Verso un’internazionalizzazione del processo di pace israelo-palestinese?



 una volta l’amministrazione Obama si è vista costretta a tornare sui propri passi. I generosi –e secondo alcuni scandalosi – incentivi, che prevedevano fra l’altro la consegna ad Israele di 20 modernissimi cacciabombardieri F-35, la promessa di utilizzare il potere di veto in sede ONU per fermare qualsiasi risoluzione non gradita a Tel Aviv, e l’impegno a non chiedere mai più un ulteriore congelamento degli insediamenti, non sono stati sufficienti a convincere il governo Netanyahu ad accettare l’offerta.Alla fine della scorsa settimana, il segretario di stato americano Hillary Clinton ha annunciato la nuova linea dell’amministrazione: “E’ tempo di affrontare le questioni centrali del conflitto: i confini e la sicurezza, gli insediamenti, le risorse idriche e i profughi, e la stessa Gerusalemme”.
Ma tutto questo verrà discusso, nella migliore delle ipotesi, nell’ambito dei cosiddetti “colloqui di prossimità”, i negoziati indiretti che restano l’unica opzione rimasta a disposizione di Washington. Essendo falliti i colloqui diretti a seguito dell’impossibilità di prolungare il congelamento degli insediamenti, i palestinesi sono in generale estremamente restii ad impegnarsi ulteriormente in trattative che non offrono alcuna garanzia da parte americana, né alcuna apertura da parte israeliana.
In Israele molti esponenti del governo hanno ripetutamente affermato che non sono gli insediamenti il vero ostacolo alla pace, ed hanno ribadito la loro richiesta di negoziati “senza precondizioni”. Tuttavia, all’affermazione della Clinton che la prossima fase dei negoziati si concentrerà sui confini del futuro Stato palestinese, il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman ha risposto: “Chiunque pensa che il problema possa essere risolto attraverso i confini si sbaglia”.
Potrebbe dunque sorgere spontanea la seguente domanda: se non si possono fermare gli insediamenti che continuano a erodere il territorio del futuro Stato palestinese (oltre 500.000 coloni risiedono ormai in Cisgiordania), se non ha senso discutere di confini, se Gerusalemme deve rimanere la capitale unica e indivisibile dello Stato israeliano (come hanno più volte ribadito numerosi esponenti del governo Netanyahu), su cosa è possibile ancora negoziare?
Gli ultimi due anni sono stati fra i più tranquilli per Israele dal punto di vista della sicurezza: a Gaza, Hamas si è astenuto dal lanciare razzi ed ha cercato il più possibile di contrastare gruppi palestinesi di minore importanza che hanno tentato sporadicamente di effettuare lanci. Più volte, diversi esponenti di spicco del movimento islamico palestinese si sono detti disposti ad accettare uno Stato palestinese entro i confini del 1967In Cisgiordania le forze di sicurezza dell’ANP collaborano attivamente con le forze armate israeliane per mantenere l’ordine, e non si è praticamente verificato alcun attacco contro Israele, sebbene le incursioni e le campagne di arresti da parte israeliana siano proseguite.
Eppure il governo Netanyahu sembra assolutamente poco intenzionato ad andare al di là di una “pace economica” con i palestinesi, e poco incline a rispondere positivamente alle sollecitazioni americane a portare avanti un negoziato proficuo che porti alla creazione di uno Stato palestinese in grado di vivere in pace a fianco di Israele.
IL FALLIMENTO DEL RUOLO DI MEDIAZIONE AMERICANO
Il fatto che gli ultimi incentivi proposti dall’amministrazione Obama abbiano fallito non è grave in quanto con essi sfuma un ulteriore congelamento degli insediamenti – che comunque, secondo gli analisti, avrebbe prodotto ben poco in termini di progresso del negoziato – bensì in quanto rappresenta l’ennesima conferma del fatto che la Casa Bianca non è in grado di esercitare alcuna influenza sul governo Netanyahu.
A due anni dall’insediamento di Barack Obama, la strategia diplomatica dell’amministrazione USA non ha prodotto alcun risultato: nessun congelamento degli insediamenti, nessun negoziato reale, e ben poche prospettive di un accordo. Nei momenti cruciali del confronto con il governo Netanyahu, la Casa Bianca ha sempre ceduto, dimostrando di non avere in mano alcuno strumento di pressione efficace.
