Ali Reza Eshraghi Perché è poco probabile una rivoluzione in Iran


  Vladimir Lenin aveva una formula per diagnosticare i sintomi di una rivoluzione: “Quelli in basso non vogliono, quelli in alto non possono”.  Lenin sosteneva che la rivoluzione richiedesse il coinvolgimento delle masse, coraggio e senso del dovere, nonché  l’impegno della politica. In Iran non sussistono ancora queste tre condizioni.Gli iraniani che hanno protestato per la strade di Teheran il 14 e, in numero minore, il 20 febbraio avevano certamente coraggio. Quei manifestanti, nonostante  la violenza usata dal regime contro le contestazioni popolari nel 2009, erano pronti ad affrontare qualsiasi cosa e hanno scandito  slogan mai sentiti prima (neanche durante le proteste del 2009) , diretti contro la solitamente rispettata Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei.   
I manifestanti hanno anche mostrato del buon senso, sapendo quando urlare gli slogan e quando rimanere tranquilli, come scappare dal pericolo e come evitare di essere identificati.
Esistono differenze significative fra le due giornate di protesta. Il 14 febbraio, il regime non sembrava propenso a una repressione violenta. C’è stata la notizia di due morti, ma non è ancora chiaro in quali circostanzeIl fatto che il presidente turco Abdullah Gul si trovasse a Teheran potrebbe in parte spiegare perché il regime si sia mostrato restio all’uso della violenza. D’altra parte il regime confidava chiaramente nelle sue capacità di gestire le proteste, tanto da non rinviare la visita ufficiale. Ma dietro questo autocontrollo potrebbe esserci stata soprattutto l’intenzione  di valutare lo stato attuale dell’opposizione, dopo che quest’ultima non si era fatta sentire per più di un anno. Secondo un membro della milizia Basiji, la polizia avrebbe aspettato che un numero consistente di persone si ritrovasse nel luogo prestabilito prima di intervenire sulla scena. 
Il 20 febbraio la presenza della polizia era ben più massiccia, numericamente superiore ai dimostranti e in chiaro assetto antisommossa. Questo ha dissuaso molte persone dallo scendere in piazza, lasciando intendere che il regime faceva ancora paura.    Stranamente alcuni attivisti dell’opposizione hanno impiegato metodi simili a quelli usati dal regime: hanno cercato di censurare la notizia della minacciosa presenza di forze di sicurezza, tentando perfino di impedirne la diffusione su media come il canale in lingua persiana della BBC e sperando piuttosto ingenuamente che questo avrebbe portato più persone in piazza.       
Non mancano solo coraggio e coinvolgimento. Molti iraniani non sentono ancora il bisogno di partecipare alle proteste; la voglia di cambiamento non è abbastanza forte. La rivoluzione diventa una prospettiva reale quando le forze di opposizione e quelle di regime scendono in strada, e gli indifferenti stanno alla larga.   Le manifestazioni del 14 febbraio hanno bloccato il traffico in alcuni punti di Teheran, ma non hanno paralizzato totalmente la città. Molti dei filmati mostrano passanti o automobilisti presi dalle loro faccende quotidiane, negozi e cinema aperti anche in zone dove si stava svolgendo la protesta.
Testimoni oculari hanno dichiarato che alcuni motociclisti offrivano passaggi a turisti desiderosi di dare un’occhiata alle proteste e a chi stava semplicemente tentando di farsi largo fra la folla.   
Benché ci sia un diffuso malcontento popolare nei confronti del regime, gli iraniani non sono così esasperati da essere pronti a una rivolta. L’Onda Verde rimane un movimento più ridotto di quanto non rivendichi il suo mantra “siamo innumerevoli”, e la sua base d’appoggio resta in gran parte confinata a segmenti del ceto medio.Nonostante le pressioni economiche, come il recente aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, gli abitanti dei quartieri poveri di Teheran sud non erano motivati a partecipare alle proteste del 14 febbraioIn seguito alle contestazioni del 2009, un veterano del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Iraniana (IRGC), il comandante Saeed Ghasemi, dichiarò che il vero pericolo sarebbe arrivato nel momento in cui anche i poveri di Teheran sud sarebbero “impazziti” e avrebbero smesso di sostenere la Guida suprema (Khamenei). 
Le preoccupazioni di carattere economico non hanno trovato grande spazio fra le rivendicazioni dei manifestanti, e nel caso degli sporadici riferimenti al rincaro del prezzo del pane, le parole sono suonate vuote dato che provenivano da chi ancora poteva chiaramente permettersi di comprarlo.       
