L’impasse libica, le divisioni internazionali, e l’avventurismo americano
Quello che molti temevano sembra si stia materializzando in Libia. Una fase di stallo si sta profilando nella crisi libica, visto che nessuna delle due parti appare in grado di sconfiggere rapidamente l’altra.Se fino alla fine di febbraio il regime guidato dal colonnello Gheddafi aveva rapidamente perso il controllo di ampie zone del paese, soprattutto lungo la fascia costiera dove si trovano le principali città libiche ed importanti infrastrutture economiche, lo slancio dei ribelli ora si è esaurito, e le forze fedeli al regime stanno tentando, seppure con scarso successo, di riconquistare alcune delle posizioni perdute.Le forze di opposizione presenti in alcuni centri della Libia occidentale sono isolate, e non riescono a ricevere aiuti dai ribelli della Cirenaica. Dal canto suo Gheddafi può contare sulla supremazia aerea, che gli permette di bombardare dal cielo le posizioni dei ribelli, ma non sembra disporre di forze sufficienti per organizzare un contrattacco su vasta scala che gli consenta di riacquistare il controllo delle zone orientali del paese.In ogni caso, due elementi sembrano essere sufficientemente chiari: più si trascinerà il conflitto, più aumenteranno le probabilità di sopravvivenza politica di Gheddafi; e più pesante diventerà il bilancio delle vittime civili, aggravando una crisi umanitaria che già conta oltre 200.000 profughi e una situazione di emergenza al confine con la Tunisia.
LA CRISI LIBICA COME SINTOMO DEI MALI DELLA GLOBALIZZAZIONE
Ma vi sono anche altre questioni che preoccupano i paesi europei e gli Stati Uniti. A causa della crisi, tre quarti dell’oltre 1,6 milioni di barili al giorno un tempo prodotti dalla Libia sono fuori dal mercato. Paesi come l’Italia e la Germania contavano in buona parte sulle esportazioni libiche per i propri approvvigionamenti energetici. La crisi libica e l’incertezza che avvolge l’intera regione mediorientale hanno già fatto schizzare i prezzi del greggio ben al di sopra dei 100 dollari al barile.
Al di là delle preoccupazioni immediate, vi sono poi considerazioni più a lungo termine. La Libia ha riserve accertate per oltre 41 miliardi di barili di petrolio. Si tratta delle maggiori riserve del continente africano. Inoltre solo il 25% del suo territorio è stato finora esplorato. La Libia è anche il quarto produttore di gas in Africa, dopo Nigeria, Algeria ed Egitto.
Importanti compagnie occidentali (petrolifere e non) avevano ottenuto sostanziosi contratti e investito enormi quantità di denaro in Libia. Dopo l’avvio del processo di “riabilitazione” del regime di Gheddafi e la sua progressiva riammissione nella comunità internazionale, a partire dal 2003, la Libia era diventata una delle nuove frontiere della globalizzazione nel continente africano, il nuovo “eldorado” per molte società europee ed americane.
L’Africa del resto rappresenta l’ultimo continente “inesplorato” dal punto di vista delle risorse energetiche e minerarie, un potenziale “miracolo economico” che sta attirando gli appetiti di molti, e non solo in Occidente.
Ad esempio i turchi hanno contratti in Libia per ben 15 miliardi di dollari; 37 importanti compagnie coreane sono impegnate in grandi progetti, tra cui la costruzione di centrali elettriche (dove sono al lavoro la Hyundai e la Daewoo Engineering and Construction).
E poi vi sono gli enormi capitali cinesi. Pechino ha investito 14 miliardi di dollari in progetti legati all’industria petrolifera e alle infrastrutture del paese nordafricano. Gli scambi commerciali fra la Libia e la Cina hanno superato i 6,5 miliardi di dollari lo scorso anno.
Tripoli, come altri paesi africani, ha dato il benvenuto ai capitali di Pechino, che non ha un passato coloniale da cui redimersi ed è fautrice di una politica di “non-ingerenza” negli affari interni dei singoli paesi che non può non essere benvista dal regime libico e da molti altri regimi africani non democratici, nel momento in cui tale “non-interferenza” si traduce nel chiudere gli occhi di fronte all’oppressione e all’ingiustizia (peraltro una cosa che all’occorrenza hanno dimostrato di saper fare benissimo anche i paesi occidentali, malgrado il loro sbandierato interesse per i diritti umani).
