La sete di libertà dell’Egitto è aumentata , anche dopo l’uscita di Mubarak
La sete di libertà dell’Egitto è aumentata , anche dopo l’uscita di Mubarak
CAIRO- Prima della caduta di Mubarak, i dimostranti in Piazza Tahrir gridavano: “L’esercito e il popolo – un’unica mano.” Dopo che l’uomo che ha governato per gli ultimi 30 anni è stato rovesciato, coloro che ascoltavano da vicino il popolo hanno notato che il canto era leggermente cambiato: “Il popolo e l’esercito – un’unica mano.”C’era qualcuno dietro questo cambiamento? Si è evoluto da solo, senza intenzioni? E’ stato un segnale che il popolo, questa entità nascosta, che in tre settimane è cresciuto e si è trasformato in una creatura visibile, vibrante avvertono l’esercito di non dimenticare chi è sovrano? O forse coloro che ascoltano attentamente attribuiscono troppa importanza al diverso ordine delle parole?Non c’è risposta, ma il fatto che ci si ponga la domanda sta a dimostrare quanto il popolo sia orgoglioso che la rivoluzione è stata guidata da una specie di logica interna, una logica collettiva dove si dialogava e si ascoltava molto. E non per ordini, non per dettami venuti dall’alto. Per esempio, senza nessuna direttiva, era chiaro che l’attenzione non doveva essere deviata dall’argomento principale: il regime oppressivo. Non c’erano altre questioni, non gli Stati Uniti o Israele, non diversi modi di vedere l’economia o altre questioni, e certamente non i disaccordi tra i Fratelli Musulmani e il popolo laico. Ci sarà un momento per ciascuno di questi problemi.Domenica i dimostranti “abituali” si sono concessi una pausa, rimanendo a letto un po’ più a lungo e stando lontani dalla piazza e dalle strade circostanti, che sono state di nuovo usate per il traffico automobilistico, come pure le strade che vi accedono,Ma la magia non è finita: non soltanto io – ho fatto tre ore di visita al Cairo rivoluzionario – ma anche i residenti della capitale notavano che gli autisti suonavano meno i clacson, e soltanto in un certo posto si chiedeva loro di suonarlo, per qualche oscura ragione. E gli autisti obbedivano con entusiasmo, sorridendo nell’atmosfera di festa che si diffondeva sulle automobili e i carri armati dell’esercito, in cima ai quali si arrampicavano dei civili o vicino ai quali altri civili posavano per una foto.Un’altra piccola magia: gli automobilisti aspettavano pazientemente che la piazza fosse libera dalle automobili che gli stavano davanti e solo allora procedevano nell’enorme area. Persone che si sono auto-nominate vigili urbani, forse vigili urbani della rivoluzione, riuscivano a controllare la situazione meglio di qualsiasi membro delle odiate forze di polizia. Tutti ascoltavano gli ordini anche se contraddicevano quelli dati da un altro.“Non abbiamo mai visto tanto spazio vuoto nella piazza e gli automobilisti che rispettano gli altri in questo modo” un Cairota commentava sorpreso.Un manifesto annunciava che oggi era un giorno dedicato ad abbellire Piazza Tahrir. Dozzine di giovani e di tanti meno giovani erano impegnati a spazzare i marciapiedi e le strade attorno alla piazza, a raccogliere la spazzatura, a verniciare i bordi dei marciapiedi in bianco e nero e le ringhiere in verde e oro. Alcuni dei più giovani avvertivano i passanti di non camminare sulla vernice fresca.Si fanno chiamare “I giovani della Rivoluzione” e raccontano che tutto è cominciato su Facebook (poteva essere altrimenti?). Dicono che hanno contribuito con i loro soldi a pagare gli spazzini e a coprire i costi della vernice e dei pennelli.Senza tener conto di chi ha iniziato e di chi sta pagando, i lavori di pulizia e di verniciatura e anche l’insolito show di generosità da parte degli automobilisti, sono un “imbarazzo” per il regime: fanno vedere che è stato responsabile di tutta la violenza considerata endemica nella vita quotidiana di questa città, insieme alla sporcizia. All’abbandono, al rumore continuo, agli scontri verbali continui tra automobilisti.“Nelle tre settimane di rivoluzione non c’è stato nessuna molestia sessuale da parte degli uomini”, una donna mi ha confidato, meravigliata., “Che civiltà! Che cultura!”
