Tunisia: la “punta dell’iceberg” in un Nord Africa in crisi


    Ciò che, solo poche settimane fa, nessuno si sarebbe mai immaginato è invece accaduto, in Tunisia. Come un fulmine a ciel sereno è giunta la notizia delle proteste di piazza, su scala sempre più vasta, poi degli scontri con la polizia, dei morti sempre più numerosi. E infine l’annuncio ufficiale: il 14 gennaio 2011, dopo 23 anni al potere, il presidente tunisino Zine El-Abidine Ben Ali ha lasciato il paese, rifugiandosi in Arabia Saudita.Tutto era cominciato lo scorso dicembre, quando il ventiseienne Mohamed Bou’azizi, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco in segno di disperata protesta contro le angherie dello Stato e delle sue forze di polizia: laureato, ma impossibilitato a trovare un impiego regolare a causa della cronica assenza di opportunità lavorative nel paese, egli si era improvvisato fruttivendolo per cercare di guadagnarsi da vivere; ma la polizia aveva sequestrato il suo chiosco di frutta e verdura, poiché non disponeva di una licenza.
La condizione di Mohamed Bou’azizi è tipica di tantissimi giovani in Tunisia. Spesso laureati o con un alto livello di istruzione, essi vedono le loro speranze progressivamente distrutte dalla disoccupazione, dall’emarginazione sociale, e da un regime che non dà loro opportunità né libertà di espressione. Il tragico esempio di Bou’azizi  è stato seguito da altri. Il ricorso al suicidio come estrema forma di ribellione è divenuto un simbolo della protesta tunisina e non solo (casi analoghi si sono verificati anche in Algeria, ed un tentativo si è registrato pochi giorni fa persino in Egitto).
Le proteste sono poi sfociate in manifestazioni di piazza, ingrossate da migliaia di disoccupati, lavoratori che non riescono a sfamare le proprie famiglie, sindacalisti, attivisti dei diritti umani. Quello che sembrava impensabile si è puntualmente verificato: la protesta, sorta nelle regioni economicamente depresse dell’interno e del sud del paese, si è estesa al nord più ricco e sviluppato. La polizia ha sparato sulla folla; ne è seguito un bagno di sangue.
Ma le decine di morti non hanno fatto altro che fomentare la rabbia. Ben Ali ha perso il controllo del potere; ambienti dell’élite di governo e dell’esercito probabilmente lo hanno costretto a farsi da parte, nella speranza di salvare il regime (il nuovo governo appena nominato non dà grandi speranze in una reale evoluzione democratica del paese, ma la prosecuzione della protesta popolare potrebbe obbligare il regime ad ulteriori aperture).
IL FALLIMENTO DEL MODELLO TUNISINO
Ma ciò che è accaduto in Tunisia era davvero così imprevedibile? Come ha fatto l’Europa a non accorgersi di quanto si stava preparando in un paese così vicino, e con il quale Stati europei come la Francia e l’Italia hanno legami strettissimi?
L’Europa, e l’Occidente in generale, hanno sempre guardato alla Tunisia quasi come a un paese modello nel Nord Africa e nel mondo arabo, come al prototipo di uno Stato filo-occidentale, economicamente stabile e “potenzialmente” democratico. I notevoli successi macroeconomici della Tunisia hanno rafforzato questa convinzione, malgrado l’assenza di democrazia e di libertà nel paese.
Dopo aver raggiunto l’indipendenza dai francesi nel 1956, la Tunisia era stata guidata per trent’anni dal presidente Habib Bourguiba, il quale aveva sviluppato lo Stato tunisino secondo linee laiche e filo-occidentali (essenzialmente imitando il modello francese), pur avendo progressivamente concentrato il potere nelle proprie mani. La laicizzazione forzata dello Stato incluse la promozione dei diritti delle donne, l’abolizione del velo, l’istruzione obbligatoria.
Nel 1987, l’ormai anziano Bourguiba fu deposto dal suo primo ministro, Zine El-Abidine Ben Ali. Salutato come un “salvatore” dai suoi sostenitori, Ben Ali inizialmente alimentò le speranze in un sistema più equo e democratico limitando il numero dei mandati presidenziali e riformando la politica sociale.Egli tuttavia consolidò il proprio controllo dell’informazione, mantenne la linea anti-islamica del suo predecessore e soffocò ogni forma di opposizione (islamica e non). Considerato dall’Occidente come un baluardo contro l’estremismo islamico, Ben Ali si assunse il compito di abbandonare definitivamente il modello economico socialista completando la transizione del paese verso l’economia capitalista di stampo liberale.
La liberalizzazione e la privatizzazione del settore economico andarono di pari passo con l’aggravarsi della frattura tra le regioni del nord e della fascia costiera, più ricche e sviluppate, e le regioni interne del paese, impoverite e depresse economicamente (che pure hanno contribuito, con le loro materie prime, in maniera determinante alla crescita economica tunisina).