La crisi libica e le turbolenze in tutto il Nord Africa mettono dunque in discussione non solo l’approccio dell’Occidente, ma l’intero sistema globalizzato degli “affari” e degli investimenti nella regione. Troppo spesso questi soldi vanno a finire nelle tasche di regimi dittatoriali permettendo loro di rafforzare i propri strumenti di repressione (basti pensare ai mercenari profumatamente pagati da Gheddafi), e non avvantaggiano in alcun modo le popolazioni da essi governate.
La tragedia della Libia rappresenta l’ennesimo grave sintomo delle tensioni esistenti nell’attuale modello globale squilibrato e senza regole, che è inevitabilmente destinato a produrre esplosioni come quella libica – e forse in futuro anche peggiori.
LE DIVISIONI DELLA COMUNITA’ INTERNAZIONALE
Ma proprio perché tutte le grandi potenze avevano partecipazioni e investimenti in Libia, che questo paese scivoli in una guerra civile dagli esiti imprevedibili non è nell’interesse di nessuno. Nonostante ciò, la reazione della comunità internazionale di fronte a questa crisi è stata tutt’altro che unanime.
Dietro la risoluzione di condanna approvata dall’ONU all’unanimità si nascondono infatti posizioni profondamente diverse. Tale risoluzione contiene inoltre numerose ipocrisie. Ad esempio, pur imponendo un embargo alla vendita di armamenti al regime, non stabilisce strumenti per sanzionare i produttori di armi che dovessero violarlo, e le maglie larghe delle sanzioni permettono tuttora ad alcune compagnie petrolifere di acquistare greggio dal regime libico in maniera perfettamente legale.
L’ONU è del resto un organismo privo di poteri effettivi e indebolito da un processo di delegittimazione protrattosi per anni, soprattutto grazie alle politiche della passata amministrazione Bush (culminate con l’invasione unilaterale dell’Iraq del 2003).
In generale, la condanna della repressione condotta da Gheddafi è stata tardiva da parte di tutti quei paesi che avevano grossi interessi in Libia. Ma ora che il grande passo di “scaricare” il leader libico è stato compiuto a livello internazionale, resta il dilemma di come “traghettare” la Libia all’era post-Gheddafi evitando che essa scivoli in un’interminabile guerra civile il cui esito potrebbe essere la divisione di fatto del paese, o la sua trasformazione in uno Stato fallito.
A questo proposito va subito detto che, se la Gran Bretagna e gli Stati Uniti hanno affermato che “tutte le opzioni sono sul tavolo” (ed in particolare l’eventuale imposizione di una no-fly zone per impedire che Gheddafi continui a bombardare dall’alto i ribelli e a far affluire in Libia mercenari provenienti dai paesi sub-sahariani), la Francia ha sottolineato che un intervento di questo genere necessita inevitabilmente di un mandato da parte dell’ONU, e Cina e Russia, altri due membri del Consiglio di Sicurezza con il potere di veto, si sono dette immediatamente contrarie a qualsiasi intervento militare (compresa l’imposizione di una no-fly zone).
Dietro la posizione di Mosca e di Pechino vi sono i loro tradizionali sospetti nei confronti delle reali intenzioni degli USA, il ricordo dell’Iraq (dove la no-fly zone inizialmente approvata dall’ONU all’indomani della prima guerra del Golfo, essenzialmente per aiutare i curdi, si estese successivamente a coprire l’intero paese protraendosi per dieci anni, e costituendo per gli USA uno dei pretesti per militarizzare il Golfo Persico), e – in particolare per quanto riguarda la Cina – il timore che l’approvazione di una missione in Libia intacchi irreparabilmente quel principio di “non-ingerenza” tanto caro a Pechino anche in conseguenza del desiderio cinese di impedire ogni intromissione straniera in delicate situazioni interne come quella del Tibet e dello Xinjiang.
Fra l’altro, la ribellione libica non è che l’ultima e più grave manifestazione di quelle “rivoluzioni democratiche arabe” che a partire da gennaio stanno mettendo a dura prova gli equilibri regionali, e perfino mondiali. Tali rivoluzioni, se hanno provocato non pochi grattacapi a Washington – soprattutto nel momento in cui ha perso un alleato fidato come Mubarak, e ha visto vacillare pericolosamente la famiglia regnante del Bahrein, vitale alleato degli USA nel Golfo – non
benviste neanche da Pechino.
Nelle scorse settimane, un numero relativamente ristretto di attivisti cinesi aveva addirittura avanzato su internet l’idea di importare in Cina la “Rivoluzione del gelsomino” scoppiata in Nord Africa, suscitando – malgrado il carattere probabilmente velleitario della loro iniziativa – le ansie di Pechino.
