Geneive Abdo :Cairo 2011 non è come Teheran nel 1979


      Da Londra a Washington, e addirittura a Teheran, l’interrogativo che ci si pone è: l’Egitto del 2011 diventerà l’Iran del 1979? Alcune figure di spicco a Teheran, così come i mezzi di informazione statali iraniani, stanno cercando di dipingere l’Egitto come un altro paese raggiunto – al pari del Libano – dalla tendenza regionale verso l’orbita islamista. “Io annuncio a coloro (i leader occidentali) che ancora non vogliono vedere la realtà, che l’asse politico del nuovo Medio Oriente sarà ben presto islamico”, ha affermato la scorsa settimana l’ayatollah Ahmad Khatami, un religioso intransigente, durante la preghiera del Venerdì. Egli ha anche applaudito quella che ha definito la fine dei “dittatori filo-occidentali nel mondo arabo”. Nel frattempo, alcuni leader europei stanno già suonando il campanello d’allarme, ammonendo che i Fratelli Musulmani egiziani, la cui origine risale agli anni ’20 del secolo scorso, potrebbero colmare il vuoto lasciato dal crollo del regime di Mubarak. Il ministro degli esteri britannico William Hague ha detto ai giornalisti che non spetta agli stranieri amministrare l’Egitto, ma “di certo non vogliamo vedere un governo basato sui Fratelli Musulmani”.E a Washington, alcuni neocon – quegli stessi che non molto tempo fa avevano chiesto un cambio di regime in Iran sulla base della propria interpretazione della volontà del popolo iraniano – ora stanno facendo marcia indietro e suggeriscono al presidente Obama di andarci piano, in modo da non creare uno spiraglio in Egitto per il possibile emergere di uno stato islamico dopo più di due settimane di proteste popolari di massa. Alcuni israeliani stanno facendo la stessa raccomandazione per paura che l’Egitto faccia la fine dell’Iran. “Gli israeliani sono stati colti dalla paura: la paura della democrazia. Non qui, non nei paesi vicini”, ha scritto Sever Plocker, un commentatore israeliano, sul quotidiano Yedioth Ahronoth. “E’ come se non avessimo mai pregato affinché i nostri vicini arabi diventassero delle democrazie liberali”.Ma le voci che tracciano un parallelo con il 1979 non sono riuscite a comprendere le origini della Rivoluzione Islamica di allora, né sembrano riconoscere che la rivolta egiziana di oggi è un movimento non ideologico. Avendo condotto una ricerca sui Fratelli Musulmani in Egitto per molti anni, avevo previsto 10 anni fa che l’unica alternativa a Mubarak sarebbe stata uno Stato più democratico amministrato dalla Fratellanza Musulmana; sono rimasta sorpresa da quanto poco rilevante è stato il ruolo che la Fratellanza ha avuto finora – non solo nel movimento popolare, ma nella coscienza dei giovani di Piazza Tahrir.
Le loro rivendicazioni sono rivolte rigorosamente contro il clientelismo, la repressione, e la stagnazione che ha soffocato il popolo egiziano per decenni sotto Mubarak e il suo regime. Sia la debolezza che la forza del loro movimento di protesta sta nel fatto che essi non hanno alcun percorso predeterminato per il futuro. Fra tutti gli slogan scanditi per le strade dell’Egitto la scorsa settimana, il decennale motto dei Fratelli Musulmani – “L’Islam è la soluzione” – ha richiamato l’attenzione soprattutto per la sua assenza. Ci sono diverse ragioni per cui la Fratellanza Musulmana si è trovata in secondo piano, anche se l’organizzazione ha dichiarato di appoggiare Mohamed ElBaradei come leader simbolico dell’opposizione, e sta progressivamente diventando più visibile nelle proteste.L’organizzazione non ha  proposto nessuno dei suoi leader per negoziare con il regime di Mubarak o per guidare le proteste di piazza, perché teme che i giovani egiziani di oggi – che sono riusciti in breve tempo laddove la Fratellanza aveva fallito per quasi 90 anni – potrebbero rifuggire la Fratellanza una volta per tutte, se essa dovesse diventare un peso politico per il movimento di protesta. I Fratelli Musulmani vogliono anche privare i leader occidentali, come il ministro britannico Hague, di qualsiasi argomento a