Giuliana Waldis :BIL’IN TRA SANGUE E INDIFFERENZA
“Gli indifferenti non hanno mai fatto la storia – sosteneva Ezra Pound – non hanno mai neanche capito la storia”. Si sbagliava. Forse non l’hanno mai capita, ma nei villaggi di Ni’lin e Bil’in, in Cisgiordania, la stanno (indirettamente) facendo. Nell’assordante silenzio della comunità internazionale, alle 9 di ieri mattina, 1 gennaio 2011, è morta Jawaher Abu Rahmah, una residente di Bil’in, centro di 1.800 abitanti posto a 12 km da Ramallah. Il giorno precedente, come ogni venerdì dal gennaio del 2005, Bil’in era stato il teatro delle manifestazioni contro il muro che taglia il villaggio, precludendo allo stesso l’accesso al 60 percento della sua terra coltivabile (in gran parte attualmente a disposizione degli insediamenti ebraici circostanti: Mod’in Illit e East Matityahu in primis). Da una parte si fronteggiavano i soldati dello Stato ebraico, dall’altra attivisti palestinesi, europei e israeliani. Questi ultimi, sfidando le disposizioni delle autorità dello Stato ebraico, che il 15 marzo 2010 ha indicato l’area come zona militare interdetta agli attivisti non palestinesi, continuano a battersi affinché venga modificato il percorso del muro, posto ben al di là della “Green Line”, in linea con quanto deciso dalla Corte Suprema Israeliana nel settembre 2007.Jawaher era la sorella di Bassem Abu Rahmah, un 29enne ucciso due anni prima, nel corso delle medesime manifestazioni, da un gas lacrimogeno sparatogli nel petto. Come lui, anche Jawaher è morta a seguito dei gas lacrimogeni usati dall’esercito israeliano, questa volta a causa delle inalazioni e non per un contatto diretto. Un altro loro parente, Abdullah Abu Rahmah, coordinatore del gruppo “Bil’in Popular Committee Against the Wall”, era stato arrestato nel dicembre del 2009 per possesso di armi israeliane, a seguito di una esposizione da lui organizzata al fine di mostrare all’opinione pubblica il genere di equipaggiamento usato dallo Tsahal contro gli attivisti. Il nucleo familiare degli Abu Rahma è solo uno tra quelli che a Ni’lin e Bil’in hanno pagato a caro prezzo il lusso di non volersi rassegnare all’apparente ineluttabilità della storia.
Il gas lacrimogeno che ha ucciso Jawaher è stato fabbricato dalla Combined Systems Inc., una società di Jamestown, in Pennsylvania. In segno di protesta, all’una di notte del 2 gennaio, circa 25 attivisti israeliani hanno personalmente recapitato a casa dell’ambasciatore statunitense in Israele, James B. Cunningham, il barattolo assassino ed altri trovati nelle vicinanze. Sono stati in seguito accusati dalla polizia di aver “attaccato la residenza dell’ambasciatore”, in quanto alcuni dei gas lacrimogeni non erano ancora completamente spenti.
Il gas lacrimogeno che ha ucciso Jawaher è stato fabbricato dalla Combined Systems Inc., una società di Jamestown, in Pennsylvania. In segno di protesta, all’una di notte del 2 gennaio, circa 25 attivisti israeliani hanno personalmente recapitato a casa dell’ambasciatore statunitense in Israele, James B. Cunningham, il barattolo assassino ed altri trovati nelle vicinanze. Sono stati in seguito accusati dalla polizia di aver “attaccato la residenza dell’ambasciatore”, in quanto alcuni dei gas lacrimogeni non erano ancora completamente spenti.
Giuliana Waldis
02/01/2010
02/01/2010
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