Gli Emirati Arabi e la tolleranza della cristianità
Dalla presenza degli sceicchi regnanti durante le funzioni ufficiali natalizie al finanziamento degli scavi nelle rovine dell’unico monastero cristiano conosciuto nel Golfo, gli Emirati Arabi spiccano per la tolleranza verso l’espressione del credo cristiano, per ragioni di ordine socio-politico, economico ma anche religioso.
Si stima che circa tre o quattro milioni di cristiani risiedano oggi negli Stati arabi del Golfo, concentrati soprattutto negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita e nel Qatar. Solo il Kuwait e il Bahrein hanno popolazioni cristiane di portata proporzionalmente inferiore rispetto alla media della regione.
Mentre in Arabia Saudita la costruzione di chiese è ancora oggi bandita, per Abu Dhabi la diversità religiosa è parte integrante della struttura dello Stato stesso. Sebbene l’islam sia religione ufficiale di tutti e sette gli Emirati, la libertà di culto è protetta dalla Costituzione, nel rispetto dei costumi locali.
Tale libertà di fede è di certo costituzionale, ma nei fatti alcuni culti godono di privilegi maggiori. Le ragioni di tali differenze vanno cercate nella storia e politica della regione, ma anche nella religione che sta alla base della locale organizzazione stataleSi stima che negli Emirati i cristiani rappresentino circa il 9% della popolazione, a fronte di un 76% di musulmani e un 15% di fedeli di altri credi. I gruppi religiosi dei non-musulmani, cristiani inclusi, possono richiedere agli emiri un permesso di costruzione specifico per i luoghi di culto. I permessi sono discrezionali, ma semplici da ottenere.Sebbene la proprietà della terra su cui vengono edificati templi e chiese resti nelle mani del sovrano, i responsabili dei luoghi di culto non sono tenuti in linea di massima a pagargli un affitto.Le pratiche variano da Emirato a Emirato; quello di Sharjah, più tollerante rispetto ad altri, ha varato una legge secondo la quale i luoghi di culto sono esenti dal pagamento di elettricità e d’altri servizi pubblici.Ciò che accomuna la politica di tutti gli Emirati è una certa predilezione per la fede cristiana tra i credi non-musulmani. Ciò si riflette nella frequenza con cui sono offerti i permessi di edificazione di chiese rispetto a templi d’altre religioni.Se spesso, specialmente in passato, le autorità doganali storcevano il naso ai volumi di letteratura religiosa non-musulmana che entrava nella Federazione, dette autorità sono sempre state notoriamente più tolleranti nei confronti di Bibbie e opuscoli liturgici cristiani.Già dai primi decenni dell’Ottocento Abu Dhabi stringeva rapporti con l’impero Britannico ed entrava in contatto diretto con il credo protestante. Nel Novecento, vennero edificate chiese cristiane e con esse giunsero floride comunità di missionari esponenti delle varie branche della cristianità.Fonti non ufficiali hanno riportato casi di sanzioni a pastori cristiani che facevano proselitismo tra fedeli musulmani, ma di fatto la tolleranza è stata sempre di ampio respiro.
La preferenza è data dal fatto che, secondo un’interpretazione del Corano, i cristiani sarebbero - al pari di ebrei - ahl al-Kitab, “gente del Libro”, cioè monoteisti che praticano una religione più antica rispetto all’islam, in cui Abramo è considerato un patriarca.n quanto tali, queste religioni sono ufficialmente riconosciute e rispettate dalla dottrina islamica. A prova di ciò, basti notare che il diritto civile prevede delle differenze procedurali nella formazione di matrimoni tra musulmani e “gente del Libro” rispetto a quelli con fedeli di altri credi. Un uomo di fede musulmana può sposare una musulmana o una kitabyya, donna del Libro, nei tribunali locali che si occupano di diritto islamico. Ciò non è permesso per matrimoni con altre fedeli non convertite.
Tale tolleranza verso le “genti del Libro”, che accomuna il Golfo nonostante divergenze interpretative del Corano, potrebbe spiegare la presenza di una sinagoga nel Bahrein, frequentata dai 40 membri della ristrettissima comunità ebraica ivi residente. Nella primavera del 2008, l’amministrazione del Regno ha perfino nominato un membro di detta comunità, Houda Ezra Ebrahim Nonoo, ambasciatrice a Washington.
Sebbene il Bahrein rappresenti un caso più unico che raro di tolleranza verso l’ebraismo, è possibile riscontrare, in modo non uniforme, la matrice di questa predisposizione all’accettazione delle religioni del Libro in tutta la regione.
Negli Emirati comunque la tolleranza verso i cristiani supera nettamente quella di altri paesi del Golfo, e non è raro che i regnanti colgano l’occasione per dimostrarla durante le festivitàL’anno scorso per esempio, lo sceicco regnante Khalifa Bin Zayed al Nahyan si recò in visita ufficiale alla chiesa copta ortodossa d’Egitto ad Abu Dhabi. Con lui, il vice presidente nonché il primo ministro degli Emirati, sceicco Mohammad Bin Rashid Al Maktoum, alcuni membri del Consiglio Supremo e altri personaggi di spicco dell’amministrazione.
L'atteggiamento tollerante si esprime anche nelle scelte di investimento culturale. Di recente, la Abu Dhabi Authority for Culture and Heritage ha finanziato la traduzione in arabo del Zwischen Rom und Mekka: Die Päpste und der Islam (Tra Roma e Mecca: i Papi e l’islam), importante volume storico nel quale il giornalista tedesco Heinz-Joachim Fischer ragiona sulle crociate e sul rapporto tra musulmani e papato nei secoli.
L’interesse che gli Emirati hanno mostrato verso la diffusione in arabo di questo volume è degno di nota, perché mostra una rinnovata attenzione verso il dialogo interconfessionale tra islam e cristianesimo.
Proprio quest'anno sono stati completati gli scavi archeologici sull’isola di Sir Bani Yas, davanti ad Abu Dhabi, dove si trovano le rovine di un monastero cristiano nestoriano che risalirebbe al 600 d.C.
Le rovine, unica prova ancora esistente della storica presenza cristiana nel Golfo, hanno dimostrato che l’attività del monastero continuò per 250 anni dopo l’arrivo dell’islam, fornendo la prova più antica di tolleranza musulmana nei confronti della cristianità.
In un certo senso, questa è la stessa apertura mentale che gli Emirati, con operazioni archeologiche, politiche e socio-culturali, sembrano voler ristabilire in questi anniUna tolleranza a tutto tondo, che oltrepassa l’esotismo commerciale che ha portato questo inverno gli Emirati a finanziare la costruzione dell’albero di Natale più caro al mondo, i cui addobbi di ghirlande d’oro e pietre preziose valgono un totale di 11 milioni di dollari.Gli Emirati Arabi e la tolleranza della cristianità

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