PALESTINA: “SONO LE DONNE LE PRIME VITTIME DELL’OCCUPAZIONE”
Combattere l’oppressione significa fare i conti con gli errori e le debolezze interne e creare una società ugualitaria”. Una conversazione sulla condizione della donna palestinese, con la direttrice del centro Shoruq, a al-Ezarya, comunità palestinese accerchiata dal muro.
DI DAOUD AL AHMARRamallah 09 Marzo 2011, Nena News – Lo Shoruq Women Center di al- Ezarya, è una delle molte associazioni di donne disseminate per il Territorio Palestinese Occupato che svolge, come per la maggior parte dei casi, attività mirate al supporto economico e sociale della donna palestinese. Ognuno di questi centri si distingue però per alcune peculiarità, legate all’area geografica, all’ambiente sociale e al contesto economico, strettamente connessi a loro volta alle variegate morse dell’occupazione israeliana.
L’8 marzo è stata un’occasione per approfondire con Fatma F., la direttrice del centro, alcune dinamiche legate al lavoro dell’associazione ma anche e soprattutto il suo pensiero rispetto alla condizione della donna nella società palestinese.
Lo Shoruq raccoglie finanziamenti da diversi enti internazionali ed ha appena inaugurato la nuova sede grazie al supporto del Governo Belga. Il centro è stato fondato nel 2002 ed ha lavorato seguendo il durissimo filo di eventi scaturiti dallo scoppio della seconda Intifada, con progetti volti alla formazione delle donne per l’avvio di piccole attività generatrici di reddito. Col passare degli anni l’associazione stessa è stata in grado di munirsi degli strumenti necessari per la produzione e la vendita di alcuni beni generando dal proprio interno un reddito che ha consentito di colmare le carenze gestionali e migliorare l’amministrazione.
Fatma ci tiene però a sottolineare come “l’importanza del proprio lavoro sia basata sulla presa di coscienza da parte delle donne del loro ruolo all’interno della comunità”. Le conseguenze dell’occupazione israeliana che da anni lacera la società palestinese, sono accentuate a el-Ezarya dall’impatto della costruzione del muro. La città, sita alla periferia di Gerusalemme, e adiacente ad Abu Dis, è stata improvvisamente tagliata in due dal muro di separazione che ha avuto come immediata conseguenza, oltre all’impedimento della circolazione, un aumento vertiginoso della disoccupazione: tutti coloro che lavoravano a Gerusalemme o in Israele, nel giro di pochissimo tempo, sono stati privati del proprio impiego.“In un contesto come questo le donne”, assicura la direttrice, “sono le prime vittime sia in termini di violenza esterna che del meccanismo di sfruttamento interno che l’occupazione impone”. Alla brutalità da parte dell’esercito e all’umiliazione costante a cui sono soggetti i cittadini palestinesi di Ezarya, vanno sommate le difficoltà quotidiane delle donne che, oltre ad occuparsi della crescita e dell’educazione dei figli, dell’amministrazione della casa, svolgono spesso mestieri non qualificati e sottopagati, in particolare nelle aree urbane. Inoltre l’alto tasso di disoccupazione maschile ha il pernicioso effetto di ledere i rapporti intercomunitari e favorire la conflittualità all’interno del nucleo familiare dove i membri di sesso femminile pagano il prezzo più alto.
“Le donne”, afferma senza possibilità di replica la direttrice, “sono e devono essere il fulcro del cambiamento e l’emancipazione all’interno della famiglia è il cammino da intraprendere per una svolta sociale e politica. E siccome qui politica ha anche il significato di guerra, il loro ruolo è tanto più importante e colmo di significato: combattere l’oppressione significa innanzitutto fare i conti con gli errori e le debolezze interne e creare una società egualitaria che costituisca una fibra vigorosa capace di contrastare l’occupazione”.
Un ulteriore compito che s’impone alla donna palestinese, secondo la responsabile dello Shoruq, è la salvaguardia della cultura. L’impegno per la preservazione e la valorizzazione della cultura, in un posto in cui l’occupazione è anche sinonimo di “mortificazione identitaria”, è una responsabilità ineludibile. Per scongiurare ogni equivoco, Fatma ci tiene ad evidenziare la distinzione tra tradizione e cultura: se talune pratiche tradizionali necessitano di cambiamento, talvolta anche radicale, poiché marginalizzano e sviliscono la donna, tanto nel suo essere che nel suo “status” sociale, le armi per contrastare tali disuguaglianze sono all’interno della stessa cultura palestinese dove la posizione della componente femminile è centrale. La critica di certi costumi però, non può che fiorire da una robusta educazione, educazione che col passare degli anni è stata messa a durissima prova dal conflitto impoverendo in particolar modo l’istruzione femminile.Il lavoro di associazioni come lo Shoruq è allora fondamentale in questo senso: nel favorire e promuovere un’educazione dal basso affinché le donne siano in grado di sviluppare una coscienza critica atta alla rivendicazione del loro ruolo all’interno della società palestinese che oggi più che mai richiede cambiamento, eguaglianza e unità per uscire dal ristagno di un’occupazione pericolosamente normalizzata che genera le sue quotidiane ingiustizie. Nena NewsPALESTINA: “SONO LE DONNE LE PRIME VITTIME DELL’OCCUPAZIONE”
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