Loredana Rubeis : L’ESEMPIO MEDIORIENTALE E L’ITALIA DEI DINOSAURI


    Mentre in Egitto continuavano le proteste nella storica piazza Tahrir e nelle strade davanti al parlamento, dove migliaia di manifestanti si erano riuniti nonostante le minacce di repressione del governo e lo sguardo vigile dell’esercito, le informazioni hanno attraversato il Mediterraneo e sono giunte un po’ alla volta in Italia tra il pizzico di indifferenza e di noia con cui solitamente vengono accolte  notizie di questo genere dallo spensierato popolo italiano.L’America di Obama, che assicura annualmente all’Egitto aiuti per 1,5 miliardi di dollari, ha cercato tramite dichiarazione ufficiali e continui appelli, seppur dai contenuti altalenanti, di aggiudicarsi un ruolo in quella che sarà la difficile transizione egiziana. Lo stato di Israele, fiero di “essere l’unica democrazia in Medio Oriente” non ha risparmiato esortazioni agli Stati Uniti e ad alcuni paesi membri dell’Unione Europea affinché sostenessero il regime di Mubarak a favore, come sempre, della stabilità.A farsi sentire poco è stata la voce europea – che l’EEAS,  il costoso servizio diplomatico europeo (3 miliardi il budget annuo), dovrebbe far risuonare unita e decisa di fronte ai più importanti eventi internazionali. L’Europa, incerta, fa appelli retorici alla democrazia e all’ordine, appelli con poca risonanza nei media, che palesano però chiaramente ciò che è stato espresso dal sottosegretario agli Esteri Mantica: “l’Europa non ha mai posto il Mediterraneo fra le sue priorità”.Ancor più assurdo e inspiegabile è stato il silenzio italiano a tratti rotto da dichiarazioni di Frattini o di Berlusconi che sembravano illudersi di poter sostenere ancora un Egitto che non c’è più, un regime parassitario foraggiato, come tanti altri, dalle democrazie occidentali come “argine al terrorismo”, usando le parole del nostro Ministro degli Esteri, e che si è rivelato invece con il suo ristagno di caos, miseria e scontento l’ambiente ideale per alimentare forme di estremismo e integralismo religioso.Roma tace. Si dimostra indifferente, gira la testa, si cala morbosamente negli scandali di palazzo, nelle confessioni della promettente “nipote”. E’ così che, come osserva Caracciolo, l’Italia perde la sua occasione di incidere su una svolta storica, di influenzare il  futuro e il cambiamento del suo più importante partner politico ed economico del Mediterraneo, di mobilitare risorse per ciò che riguarderà molto da vicino la nostra e le prossime generazioni.La rivoluzione pacifica in Egitto è proseguita, trasversale, di massa,  esemplare nei contenuti e nei suoi slogan – di cui pochi religiosi – inneggianti alla giustizia, alla libertà e all’uguaglianza. Esemplare nella tolleranza religiosa di cui i manifestanti hanno dato dimostrazione nella storica piazza Tahrir dove hanno alternato preghiere musulmane  e messe copte, simbolicamente tenendo in una mano la croce, nell’altra il Corano. Prova di maturità e dialogo che ha spiazzato i tanti opinionisti e scribacchini che cercavano in tutti i modi  di dimostrare il  legame di  questa sollevazione di popolo con un pericoloso sussulto estremista in cui certamente non sarebbe mancato lo zampino di Al-Qaeda.Ecco la lezione di democrazia e di non violenza della civiltà egiziana, spesso offuscata nei nostri telegiornali dalle varie puntate del bunga bunga e dalle dichiarazioni di sentita solidarietà del nostro Ministro degli Esteri al presidente Mubarak, esempio di saggezza e niente meno che di coraggio e lungimiranza politica.Nel mondo arabo, è stato detto in questi giorni di fuoco, “è caduto il muro della paura”, il popolo ha trovato il coraggio e la forza di opporsi a costo della vita – oltre 300 le vittime