Un dono che ritorna Il rientro in sinagoga dell’Aron ha kodesh del ghetto di Torino
La storia che raccontano le porte dell’Aron ha kodesh rientrate con una suggestiva cerimonia nei locali del Tempio di Torino la sera del 12 dicembre, dopo esser rimaste 126 anni nelle collezioni museali di Palazzo Madama, è un po’ la storia paradigmatica degli ebrei italiani, che si apprestano, come tutti i loro concittadini, a celebrare i 150 anni dell’unità d’Italia. E non è dunque un caso che l’inaugurazione sia avvenuta proprio alla vigilia delle celebrazioni di un appuntamento così ricco di significati anche per gli ebrei d’Italia e in special modo del Piemonte.Una storia fatta di molte storie e con alcuni secoli alle spalle. La loro realizzazione ha coinciso infatti con la reclusione degli ebrei di Torino in quel ghetto, voluto da Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours nel 1679 e confinato nell’isolato che va tra le Vie Maria Vittoria, Principe Amedeo, Bogino, San Francesco da Paola, e Des Ambrois, da dove essi uscirono solo nel 1848, in seguito agli editti di emancipazione di Carlo Alberto.Nel ghetto vi erano tre sinagoghe, le prime due di rito italiano o romano, e di rito spagnolo ubicate nella Corte Grande e nel cortile piccolo, con entrata da via Bogino e da via San Francesco da Paola, e la terza di rito tedesco, ubicata nel ghetto nuovo al numero 2 di via Des Ambrois, nel palazzo Ricardi di Netro. Le porte dell’Aron ora ritornate alla Comunità ebraica torinese hanno stazionato dagli ultimi decenni del XVII secolo sino alla metà del XIX in una di essi, con molta probabilità in quello italiano.Dopo l’emancipazione e mentre iniziano i lavori di abbattimento del ghetto, il Tempio di rito spagnolo trova collocazione nei locali dell’asilo in via San Massimo e quello di rito italiano in un locale di via Bonafous. E così fino al 1884, anno di costruzione dell’attuale grande sinagoga, realizzata dopo che era sfumato il progetto della Mole Antonelliana. È da quel momento che si perdono, per così dire, le tracce degli antichi arredi delle sinagoghe di rito italiano e di rito spagnolo che avevano alloggiato nel ghetto per oltre 200 anni. Gli arredi della sinagoga di rito tedesco vengono forse collocati nei locali dell’Ospizio israelitico che apre a Torino negli ultimi anni dell’Ottocento in piazza Santa Giulia.I bombardamenti del 1942 avevano distrutto, insieme con l’interno del Tempio grande, anche gli archivi della Comunità e dunque non vi era più la documentazione della donazione di cui oggi siamo tornati in possesso.Solo pochi anni or sono, grazie alle proficue, continue relazioni tra la Comunità ebraica torinese e la Soprinten denza ai Beni storico-artistici del Piemonte, è venuta a galla una storia affascinante ed unica: le porte dell’Aron appena inaugurate, dopo un sapiente restauro, vennero donate dalla Università Israelitica di Torino il 15 febbraio 1884 alla Città di Torino per essere conservate nel Museo Civico. Queste le motivazioni: “Queste porte in legno dorato e scolpite allorquando or sono pari anni fu chiuso l’oratorio ov’esse stavano da due secoli all’incirca vennero con molta cura conservate allo scopo di adattarle poi nel nuovo Oratorio inaugurato. Considerazioni arti stiche impedirono che fosse recato ad effetto il prefisso divisamento laonde nell’offrirle oggi al Museo Civico con tanto amore dalla S. V. Ill.ma, il Consiglio crede per loro quella ulteriore destinazione più degna che fosse possi bile dopochè è mancata quella a cui dapprima aspirava”.Da quel momento la Città accolse l’Aron nelle collezioni di Palazzo Madama, che ha potuto così conservarlo e salvarlo dalla sicura distruzione delle seconda guerra mondiale.Ho avuto la fortuna e l’onore di poter condurre insieme alla Comunità una proficua non breve trattativa con la Fondazione Torino Musei e la Direzione di Palazzo Madama, che hanno accolto con favore ed entusiasmo la richiesta della Comunità ebraica torinese e così oggi le porte dell’antico Aron pervengono in comodato d’uso nei locali del Tempio Piccolo di Torino, dove peraltro non hanno mai alloggiato, ma che risultano essere la collocazione più idonea per il volere di tutte le istituzioni coinvolte.Forse il più antico reperto del ghetto di Torino torna dunque a risplendere insieme ad altre testimonianze quali l’Aron hakodesh del Tempio Piccolo proveniente dall’antica Università israelitica di Chieri e all’Aronproveniente forse anch’esso dal ghetto di Torino o, forse, da Acqui o da Fossano - gli studi in tal senso continuano - le cui porte vennero parzialmente dipinte di nero alla morte di Carlo Alberto in segno di riconoscenza degli ebrei torinesi per la ritrovata libertà dopo due secoli di pesante segregazione.Giulio Disegni

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