Jim Lobe :I neocon prendono di mira il regime di Assad
Nonostante la chiara opposizione dell’amministrazione Obama e l’apparente ambivalenza del governo di destra di Israele, i falchi neocon americani hanno posato lo sguardo sul presidente siriano Bashar al-Assad, sperando che egli sia la prossima tessera del domino a cadere durante la cosiddetta ‘primavera araba’.
In un editoriale che ha avuto molta risonanza, apparso sabato sul Washington Post, Elliot Abrams, consigliere capo dell’ex presidente George Bush per il Medio Oriente, invitava l’amministrazione USA a varare una serie di misure diplomatiche ed economiche simili a quelle prese contro la Libia prima dell’intervento militare degli Stati Uniti e dell’Alleanza Atlantica (NATO), al fine di indebolire il potere di Assad e rafforzare l’opposizione.
Nello stesso giorno, all’intervento di Abrams si aggiungeva un editoriale del Wall Street Journal dai toni molto duri, in cui si esortava Washington ad appoggiare l’opposizione siriana “in tutti i modi possibili”.
Nell’editoriale si leggeva: “Non è possibile sapere chi succederà a Assad, se cade il suo regime appartenente alla minoranza alawita, ma è difficile che esistano leader peggiori di Assad per gli interessi americani”. Dal canto suo, il sempre più neoconservatore Washington Post, che la scorsa settimana aveva definito Assad “un delinquente non redimibile”, incitava l’amministrazione a parteggiare “fermamente per quei siriani che aspirano a un cambiamento autentico”.Inoltre martedì, uno dei principali candidati repubblicani alla presidenza per il 2012, l’ex governatore del Minnesota Tim Pawlenty, ha affermato senza mezzi termini di condividere in pieno i suggerimenti di Abrams e ha definito Assad “un assassino”.
L’ultima campagna, che giunge mentre l’amministrazione si trova sempre più invischiata in una guerra civile in Libia ed è preoccupata per le sfide che attendono i regimi amici del Bahrein e dello Yemen, è stata lanciata la scorsa settimana una volta divenuto chiaro che il regime di Assad sta affrontando quello che la maggior parte degli osservatori americani considera la crisi più grave nei suoi quasi 11 anni al potere.
Si dice che, da quando sono scoppiate le proteste a Deraa nel sud della Siria due settimane fa, più di 60 persone siano state uccise negli scontri dilaganti nel paese fra dimostranti e polizia.
Le speranze che Assad (il quale martedì ha sciolto il governo) annunciasse una serie di riforme, inclusa la fine dello stato di emergenza che dura da quasi 50 anni, sono naufragate mercoledì quando il presidente siriano in un discorso al parlamento ha indicato non meglio definite “cospirazioni” come causa dei disordini. Sebbene Assad abbia lasciato intendere l’effettiva imminenza di importanti riforme, ha comunque evitato di specificarne la natura e la data di attuazione.
“Ci saranno altre manifestazioni”, ha previsto Bassam Haddad, un esperto siriano della George Mason University, aggiungendo che il regime rimane diviso fra riformisti e conservatori. “Se si continua con la linea di Bashar, credo che la reazione (alle future proteste) sarà contenuta; ma se prevalesse la linea dura, assisteremmo a una controffensiva con un effetto a valanga che potrebbe trasformarsi in un incubo per il regime”. Questa sarebbe l’eventualità auspicata dai neoconservatori, alcuni dei quali già hanno fatto notare che una repressione violenta li autorizzerebbe a invocare l’intervento di Washington contro la Libia come precedente a giustificazione di un’azione decisa contro il regime di Assad.L’amministrazione Obama, che ha tentato di dialogare con Damasco nel quadro di una strategia più ampia finalizzata a minare l’alleanza siriana con l’Iran, considerava Assad incline alle riforme, ma con un raggio d’azione limitato rispetto a un’opposizione ben radicata nelle forze di sicurezza e nel partito di governo Baath.