L’assenza di una componente proletaria all’interno delle forze di opposizione è esemplificata dalle agitazioni che hanno bloccato la raffineria di Abadan, proprio il 14 febbraio. I siti internet dell’opposizione hanno cercato di esagerare le dimensioni dello sciopero, paragonandolo alle mobilitazioni di massa dei lavoratori del settore petrolifero durante la rivoluzione islamica del 1979. In realtà, solo 50 operai erano coinvolti in uno sciopero che si limitava alla questione specifica dei salari non retribuiti, e che non rifletteva nessuna parentela con il movimento dell’Onda Verde.  
Né l’opposizione ha coinvolto le classi agiate di Teheran nord. Durante i disordini, le prenotazioni di vacanze in Malaysia, Turchia, Thailandia e Dubai hanno registrato il tutto esaurito.
Tutto questo dimostra che l’Onda Verde non è ancora riuscita a creare quelle condizioni imprescindibili per diventare una forza dominante.Il movimento sta persino perdendo alcuni dei suoi primi sostenitori all’interno dell’establishment iraniano, in particolare quelli ostili al presidente Mahmud Ahmadinejad. Fra i ‘fuggitivi’ ci sono l’ayatollah Abbas Vaez Tabasi, custode del santuario dell’imam Reza a Mashad e delle risorse economiche dell’area, quali industrie, fattorie e proprietà immobiliari, che avevano fornito appoggio morale e finanziario a Mir Hossein Mousavi quando era candidato contro Ahmadinejad nel 2009.Ma adesso l’ayatollah Tabasi definisce i contestatori del 14 febbraio “istigatori sediziosi che meritano senza alcun dubbio di essere colpiti dal giudizio di Dio”.Ali Akbar Nategh Nouri, a capo dell’Ispettorato della Guida suprema e fra gli esponenti più influenti del clero conservatore, è un altro ex sostenitore di Mousavi. Nouri per un po’ è rimasto tranquillo, ma dopo la manifestazione del 14 febbraio ha rotto il suo silenzio affermando che Mousavi e il suo alleato Mehdi Karroubi mancavano di responsabilità politica e patriottica, e si augurava che fossero processati.   
“I nostri nemici devono sapere che nonostante le possibili divergenze interne, siamo uniti nel difendere il regime”, ha dichiarato Nouri.Il principale problema dell’Onda Verde è la nebulosità dei suoi propositi, e il mancato successo nel convincere la gente del fatto che il movimento aspiri all’emancipazione, non di specifiche categorie sociali, ma di tutti gli iraniani.Quando l’Onda Verde prese forma dopo le presidenziali del 2009, il suo messaggio fu semplice e diretto: il voto era stato manipolato e l’elettorato ingannato. Questa denuncia spinse tre milioni di persone a scendere in piazza.  Ma adesso? Il movimento vuole ancora che Ahmadinejad sia rimosso e che si tengano nuove elezioni? Se sì, queste intenzioni non traspaiono dagli slogan lanciati dai suoi sostenitori. E vuole che sia demolita la struttura islamica del governo, o solo che si dimetta Khamenei? Auspica  riforme costituzionali e l’abolizione di una figura come la Guida suprema, o soltanto un governo migliore all’interno dell’attuale assetto?  
I leader dell’Onda Verde non hanno risolto queste ambiguità e non hanno lavorato a un messaggio più chiaro che potesse convertire più iraniani alla loro causa. La loro posizione rimane confusa; la protesta del 14 febbraio doveva essere in solidarietà del popolo egiziano e tunisino, ma gli slogan di quel giorno sono stati soprattutto contro Khamenei.    Figure di spicco dell’opposizione sostengono che le recenti manifestazioni hanno rappresentato una vittoria poiché hanno dimostrato che il movimento dell’Onda Verde è ancora vivo. Ma era necessario dimostrarlo? Se il loro obiettivo principale è provare al governo la loro esistenza, questo riduce le proteste nelle strade a una sorta di carnevale in cui sfortunatamente figurano i manganelli della polizia e i gas lacrimogeni al posto di palloncini e rinfreschi.    Mentre si indaga sull’origine dei mali dell’Iran, nessuno propone una soluzione convincente. L’opposizione si limita a reagire post factum, in risposta alle azioni del regime.  Perché è poco probabile una rivoluzione in Iran

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