I mezzi di informazione ufficiali della Cina hanno fatto attenzione a mettere in luce gli effetti negativi delle rivolte arabe sulle economie e sulle società di tali paesi. Nei giorni scorsi, il giornale del partito comunista cinese della capitale ha condannato apertamente i movimenti di protesta arabi, responsabili di portare caos e miseria nei loro paesi, sottolineando inoltre le nette differenze esistenti fra la Cina e i paesi arabi.
Anche la Turchia si è dichiarata profondamente contraria a qualsiasi intervento di carattere militare in Libia, così come all’imposizione di ulteriori sanzioni che rischierebbero di danneggiare il popolo libico invece che il regime. Fra l’altro Ankara, oltre ad aver compiuto considerevoli investimenti in Libia, negli ultimi anni aveva ricevuto un trattamento preferenziale da parte del regime libico. Sebbene abbia condannato la repressione violenta di Gheddafi, la Turchia è stata fra i paesi che nei giorni scorsi si sono spesi maggiormente per tentare una mediazione fra il regime e i ribelli.
A sostenere apertamente Gheddafi sono tuttavia rimasti in pochissimi, ed in particolare leader come Hugo Chávez e Fidel Castro, che hanno accordato la loro solidarietà al colonnello libico essenzialmente sulla base di una comune militanza “anti-imperialista” ed antiamericana. La posizione di Chávez e Castro è stata tuttavia aspramente criticata nel mondo arabo, anche da alcuniesponenti di quella resistenza islamica con cui i due leader latinoamericani hanno tradizionalmente ottimi rapporti.
Tali esponenti hanno rinfacciato a Chávez e Castro di non comprendere che Gheddafi si era arreso “all’imperialismo ed alla globalizzazione di stampo americano” a partire dal 2003, che egli ha dato il proprio appoggio a dittatori come Ben Ali e Mubarak, e che ha oppresso il suo popolo, calpestando quegli stessi ideali rivoluzionari che Chávez e Castro ritengono di difendere e di rappresentare.
L’AVVENTURISMO AMERICANO
Vista la debolezza delle Nazioni Unite e le divisioni esistenti nella comunità internazionale, se da un lato è evidente che Gheddafi è isolato nel mondo (oltre alla condanna dell’ONU sono arrivate quelle dell’Unione Europea, della Lega Araba, dell’Organizzazione della Conferenza Islamica, e dell’Unione Africana), dall’altro è estremamente difficile che il Consiglio di Sicurezza riesca a promuovere un eventuale intervento militare in Libia – fosse anche soltanto l’imposizione di una no-fly zone – che abbia veramente una legittimazione internazionale.
Di fronte al prevedibile aumento delle vittime civili (ma altri potrebbero dire: di fronte alla prospettiva di perdere per gli anni a venire il quarto paese africano per riserve petrolifere) gli americani sembrano tuttavia sempre più intenzionati ad intervenire, spinti anche da chi – in America e in Europa – invoca la cosiddetta “responsabilità di proteggere”, quel principio – sancito anche in sede ONU – in base al quale la sovranità degli Stati passerebbe in secondo piano di fronte al comportamento di governi che si macchino di crimini contro l’umanità (tale principio, tuttavia, se invocato solo da alcuni, e non dall’intera comunità internazionale, rischia di diventare – a giudizio di diversi osservatori arabi – un pretesto per interventi unilaterali in altri paesi).
Bisogna sottolineare a questo punto che anche l’imposizione di una no-fly zone (il tipo di intervento ritenuto più probabile in questo momento) sarebbe un’operazione bellica in piena regola. In Iraq, dopo la guerra del Golfo del 1991, furono necessari oltre 200 caccia americani e decine di caccia britannici, oltre ad aerei radar e al supporto logistico. Nel caso libico sarebbero inoltre necessari attacchi preventivi per neutralizzare le capacità antiaeree del regime.
In assenza di un’autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza, un intervento militare di questo o di altro genere sarebbe di fatto illegale dal punto di vista del diritto internazionale.
Si profilerebbe dunque una situazione analoga a quella del 1999, quando la NATO bombardò la Serbia per porre fine alle atrocità contro la popolazione civile nel Kosovo, dopo che Russia e Cina avevano bloccato l’approvazione di un’operazione militare in sede ONU.
Gli effetti potrebbero essere disastrosi. Come detto, anche la sola imposizione di una no-fly zone comporterebbe azioni di guerra e un imponente dispiegamento di forze. Un intervento USA o NATO verrebbe visto ancora una volta – nel mondo arabo e non solo – come un’operazione unilaterale contro un paese islamico ricco di petrolio. Lo spettro dell’Iraq pesa ancora come un macigno sulla reputazione americana, e dell’Occidente in generale.