Domenica scorsa, il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha descritto Assad come “un leader diverso”, sottolineando che “molti dei membri del Congresso che si sono recati negli ultimi mesi in Siria hanno avuto l’impressione che egli sia un riformatore”.Il commento della Clinton ha fatto infuriare i neoconservatori che hanno considerato a lungo la dinastia degli Assad come il nemico pubblico numero due, dopo l’Iran, nel Medio Oriente; questo per via dei suoi legami con Teheran, per il suo appoggio di vecchia data a Hezbollah in Libano e a Hamas in Palestina, e per il presunto sostegno all’insorgenza sunnita in Iraq sin dall’invasione USA del 2003.Difatti il famigerato memorandum “Clean Break” del 1996 (preparato per l’allora entrante presidente israeliano Benjamin Netanyahu da numerosi neoconservatori di primo piano che sette anni dopo avrebbero assunto alte cariche nell’amministrazione Bush) descriveva il rovesciamento di Saddam Hussein come un passo cruciale nell’ambito di una più vasta strategia concepita per destabilizzare la Siria. Si dice che, durante la guerra del 2006 fra Israele e Hezbollah, Abrams abbia esortato il ministro della Difesa israeliano a estendere la campagna dei bombardamenti anche a obiettivi interni alla Siria, una linea appoggiata allora pubblicamente da altri neocon esterni all’amministrazione; ma gli israeliani respinsero la proposta.I neoconservatori e i loro alleati nel Congresso hanno osteggiato in tutti i modi gli sforzi compiuti dall’amministrazione Obama per avviare una normalizzazione delle relazioni con Damasco, le quali in effetti si interruppero dopo che l’amministrazione Bush aveva attribuito l’assassinio dell’ex primo ministro libanese Rafik Hariri, avvenuto nel 2005 a Beirut, al regime di Assad. Adesso, comunque, i neocon sono convinti che la primavera araba rappresenti una nuova opportunità per un “cambio di regime” a Damasco; un’opportunità da afferrare al volo.Abrams, che influenzò sensibilmente la politica di Bush in Siria, ha chiesto in particolare all’amministrazione di denunciare con fermezza il regime, di ritirare il proprio ambasciatore, di fare pressioni per un’azione internazionale contro Assad (ivi compresa la sua incriminazione da parte della Corte Penale Internazionale), e di usare l’influenza di Washington con i nuovi governi di Egitto e Tunisia per convincere la Lega Araba, che ha espulso la Libia all’inizio di marzo, ad applicare la stessa sanzione nei confronti di Damasco.Ma, oltre a condannare specifici atti di violenza perpetrati dalle forze dell’ordine ed esprimere disappunto per il discorso pronunciato mercoledì scorso da Assad in parlamento, l’amministrazione non è sembrata intenzionata a seguire questi consigli.
“Washington è già molto impegnata in Medio Oriente”, ha osservato Dov Zakheim (che occupava un posto di rilievo al Pentagono sotto Bush).
“In uno scenario in cui le forze americane sono impegnate in tre paesi musulmani, l’ultima cosa di cui ha bisogno Washington è intervenire verbalmente per restare invischiata in una situazione in cui già vi sono pressioni per ulteriori azioni militari”, ha scritto lunedì Zakheim nel blog Shadow Government su foreignpolicy.com.“L’ultima cosa di cui gli USA hanno bisogno è rimanere intrappolati nel ginepraio siriano”, ha aggiunto Zakheim, evidenziando: “una Siria instabile potrebbe essere tentata (come invece non lo sono stati finora Assad padre e figlio) di attaccare Israele sul fronte del Golan, o di spingere Hezbollah in un conflitto che Damasco poi allargherebbe”.llo stesso modo, Paul Pillar (un analista in pensione della CIA ed ex funzionario della National Intelligence per il Medio Oriente fra il 2000 e il 2005) ha ammonito che il cambio di regime potrebbe avere pessime conseguenze per gli USA e Israele, e che la convinzione di Abrams e del Wall Street Journal, secondo cui qualsiasi regime è preferibile a quello di Assad, è malriposta. “La Siria di Assad è probabilmente il paese più laico del Medio Oriente”, ha fatto notare Pillar nel suo blog su nationalinterest.org. “L’influenza dell’islamismo, in qualunque forma, può soltanto crescere in Siria, qualora ci fosse un cambio di regime; cosa che non sarà gradita a quelli che in Israele e negli Stati Uniti sono preoccupati per il ruolo politico degli islamici”. Jim Lobe è direttore degli uffici di Washington dell’Inter Press Service; segue da anni la politica estera americanaI neocon prendono di mira il regime di Assad

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