L’Egitto è in rivolta. E la Palestina? di Marco Di Donato*

      E dire che finora il termine “Intifada” era proprietà esclusiva dei palestinesi, protagonisti nel 1987 e poi nel 2000.La recentissima cronaca egiziana ci ha però dimostrato come sollevazioni popolari siano possibili anche altrove nel mondo arabo. Un po’ a sorpresa, forse, i palestinesi si trovano a manifestare a favore dell’Intifada egiziana, anche se non tutti sembrano condividere il medesimo entusiasmo per la rivolta di Piazza Tahrir.
Simpatia per queste manifestazioni di solidarietà non può certo palesarne il partito di Fatah. Abu Mazen sa bene che la sua figura potrebbe essere accostata in un attimo a quella di Mubarak e Ben Ali. Per questo già il 31 gennaio ordinava ai suoi uomini di sedare le proteste di una trentina di manifestanti radunati sotto l’ambasciata egiziana. Miliziani armati delle forze di sicurezza avevano disperso la piccola folla di manifestanti, utilizzando metodi anche fin troppo bruschi per disperdere solo alcune decine di persone.Del resto il nervosismo all’interno del partito di Fatah è forte. Anzi, fortissimo. Le rivelazioni dei “Palesatine Papers” hanno dimostrato, ancora una volta, quanto debole sia la sua leadership e a quali compromessi sarebbe stato disposto a scendere pur di rimanere in carica. I palestinesi devono ringraziare l’intransigenza israeliana se oggi la questione riguardo lo status di Gerusalemme è ancora aperta. Sabato però i palestinesi sono tornati nelle strade. Ritratti di Gamal Abd al-Nasser, eroe mai dimenticato del panarabismo, hanno campeggiato a Ramallah nella centralissima piazza al-Manara. Nasser che, occorre ricordarlo, certamente non era né un liberale e tanto meno un democratico. Alla manifestazione non sono ovviamente voluti mancare alcune personalità di spicco come Hanan Ashrawi, Mustafa Al-Barghouthi, segretario generale della Palestinian National Initiative, e Mamdouh Al-Aker, direttore della Commissione indipendente per i diritti umani (Ichr). E Hamas? Da circa tre giorni il movimento di resistenza islamico ha permesso che la popolazione di Gaza manifestasse il proprio supporto ai vicini egiziani. Tuttavia anche qui, la situazione viene osservata con attenzione. Ismail Hania e Mahmoud al-Zahar non sono certamente da considerare alla stregua di Hosni Mubarak ed Omar Suleiman, ma anche Hamas osserva con un pizzico di preoccupazione quanto avviene in Egitto. Il movimento di resistenza islamico appare in continua perdita di consensi e la popolazione di Gaza appare ormai stremata dalle condizioni di vita all’interno della Striscia. Cambiamento e rivoluzione, sono due termini che fanno paura in Palestina. Anche ad Hamas, il quale sarebbe teoricamente maggiormente predisposto a sfruttare i fatti egiziani per scagliarsi contro il malgoverno di Ramallah e la corrotta classe politica di Fatah.Tuttavia l’attuale stato di debolezza del movimento islamico lo spinge a gestire la situazione attuale con calma, senza lasciarsi trasportare da facili entusiasmi che potrebbero rivelarsi poi un’arma a doppio taglio. Testimoni hanno riferito di come le forze di polizia di Hamas abbiano fermato alcuni manifestanti (anche in questo caso poche decine) anti-Mubarak che si erano riversati per le strade di Gaza arrestando alcuni di questi con modalità decisamente brutali. Manifestazioni sì dunque, ma solo se controllate o previamente concordate con l’autorità locale. A Gaza e Ramallah la paura ha lo stesso odore. In ambo i casi i rappresentanti politici palestinesi sono ben consapevoli che le proteste a favore della rivoluzione egiziana si potrebbero ben presto trasformare in proteste contro la classe dirigente palestinese. Più di Fatah, Hamas ha la possibilità di volgere la situazione a suo vantaggio, pur rimanendo accorto nel valutare il rapporto fra costi e benefici derivante dal cavalcare senza freni quest’ondata di rivolta. Converrebbe al movimento islamico incanalare la rivolta verso obiettivi politici definiti e controllati. Diverso il discorso di Fatah il quale, nonostante i maldestri tentativi di alcuni suoi esponenti di chiamare alla rivolta la popolazione di Gaza contro Hamas, dovrà impedire che la protesta si sposti nel breve periodo contro l’Autorità Nazionale Palestinese. In ambo i casi comunque sarà la popolazione palestinese e la sua libertà di espressione a farne le spese. Tuttavia un dato positivo emerge: almeno per una volta Hamas e Fatah si ritrovano in accordo su un argomento: reprimere le proteste di oggi per evitare di essere sottoposti poi alle stesse critiche domani. Del resto i metodi di repressione sono da sempre fra le argomentazioni preferite delle seppur variegate classi politiche arabe. Chissà che il processo di riconciliazione nazionale non parta proprio da qui.  per Osservatorio Iraq
[9 febbraio 2011]

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