Le credenziali di Washington come difensore dei diritti umani sono poi ulteriormente macchiate dall’atteggiamento altalenante tenuto in queste settimane dagli Stati Uniti di fronte alle diverse ribellioni arabe. In Egitto e in Tunisia gli USA hanno appoggiato il cambiamento solo quando era ormai evidente che la posizione di Mubarak e Ben Ali era insostenibile. In Libia gli americani hanno mostrato maggior decisione, avendo minori legami con Gheddafi. Nel Bahrein Washington ha invece offerto tutto il proprio appoggio alla famiglia reale Al Khalifa, spingendo i manifestanti a negoziare con essa un processo di riforma “graduale”.
Gheddafi dunque potrebbe trarre grandi vantaggi da un intervento occidentale unilaterale, potendo gridare all’aggressione occidentale ed ergersi a eroe della resistenza contro l’imperialismo americano. Inoltre la stessa rivoluzione libica potrebbe essere di fatto delegittimata. I ribelli avrebbero difficoltà a continuare a definirsi un movimento popolare spontaneo, autoctono e indipendente contro la tirannia, e potrebbero essere dipinti (da Gheddafi, ma anche da altri nel mondo arabo) come “agenti” dell’Occidente o degli americani, come accadde agli sciiti iracheni a seguito dell’invasione americana del 2003.
Ciò a sua volta rischierebbe di creare spaccature all’interno dello stesso popolo libico, e all’interno dello stesso movimento dei ribelli, con la conseguente comparsa di fronti favorevoli e contrari all’intervento occidentale. Gli ideali della giustizia, dell’uguaglianza e della liberazione dalla tirannia, che hanno animato finora la sollevazione libica, finirebbero soffocati e schiacciati da queste contrapposizioni.
Inoltre, l’intervento straniero aprirebbe la strada all’ “islamizzazione” del conflitto libico, rischiando di richiamare in Libia estremisti antiamericani e combattenti stranieri (di cui adesso non vi è traccia), proprio come accadde in Iraq, dove al-Qaeda si annidò nel paese in conseguenza dell’intervento americano, e non prima.
In sostanza, un intervento occidentale non legittimato dall’ONU (ma in realtà anche un intervento USA o NATO a cui l’ONU dia semplicemente una legittimazione di facciata) potrebbe essere la ricetta più immediata per l’ “iraqizzazione” (o “afghanizzazione”, o “somalizzazione” che dir si voglia) della Libia.
Ciò rischia di avverarsi a maggior ragione se si considera che l’imposizione di una no-fly zone, a fronte dei rischi appena citati, non fornisce alcuna garanzia di una rapida conclusione del conflitto con la caduta di Gheddafi. In altre parole, gli USA o la NATO rischiano di rimanere impantanati nel paese, forse per anni, aggravando enormemente i rischi che abbiamo appena citato – e cioè aumentando enormemente la probabilità di creare un “Afghanistan” nel cuore del Mediterraneo.
UN “PATTO SCELLERATO” NEL GOLFO?
Di questi rischi sembrano essere consapevoli anche gli americani ed i paesi europei, che stanno mettendo in atto svariati tentativi per cercare di mobilitare il più ampio “consenso” possibile a livello internazionale, a cominciare dai paesi arabi.
Questi ultimi si erano mostrati inizialmente ostili a qualsiasi intervento straniero. La Lega Araba aveva espresso il proprio rifiuto, accennando invece alla possibilità che una no-fly zone venisse imposta dai paesi arabi in collaborazione con l’Unione Africana.
Tuttavia il consenso arabo a un intervento militare occidentale potrebbe dipendere da eventi che hanno poco a che fare con la Libia.
Nelle scorse settimane, una serie di inviati provenienti dal Bahrein e da altri paesi della penisola araba sono giunti a Washington per ammonire gli americani che, se avessero sostenuto ulteriormente le istanze democratiche arabe, in particolare nel Golfo Persico, il governo del Bahreinsarebbe potuto cadere.
Il Bahrein è un piccolo arcipelago a maggioranza sciita, governato però da una famiglia sunnita (la famiglia Al Khalifa), situato a poche decine di chilometri dalla costa saudita e collegato ad essa da una superstrada sopraelevata. Esso inoltre ospita la V flotta della marina militare americana, ed è un membro strategico dell’alleanza araba filoamericana contro l’Iran.