della protesta nei confronti di un regime corrotto e ingiusto.Ma è un altro il muro che sembra oggi così resistente e infrangibile in Italia e in Occidente: è il muro di gomma della rassegnazione e dell’indifferenza, del ripiegamento nella dimensione privata, nell’arte della sopravvivenza  e dell’arrangiarsi.I giovani italiani, in una condizione spaventosa, tra contratti cococò e cocoprò, precariato e sfruttamento sono incapaci di costruirsi una vita autonoma e difficilmente guardano serenamente al futuro.Alla ricorrente e alquanto logica domanda: “perché allora in Italia non avviene la rivoluzione?”, Galimberti risponde che è venuta oggi a mancare la dimensione umanistica in cui poteva verificarsi il violento contrasto tra due volontà, tra il servo e il signore di hegeliana memoria, tra gli operai della Fiat e i patron Agnelli negli anni ’60-’70. Oggi servo e signore si sentono invece schiacciati da una dimensione anonima e infrangibile: il mercato, la logica finanziaria. Ecco la rassegnazione giovanile, la generale apatia, la mancanza di ideali e di una  battaglia in cui impiegare energie e passione.Ma se l’attivismo politico giovanile esiste ed è abbastanza radicato nelle sezioni territoriali e nelle Università, bisogna ammettere – non senza una profonda amarezza – che difficilmente è in grado di esprimere idee e prospettive nuove. Nel caso delle sezioni di partito, la politica giovanile di rado riesce a uscire da schemi imposti dall’alto poiché nasce e si sviluppa all’interno del già corrotto sistema politico e rimane così ostaggio di logiche di palazzo e di poltrone. Per quanto poi riguarda i movimenti “extra parlamentari” e più estremisti, a destra come a sinistra, si può facilmente rilevare come questi rimangano sempre all’interno di vecchi paradigmi ideologici, afferenti addirittura a ideologie totalitarie del secolo scorso. La politica giovanile degenera in questo caso in battaglie assolutamente inutili ed anacronistiche, alcune volte pericolose e violente, ricalcando senza troppi sforzi di originalità slogan nostalgici degli anni ’70.Al Paese della commedia e del mandolino, ma anche di un originale genio creativo, ciò che manca oggi è proprio lo spirito rivoluzionario che sta animando i giovani del Nord Africa, da cui forse per la prima volta ci rendiamo conto di dover imparare qualcosa, e che in primo luogo ci sentiamo di ringraziare.“Non è forse il destino degli uomini quello di inventare ciò che non esiste e battersi per un sogno?”. Un sogno che nelle parole della Fallaci significa libertà e giustizia e che implica il coraggio di cambiare radicalmente, guardare avanti con lungimiranza e passione come insegna Weber, di ricostruire da capo, di lottare con strumenti che spesso bisogna reinventare.Difficile, difficilissimo nella nostra Italia così “immobile”, così “bella e inutile”, ricordando la Meglio Gioventù. Mentre guarda dall’altra parte del Mediterraneo coloro che affrontano e distruggono i propri dinosauri, Lei resta indifferente e sorda al ripetersi insistente e cantilenante di uno slogan: “Nulla sarà mai uguale a prima.”Loredana Rubeis si è laureata in Lettere moderne presso la cattedra di Storia dell’ Europa e del Mediterraneo ed è ora iscritta al corso  magistrale nella Facoltà di Lettere e Filosofia all’Università di Roma 3

Commenti

Post popolari in questo blog

Hilo Glazer : Nelle Prealpi italiane, gli israeliani stanno creando una comunità di espatriati. Iniziative simili non sono così rare

The New York Times i volti, i nomi, i sogni dei 69 bambini uccisi nel conflitto tra Israele e Hamas

Limes :I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA (cartina)

Amira Hass : The fate of a Palestinian investor who called for Abbas' resignation