Il divario fra città e campagne, e fra regioni interne e regioni costiere, è divenuto il sintomo più evidente di un’inefficace sistema di redistribuzione della ricchezza. La privatizzazione del settore pubblico – dettata dalle politiche neoliberiste imposte da istituzioni internazionali come l’FMI e la Banca Mondiale, ed in presenza di un sistema politico dispotico ed elitario – ha portato all’arricchimento di ambienti vicini al potere, facendo allo stesso tempo venire a mancare il ruolo equilibratore dello Stato sia in termini sociali che in termini geografici: gli investimenti si sono concentrati sulla fascia costiera, e le imprese private non hanno più assicurato i posti di lavoro in precedenza garantiti dallo Stato.
L’impoverimento di strati consistenti della popolazione, e la disoccupazione che si aggira intorno al 30% fra i giovani, sono certamente elementi alla base dell’attuale esplosione di collera nel paese. Ma questa collera è anche il risultato di una radicata insoddisfazione dovuta a decenni di corruzione e di repressione di qualsiasi forma di dissenso.
Non bisogna poi sottovalutare il ruolo che l’attuale congiuntura economica mondiale ha avuto nel portare a saturazione la situazione di malcontento nel paese. L’economia tunisina è fortemente orientata verso l’estero, ed in particolare verso l’Unione Europea – in assenza di un solido mercato interno, e data la scarsa integrazione economica con gli altri paesi del Maghreb. Le difficoltà economiche dell’Europa necessariamente influiscono in maniera negativa sulle esportazioni e sul settore produttivo della Tunisia.
LA TUNISIA COME PARADIGMA DELLA CRISI DEL NORD AFRICA
La Tunisia, tradizionalmente vista in Occidente come uno dei paesi politicamente ed economicamente più solidi del Nord Africa, si trova oggi nella situazione paradossale di rappresentare l’emblema della crisi che attanaglia gli Stati della regione.
Il caso tunisino è infatti tutt’altro che isolato, essendo le ragioni che hanno portato all’attuale esplosione di collera popolare tutt’altro che circoscritte alla sola Tunisia. Gli elevati tassi di disoccupazione, la diffusa povertà, la rampante corruzione, le crescenti disuguaglianze sociali, l’assenza di democrazia, la repressione dell’opposizione, il rigido controllo dell’informazione, sono fattori presenti – seppure in gradi diversi – in tutto il Nord Africa (in particolare in Egitto, Algeria e Marocco), ed in gran parte del mondo arabo.La rivolta tunisina è stata accompagnata da analoghi disordini nella vicina Algeria, con sollevazioni ad Orano e Algeri, estesesi poi nel resto del paese. A differenza della Tunisia, l’Algeria è in ebollizione da anni, ed assiste a periodiche manifestazioni di collera popolare. Il governo algerino ha cercato di contenere le ultime proteste riducendo i prezzi dei generi di prima necessità, potendosi permettere – a differenza della Tunisia – di attingere alle sue ingenti riserve finanziarie derivanti dal gas e dal petrolio.Ma sebbene queste misure abbiano avuto un parziale successo, si tratta – a giudizio di molti analisti – di provvedimenti tampone che non risolvono i gravi problemi sociali ed economici che affliggono la popolazione del paese. La Banca Mondiale ha già ammonito che i prezzi dei generi alimentari continueranno a crescere per tutto il 2011, prospettando la possibilità di un ripetersi della crisi alimentare mondiale che nel 2008 portò alle rivolte del pane in Egitto ed in altri paesi arabi.L’intero mondo arabo è esposto alle conseguenze di un’eventuale crisi di questo genere, come dimostrano le aspre proteste che si sono avute in questi giorni anche in Giordania nonostante le misure preventive che erano state adottate dal governo proprio per scongiurare uno “scenario tunisino” nel paese.
LE RAGIONI DELLA CRISI E LE RESPONSABILITA’ OCCIDENTALI
Le origini della difficile situazione economica che attualmente caratterizza i paesi del Nord Africa, ed in generale molti paesi del mondo arabo, risalgono in gran parte al clima economico che si affermò negli anni successivi al crollo del muro di Berlino.
Il tramonto del modello sovietico, e l’affermazione dell’unipolarismo americano e della globalizzazione neoliberista, spinsero la maggior parte dei paesi arabi che in passato avevano avuto rapporti più o meno amichevoli con il blocco comunista, ed avevano adottato un modello economico di tipo socialista, a riconvertire la propria economia statalizzata all’economia di mercato.
Tale riconversione è avvenuta in momenti diversi e con ritmi diversi (talvolta avendo avuto inizio addirittura prima del crollo dell’URSS), ma i risultati furono pressoché invariabilmente gli stessi: un forte indebitamento estero di questi paesi, un inasprimento degli squilibri sociali al loro interno, e una forte penetrazione economica straniera.