Se la famiglia Al Khalifa che regna sul Bahrein fosse caduta – hanno ammonito i governanti arabi del Golfo – gli Stati Uniti avrebbero perso un alleato vitale. Inoltre ci sarebbe stato il rischio di un intervento militare saudita nel piccolo emirato, per mettere a tacere la componente sciita del paese che chiede giustizia sociale e democrazia.
I sauditi temono infatti che la sollevazione sciita del Bahrein induca a sua volta la discriminata minoranza sciita presente nella vicina regione orientale dell’Arabia Saudita a sollevarsi. Un intervento militare saudita in Bahrein però potrebbe spingere a sua volta l’Iran ad intervenire – seppure anche soltanto in maniera indiretta – a sostegno delle minoranze sciite nel Golfo. La destabilizzazione dell’area di maggiore importanza strategica per l’approvvigionamento energetico mondiale sarebbe assicurata.
Un simile scenario ha convinto gli USA ad adottare una nuova strategia, in particolare nei paesi del Golfo, fantasiosamente definita come “regime alteration”, ovvero una riforma “progressiva” dei regimi esistenti (cioè un mantenimento di fatto dello status quo, sostengono i critici di Washington ) in contrapposizione all’immediato processo di democratizzazione che sta avvenendo, seppur con grandi difficoltà, in Egitto e in Tunisia.
Il Wall Street Journal afferma che anche Israele avrebbe fatto sentire la propria voce, spingendo Washington a rassicurare i propri alleati arabi nel Golfo che non li avrebbe abbandonati. La tesi di Tel Aviv è che “forze estremiste” potrebbero approfittare dei nuovi spazi di libertà e democrazia in Medio Oriente per minacciare la sicurezza di Israele
In cambio del rinnovato sostegno di Washington, i paesi arabi del Golfo potrebbero appoggiare un intervento militare USA – quantomeno nella forma di una no-fly zone – in Libia, dove invece la teoria del “regime alteration” cede umilmente il passo a quella del “regime change”.
Ecco infatti che il Consiglio di Cooperazione del Golfo, che riunisce tutti i paesi della penisola araba ad esclusione dello Yemen, ha improvvisamente invocato a gran voce l’approvazione da parte dell’ONU di una no-fly zone in Libia, ed ha chiesto un’urgente riunione della Lega Araba, forse per spingere questo organismo ad assumere la stessa posizione.
Qualora la Lega Araba e anche l’Unione Africana dovessero appoggiare l’imposizione di una no-fly zone, Russia e Cina – tradizionalmente “sensibili” alle posizioni assunte da questi due organismi – potrebbero forse addirittura risolversi, sebbene controvoglia, a dare il loro benestare ad un’azione USA o NATO mascherata da intervento internazionale sancito dall’ONU. Gran Bretagna e Francia stanno lavorando a una bozza di risoluzione in tal senso
E’ tuttavia necessario comprendere che, a causa dei massacri indiscriminati che hanno compiuto in Iraq e in Afghanistan, né gli USA né la NATO hanno un’autorità morale superiore a quella di Gheddafi agli occhi del mondo non occidentale, e soprattutto agli occhi del mondo arabo-islamico.
Anche se una no-fly zone imposta dagli USA o dalla NATO dovesse avere l’imprimatur dell’ONU (cosa che rimane comunque abbastanza difficile), i rischi di una “afghanizzazione” del conflitto libico a cui abbiamo accennato sopra non sarebbero affatto fugati. Non bisogna infatti dimenticare che la guerra americana in Afghanistan aveva avuto il beneplacito internazionale, e che l’invasione dell’Iraq era stata appoggiata dai paesi del Golfo e dallo stesso Egitto.
Per scongiurare realmente tali rischi, la no-fly zone in Libia dovrebbe essere imposta da forze non occidentali (eventualmente arabe, islamiche o africane), come aveva proposto in un primo momento la Lega Araba
Altre considerazioni, poi, dovrebbero scoraggiare un impegno militare americano. Gli Stati Uniti hanno tuttora truppe dispiegate in Iraq e in Afghanistan. Un impegno in Libia equivarrebbe ad aprire un “terzo fronte”, cosa che potrebbe essere al di sopra delle forze perfino di una superpotenza come gli USA.
Non bisogna neanche dimenticare che Washington sta attraversando una gravissima crisi economica, e che le spese militari già incidono enormemente sul debito pubblico americano. La pratica adottata dagli USA di finanziare le proprie guerre attraverso il debito pubblico, un terzo del quale è ormai controllato da paesi stranieri, potrebbe rivelarsi una bomba ad orologeria.

Commenti
Posta un commento