nel ’48-’49 e per un ventennio (fino al ’67) non ha sollevato pretese né speranze di future espansioni da attuare alla prima occasione. E non dimentichiamo intenzionalmente che i palestinesi non sono solo gli assassini delle vittime di Itamar.
È auspicabile anche che alcuni opinionisti ebrei italiani, che sulle colonne dei vari periodici ebraici (e su giornali di indubbio servilismo all’attuale governo italiano) non continuino quindi a sorvolare su ogni espressione di diritto all’indipendenza palestinese, necessaria oggi allo stesso Stato d’Israele, risollevando nei loro scritti spesso e in modo talvolta fanatico formule storiche e religiose affatto consone all’epoca attuale in generale ed agli ultimi avvenimenti medio orientali in particolare.
Da qualunque angolo visivo si voglia esaminare ed interpretare la continuazione del “controllo” israeliano su territori assoggettati inizialmente per fini militari, successivamente e unilateralmente per stanziamenti civili fin dalla giusta guerra dei Sei Giorni, non c’è dubbio sul fatto di paragonarlo ad una forma di moderno colonialismo, anche se non simile al modello classico, caratterizzato quest’ultimo fra l’altro dalla distanza geografica fra i confini del “colonizzatore” e quelli del “colonizzato”. È di fatto colonialismo il controllo e l’assunzione di risorse geografiche ed economiche, l’espropriazione di terreni, la limitazione di settori del commercio, il reclutamento di mano d’opera a bassi livelli economici, la creazione di immediati servizi logistici per ogni insediamento, l’ostacolo applicato ai movimenti interni della popolazione assoggettata, il generale atteggiamento di superiorità espresso verso la cultura e le tradizioni del colonizzato, l’aggiornamento dei confini dello Stato nelle carte geografiche ufficiali.
Essere ebreo non indica solo manifestare giustamente contro i nemici dello Stato d’Israele, le loro minacce, il loro terrorismo e la loro violenza, né soltanto realizzando la propria aliyà o sentendosi partecipi dell’esistenza dello Stato ebraico tramite supporti economici, investimenti per acquisti di abitazioni private, scambi turistici o sventolando la bandiera israeliana nel Giorno dell’Indipendenza.


Essere ebreo impegna anche a non accettare definitivamente l’occupazione e la conquista israeliana della Cisgiordania, ancora attiva dopo 44 anni dalla fine della guerra dei Sei Giorni, ed a riconoscere con dignità il diritto di ogni essere umano di qualunque provenienza (in Israele ed in ogni angolo del mondo) ad insorgere con la propria voce contro la sottomissione, l’umiliazione, la dipendenza e la discriminazione prolungate di un’intera popolazione desiderosa, non meno di Israele, di veder riconosciuta la propria indipendenzaIl mio consiglio (non necessariamente accettabile) è di attenersi a quanto succede da 44 anni da ambo le parti dei confini controversi e di non applicare ad altri ebrei, da destra a sinistra e con troppa baldanzosa auto-sicurezza, il termine “razzista”.
Sono nato all’epoca delle leggi razziste, israeliano da più di 50 anni, più che fiero dello Stato d’Israele a cui appartengo, ma a differenza di altri non dimentico mai contro chi e quanto hanno dovuto lottare gli ebrei per ottenere il diritto alla propria indipendenza.

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