CISGIORDANIA, MANIFESTAZIONI CONTRO IL VETO USA (video)
1 Ramallah, 21 febbraio 2011, Nena News – Almeno 3000 palestinesi hanno marciato domenica a Ramallah, in Cisgiordania per protestare contro il veto imposto dagli Stati Uniti venerdì, in sede di Consiglio di Sicurezza ONU, alla risoluzione di condanna alle colonie israeliane nei territori palestinesi sotto occupazione.Una risoluzione sponsorizzata da un’ampia schiera di paesi (oltre 120, inclusa l’Unione Euroepa e alcuni membri della Nato) e che in sede di voto all’ONU ha visto gli Stati Uniti imporre il veto contro 14 voti in favore.Intonando slogan come “Get Out, Obama!”, i manifestanti hanno marciato per le vie di Ramallah, concentrandosi sulla piazza principale, Al Manara.
Il veto imposto dagli USA rappresenta un ulteriore disprezzo per il rispetto e l’applicazione della legalità internazionale e dei diritti umani. Inoltre simboleggia il sostegno incondizionato ad un paese, Israele, che continua ad agire in totale impunità. Le dichiarazioni dell’ambasciatore USA presso l’ONU Susan Rice che ha definito le colonie “illegittime” anziché “illegali”, sviliscono di contenuto il linguaggio del diritto internazionale, privando le Nazioni Unite della legittimità del ruolo di mediatore e sostenendo incondizionatamente Israele, anche di fronte ad una unanime maggioranza di voti (14) che erano d’accordo ad appoggiare la risoluzione.Sabato, il giorno successivo al veto, il consolato statunitense a Gerusalemme ha imposto restrizioni di movimento ai membri dello staff in alcune aree della Cisgiordania (in primis Gerico, l’uso di alcune strade nei territori palestinesi, e il passaggio di Allenby fino a lunedì).Decine di manifestanti palestinesi sono scesi in piazza nel finesettimana anche nelle città di Nablus e Tulkarem, Betlemme e Jenin. Secondo l’agenzia palestinese Ma’an News, i palestinesi starebbero pensando di organizzare “una giornata della rabbia” per il prossimo venerdì. Anche le consuete manifestazioni contro l’espansione delle colonie e la costruzione del muro che si sono avute nei villaggi dove sono presenti i comitati popolari di lotta nonviolenta, sono state dedicate alla risoluzione ONU e al veto USA. A Beit Ommar (area sud della Cisgiordania), centinaia di attivisti palestinesi, israeliani e internazionali hanno sfilato sabato contro l’espansione della colonia di Karmei Tsur: due ore dopo la fine della protesta 13 minorenni sono stati arrestai dalle forze di sicurezza israeliane, per essere interrogati. Anche a Bi’lin, dove venerdì si festeggiavano 6 anni di lotta popolare nonviolenta, quando ancora non era chiaro se gli USA avessero o meno imposto il veto, i manifestanti hanno sfilato per le strade del villaggio, con un grande striscione in cui la ‘s’ dollaro americano era sostituito .della parola ‘settlements’(colonieVedi il video‘ CISGIORDANIA, MANIFESTAZIONI CONTRO IL VETO USA
Se avessi scritto questo commentino appena l’anno scorso, mi sarei concentrata sugli Stati Uniti, sulla loro politica mediorientale, sull’impossibilità (ormai patente) di poter essere un mediatore super partes. Sul veto, insomma. Sullo stop deciso stanotte da Washington nel consiglio di sicurezza dell’Onu alla risoluzione che condanna l’illegalità delle colonie israeliane in Cisgiordania (poi, un giorno, qualcuno mi spiegherà lo scandalo di una risoluzione del genere, che ribadisce solo la legalità internazionale…). E invece vorrei occuparmi degli altri 14 membri del Consiglio di Sicurezza, gli altri 4 permanenti oltre gli USA, e i dieci a rotazione.Perché? Perché io gli amici li ascolto. E un mio amico, qualche mese fa, mi raccontò di come sia diverso guardare il Medio Oriente non più dall’occhio del ciclone, ma da una ragionevole distanza. Ci si accorge, mi disse, di come stia montando un sentimento diffuso, contro le posizioni israeliane. Praticamente tutto il mondo vorrebbe cambiare politica, questo il senso del discorso. E allora, quando ho visto il risultato del voto di ieri sera, la compattezza attorno alla risoluzione palestinese proposta dal Libano, la presa di posizione dei più importanti paesi europei severamente contro le colonie e per uno Stato di Palestina entro settembre 2011 (Gran Bretagna, Francia e Germania, per una volta tanto tutti e tre nel Consiglio di Sicurezza, e tutti e tre sulla stessa linea), quando ho visto tutto questo ho pensato che il discorso del mio amico era fondato. 14 a 1, insomma. 14 contro 1. Un risultato che dovrebbe far riflettere gli Stati Uniti, isolati sulla questione israelo-palestinese. Isolati all’interno di rapporti di forze che hanno già dimostrato, soprattutto in questi ultimi mesi, che il mondo è ormai multipolare.Basta guardare l’elenco degli Stati (tutti) che hanno votato a favore. La Cina, per esempio. La Russia. I tre più importanti Stati dell’Unione Europea, decisi a far politica per conto proprio, a quanto sembra, visto che l’Europa non riesce più a prendere una decisione di peso sul Medio Oriente. E poi, tra i membri non permanenti, ci sono due nomi importantissimi, il Brasile (che ha riconosciuto lo Stato di Palestina) e l’India. Per non parlare del Sudafrica, che da anni cerca di accreditarsi come la potenza regionale africana, assieme a un altro gigante – con parecchi problemi interni, però – come la Nigeria. USA vs tutti, insomma. E questo credo debba far riflettere l’amministrazione Obama, se non vuole che abbia ragione chi dice – con espressione colorita, lo so – che la strategia mediorientale statunitense la si può gettare da tempo nel cestino.I palestinesi (l’ANP) non potevano ritirarla la risoluzione, sulla quale peraltro lavorano da mesi e mesi, ben prima che scoppiasse il 2011 arabo e le rivoluzioni che stanno cambiando la faccia della regione. Dopo l’uscita (ad hoc) dei Palestine Papers da parte di Al Jazeera, lo scandalo del rapporto Goldstone rinviato per la pressione americana su Abu Mazen, il presidente dell’ANP non poteva accettare il ritiro della risoluzione come chiesto da Barack Obama in quasi un’ora di telefonata. Per Mahmoud Abbas quel ritiro era semplicemente un suicidio politico. E i suicidi politici non si fanno neanche per gli Stati Uniti, soprattutto dopo il fallimento di quell’ennesimo negoziato sponsorizzato dall’amministrazione democratica che ha avuto vita brevissima. La più breve, forse, nella lunga storia dei negoziati tra israeliani e palestinesi.

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