CAIRO- Prima della caduta di Mubarak, i dimostranti in Piazza Tahrir gridavano: “L’esercito e il popolo – un’unica mano.” Dopo che l’uomo che ha governato per gli ultimi 30 anni è stato rovesciato, coloro che ascoltavano da vicino il popolo hanno notato che il canto era leggermente cambiato: “Il popolo e l’esercito – un’unica mano.”C’era qualcuno dietro questo cambiamento? Si è evoluto da solo, senza intenzioni? E’ stato un segnale che il popolo, questa entità nascosta, che in tre settimane è cresciuto e si è trasformato in una creatura visibile, vibrante avvertono l’esercito di non dimenticare chi è sovrano? O forse coloro che ascoltano attentamente attribuiscono troppa importanza al diverso ordine delle parole?Non c’è risposta, ma il fatto che ci si ponga la domanda sta a dimostrare quanto il popolo sia orgoglioso che la rivoluzione è stata guidata da una specie di logica interna, una logica collettiva dove si dialogava e si ascoltava molto. E non per ordini, non per dettami venuti dall’alto. Per esempio, senza nessuna direttiva, era chiaro che l’attenzione non doveva essere deviata dall’argomento principale: il regime oppressivo. Non c’erano altre questioni, non gli Stati Uniti o Israele, non diversi modi di vedere l’economia o altre questioni, e certamente non i disaccordi tra i Fratelli Musulmani e il popolo laico. Ci sarà un momento per ciascuno di questi problemi.Domenica i dimostranti “abituali” si sono concessi una pausa, rimanendo a letto un po’ più a lungo e stando lontani dalla piazza e dalle strade circostanti, che sono state di nuovo usate per il traffico automobilistico, come pure le strade che vi accedono,Ma la magia non è finita: non soltanto io – ho fatto tre ore di visita al Cairo rivoluzionario – ma anche i residenti della capitale notavano che gli autisti suonavano meno i clacson, e soltanto in un certo posto si chiedeva loro di suonarlo, per qualche oscura ragione. E gli autisti obbedivano con entusiasmo, sorridendo nell’atmosfera di festa che si diffondeva sulle automobili e i carri armati dell’esercito, in cima ai quali si arrampicavano dei civili o vicino ai quali altri civili posavano per una foto.Un’altra piccola magia: gli automobilisti aspettavano pazientemente che la piazza fosse libera dalle automobili che gli stavano davanti e solo allora procedevano nell’enorme area. Persone che si sono auto-nominate vigili urbani, forse vigili urbani della rivoluzione, riuscivano a controllare la situazione meglio di qualsiasi membro delle odiate forze di polizia. Tutti ascoltavano gli ordini anche se contraddicevano quelli dati da un altro.“Non abbiamo mai visto tanto spazio vuoto nella piazza e gli automobilisti che rispettano gli altri in questo modo” un Cairota commentava sorpreso.Un manifesto annunciava che oggi era un giorno dedicato ad abbellire Piazza Tahrir. Dozzine di giovani e di tanti meno giovani erano impegnati a spazzare i marciapiedi e le strade attorno alla piazza, a raccogliere la spazzatura, a verniciare i bordi dei marciapiedi in bianco e nero e le ringhiere in verde e oro. Alcuni dei più giovani avvertivano i passanti di non camminare sulla vernice fresca.Si fanno chiamare “I giovani della Rivoluzione” e raccontano che tutto è cominciato su Facebook (poteva essere altrimenti?). Dicono che hanno contribuito con i loro soldi a pagare gli spazzini e a coprire i costi della vernice e dei pennelli.Senza tener conto di chi ha iniziato e di chi sta pagando, i lavori di pulizia e di verniciatura e anche l’insolito show di generosità da parte degli automobilisti, sono un “imbarazzo” per il regime: fanno vedere che è stato responsabile di tutta la violenza considerata endemica nella vita quotidiana di questa città, insieme alla sporcizia. All’abbandono, al rumore continuo, agli scontri verbali continui tra automobilisti.“Nelle tre settimane di rivoluzione non c’è stato nessuna molestia sessuale da parte degli uomini”, una donna mi ha confidato, meravigliata., “Che civiltà! Che cultura!”
Gli attivisti parlano già dei giorni della rivolta come se fosse avvenuta una generazione fa; ora bisogna affrettarsi a scrivere i propri ricordi.“La strada che dobbiamo percorrere è lunga, è vero” ha detto un insegnate di arabo che lavora come tassista per integrare il suo stipendio equivalente a 120$ dopo 22 anni di lavoro. “Ma prima il sentiero era sbarrato, eravamo in un vicolo cieco.”La sua mano destra è fasciata. E’stato ferito quando il comitato popolare locale del quale fa parte, ha dovuto affrontare un ladro. “Quei piccoli criminali che il regime ha mandato in giro – hanno fatto sempre così. [Mubarak] ci ha fatto diventare poveri e ci ha terrorizzato in modo che avessimo bisogno di lui e pensassimo che non potevamo fare a meno lui.”In piazza ho sentito della gente che si lamenta del fatto che altre persone erano felici della caduta di Mubarak e dei suoi ministri. L’insegnante-tassista mi ha spiegato:” Ci sono delle persone, per esempio il venditore di noccioline di cui mi hai parlato, che ha adesso provano pietà per la parte che ha perso. Sono emotivi. Sono coloro che si comportano così perché gli conviene dal punto di vista materiale. Non percepiscono il nostro dolore.”
Anche lui parla con orgoglio della civiltà: “Il mondo pensava che non fossimo un popolo sviluppato e ora stiamo dando prova di esserlo. Nel periodo in cui governava Mubarak la gente provava imbarazzo a dire che era Egiziana. Ci sentivamo occupati. Quando è un’altra nazione ad occupare il tuo paese la situazione è più facile di quando l’occupante è un tuo connazionale.”

Commenti
Posta un commento