sostegno dei loro ammonimenti circa la possibilità che quella egiziana sia un’altra rivoluzione islamica.E in terzo luogo, l’opposizione – che è composta dalla classe media, da giovani non ideologizzati, da lavoratori e dai Fratelli Musulmani – vuole evitare a tutti i costi di dare all’esercito un motivo per compiere una violenta repressione contro i manifestanti. Ad oggi, i militari sembrano tutelare il regime, pur rispettando i diritti del popolo, che ha grande rispetto per l’esercito in qualità di istituzione dello Stato. Ma tutte le parti coinvolte sanno che l’atteggiamento dei militari potrebbe cambiare drasticamente qualora essi abbiano la sensazione che l’influenza dell’organizzazione illegale ma semi-tollerata dei Fratelli Musulmani stia diventando troppo importante nella rivolta.Alcuni scettici sottolineano che la Rivoluzione iraniana ebbe successo proprio a causa del carattere composito del movimento di protesta, che era costituito da laici e nazionalisti, e non solo dall’establishment clericale. Questo è abbastanza vero, ma le forze che guidarono la rivoluzione furono l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, che era chiaramente la figura carismatica che indicava la via, e il suo gruppo di religiosi, alcuni dei quali sono tuttora i pilastri del regime nell’Iran di oggi. Invece, non vi sono religiosi e neanche leader dei Fratelli Musulmani che si stanno proponendo come sostituti di Mubarak.In generale, questo è un momento dolce-amaro per la Fratellanza. Anche se Mubarak appare sulla via del tramonto, al movimento sembra essere sfuggito il momento storico in cui avrebbe potuto conquistare una salda posizione nei corridoi del potere. Quella finestra di opportunità cominciò a chiudersi nel 2005, dopo che i Fratelli Musulmani ebbero ottenuto 88 seggi nel parlamento egiziano solo per poi diventare il bersaglio della repressione dei servizi di sicurezza di Mubarak da quel momento in poi. Nel corso di questi anni, è emersa una nuova generazione egiziana che è più laica, più mondana, e non è affiliata ad alcuna organizzazione o movimento. Tuttavia la Fratellanza, sul lungo periodo, può ancora dimostrare di avere un ruolo importante in un nuovo Egitto; dopotutto, le competenze e gli strumenti necessari per avviare una rivoluzione raramente sono quelli necessari per completarla. Chiedete ai menscevichi e a Lenin.Invece di tracciare false analogie tra l’Iran del 1979 e l’Egitto di oggi, i leader occidentali dovrebbero accettare il fatto che qualsiasi nuovo governo egiziano molto difficilmente appoggerà le politiche che gli Stati Uniti hanno promosso negli ultimi 30 anni, indipendentemente dall’eventualità che la Fratellanza Musulmana abbia un ruolo maggiore o minore in un nuovo governo. È giunto il momento che l’Occidente riconosca che la società egiziana si oppone all’accordo di pace firmato dal paese nel 1979 con Israele, mal sopporta lo stretto rapporto che gli Stati Uniti hanno con lo Stato ebraico (un paese che la maggior parte degli egiziani detesta), ed è storicamente pronto a porre fine alla dipendenza del paese dagli aiuti degli Stati Uniti. In realtà, il fatto che Mubarak appaia come un fantoccio degli Stati Uniti rappresenta da anni un inconveniente politico per gli USA.
E’ evidente che il nuovo Egitto dell’era post-Mubarak, se raggiungerà un maggior grado di autodeterminazione, sarà più anti-americano ed avrà posizioni più simili a quelle dei suoi vicini arabi e musulmani. E questo accadrà a prescindere dall’eventualità che i Fratelli Musulmani assumano il posto di comando in un nuovo governo.
Geneive Abdo dirige il programma sull’Iran presso il National Security Network della Century Foundation; è autrice del libro “No God But God: Egypt and the Triumph of Islam”; in passato è stata responsabile delle relazioni dell’ Alliance of Civilizations, un’iniziativa dell’ONU avviata dal segretario generale Kofi Annan; prima ancora è stata per vent’anni corrispondente dall’Iran e dal Medio Oriente

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