La trasformazione economica di ispirazione neoliberista applicata a tappe forzate, affiancata dal mantenimento di un modello politico autoritario, fece sì che, anche laddove questi paesi registrarono elevati tassi di crescita economica, tale crescita non si traducesse in un miglioramento generalizzato degli standard di vita, ma anzi in un’espansione delle aree di povertà e in un inasprimento dell’ingiustizia sociale.
La deleteria “accoppiata” fra riconversione economica neoliberista e autoritarismo politico fu appoggiata dagli Stati Uniti e dall’Europa sulla base della presunta convenienza di anteporre la “stabilità” alla “democrazia” – due elementi, questi ultimi, considerati in maniera quantomeno bizzarra come auto-escludentisi laddove venivano applicati al mondo arabo.

Il definitivo trionfo di questa logica fu sancito dagli eventi dell’11 settembre, dopo i quali l’Occidente decise di guardare al mondo arabo esclusivamente attraverso la lente dell’estremismo e della lotta al terrorismoIl maldestro tentativo dell’amministrazione Bush di esportare la democrazia attraverso pressioni politiche, oltre che con i carri armati, venne immediatamente messo da parte non appena i Fratelli Musulmani ottennero ottimi risultati alle elezioni parlamentari del 2005 in Egitto, e non appena Hamas vinse le elezioni palestinesi del 2006.
Prima e dopo questo disgraziato tentativo, l’Occidente ha sempre messo al primo posto un malinteso concetto di “stabilità” nel mondo arabo, anteponendolo ai concetti di “libertà”, “uguaglianza” e “democrazia”. Esso di conseguenza si è alleato con regimi dispotici, finanziandoli economicamente e addestrandone le forze di sicurezza (quelle stesse forze di sicurezza con cui tali regimi hanno represso ogni forma di opposizione interna), con il pretesto di dover combattere l’estremismo e il terrorismo, e di salvaguardare la stabilità economica.
Nel Maghreb, il sostegno offerto a tali regimi ha avuto anche un’altra finalità, quella di combattere l’immigrazione clandestina in Europa – quella stessa immigrazione che questi regimi, se da un lato contrastano con misure repressive, dall’altro alimentano rendendo irrespirabile il clima sociale all’interno dei propri rispettivi paesi.
La rivolta tunisina di queste settimane fa crollare miseramente il “teorema” che antepone la stabilità alla democrazia e che rende “accettabile” l’alleanza con regimi dispotici, purché laici e filo-occidentali, per imporre tale stabilità e combattere l’estremismo “islamico”.
La rivolta tunisina di queste settimane fa crollare miseramente il “teorema” che antepone la stabilità alla democrazia e che rende “accettabile” l’alleanza con regimi dispotici, purché laici e filo-occidentali, per imporre tale stabilità e combattere l’estremismo “islamico”.
Tale rivolta dimostra piuttosto che è vero il contrario: sono l’assenza di democrazia, l’ingiustizia sociale, l’emarginazione economica e politica, la repressione delle libertà, e l’assenza di futuro e di prospettive – tutti fattori che vengono rafforzati dai regimi non democratici alleati dell’Occidente, e dal modello neoliberista imposto dalla globalizzazione (almeno originariamente) di stampo americano – che alimentano la disperazione e l’estremismo.
Il presidente Ben Ali è crollato non sotto i colpi dell’estremismo islamico, ma di una protesta popolare spontanea, nata dal basso, che pone al centro delle proprie rivendicazioni l’uguaglianza sociale, la possibilità di vivere una vita dignitosa, e la libertà di espressione.
Il Maghreb è relativamente lontano dai conflitti che dilaniano il Medio Oriente e che contribuiscono a loro volta a generare crisi sociali, disperazione e fanatismo. Esso rappresenta piuttosto la periferia dell’Europa. Guarda all’Europa, culturalmente ed economicamente  (pur mantenendo una propria identità distinta, ed essendo parte integrante del mondo arabo).

E nel Maghreb l’Europa esporta non solo le proprie merci, ma anche il proprio modello culturale e sociale (o forse la sua componente peggiore) attraverso la televisione, i mezzi di informazione, internet. Questo modello influenza soprattutto i giovani, che costituiscono la gran parte delle popolazioni di questi paesi, e spesso la componente più svantaggiata, emarginata e derubata del proprio futuro.
Questi giovani però, oltre ad essere emarginati in patria, sono allo stesso tempo rifiutati dall’Europa. Essi possono sognare il modello europeo, ma non possono certamente raggiungerlo, né all’interno dei propri paesi né all’estero. Questi giovani sono coloro che vanno a ingrossare le file dei clandestini, gli “harraga”, coloro che bruciano i propri documenti e la propria identità, nella speranza di ottenerne un’altra al di là del Mediterraneo.
Ma l’Europa ha chiuso loro la porta in faccia, ed allo stesso tempo sostiene nel Maghreb regimi che a loro volta chiudono la porta in faccia a questi giovani, ed ai propri cittadini in generale.



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