Inoltre, al di là dell’incapacità di spingere Tel Aviv ad avere un atteggiamento più collaborativo, è lo stesso approccio diplomatico dell’amministrazione Obama alla questione palestinese che è apparso a molti parziale e inefficace.
Washington si è concentrata unicamente su un negoziato israelo-palestinese ormai palesemente in fase di stallo, considerando un’ANP debole e delegittimata come unico interlocutore palestinese legittimo. Gaza è rimasta ignorata. Il negoziato con la Siria è rimasto ostaggio di un velleitario tentativo di spezzare l’alleanza tra Damasco e Teheran, senza peraltro offrire nulla al regime siriano a causa dell’intransigenza di Netanyahu.
Secondo molti osservatori – non solo nel mondo arabo, ma anche a livello internazionale – la strettissima alleanza tra gli USA e Tel Aviv ha impedito a Washington di essere un mediatore equo ed imparziale. Negli anni, Israele è diventata una questione di politica interna per gli Stati Uniti, un elemento essenziale del confronto fra il partito repubblicano e il partito democratico. L’AIPAC, la potentissima lobby filo-israeliana a Washington, è in grado di esercitare pressioni enormi sul Congresso e sulla Casa Bianca.
La maggioranza repubblicana affermatasi alla Camera dei Rappresentanti nelle recenti elezioni di medio termine restringe ulteriormente il margine di manovra di Obama, in un momento in cui la sua amministrazione deve misurarsi con la crisi economica interna e con gravi difficoltà all’estero: l’andamento fallimentare della guerra in Afghanistan, le crescenti frizioni con la Cina, la bufera diplomatica causata dalle rivelazioni di Wikileaks.
UN SEGNALE DALL’AMERICA LATINA
L’inconcludenza dell’attuale processo negoziale e il fallimento del ruolo di mediazione americano hanno spinto molti – soprattutto nel mondo arabo, ma non solo – a chiedere di riconsiderare l’intero processo e di definire un sistema di mediazione internazionale che provveda a far applicare le risoluzioni dell’ONU, invece di lasciare la gestione del negoziato nelle mani di una superpotenza che ha ripetutamente dimostrato di non avere la volontà politica o la capacità di essere un mediatore imparziale.
Ad alimentare presso alcuni la speranza che la comunità internazionale nel suo complesso possa acquisire maggior peso nella gestione del processo di pace, sono giunte alcune notizie dall’America Latina all’inizio di dicembre: Brasile e Argentina hanno ufficialmente riconosciuto uno Stato palestinese indipendente entro i confini del 1967. L’Uruguay ha annunciato che entro il prossimo anno farà lo stesso.
La notizia è stata chiaramente accolta in maniera positiva dall’ANP di Mahmoud Abbas, e con disappunto da Israele. Tel Aviv ha condannato l’iniziativa come un esempio di “unilateralismo” che danneggia il processo negoziale. Va detto però che simili manifestazioni di “unilateralismo” sono la diretta conseguenza del fallimento del processo negoziale bilaterale, non certo una delle cause che hanno contribuito a tale fallimento.
In realtà, Israele teme che altri paesi sudamericani – in particolare il Messico, l’Ecuador, El Salvador, e il Paraguay – possano presto seguire l’esempio di Brasile e Argentina, provocando un possibile “effetto a valanga”.
In generale, oltre 100 paesi nel mondo riconoscono lo Stato palestinese. Molti di essi (tra cui Cina e India) lo hanno fatto dopo la dichiarazione di indipendenza di Arafat nel 1988. In America Latina, già altri quattro paesi avevano compiuto questo passo: Cuba, Costa Rica, Nicaragua e Venezuela.
Il riconoscimento da parte di Brasile e Argentina ha ovviamente un valore essenzialmente simbolico, che tuttavia rafforza l’eventualità che l’ONU possa riconoscere uno Stato palestinese entro i confini del 1967 qualora l’ANP dovesse decidere di dichiarare l’indipendenza e di chiedere l’adesione della nuova entità statale alle Nazioni UniteInoltre, la decisione di Brasilia e Buenos Aires appare importante se si tiene conto del peso che questi due paesi hanno in Sudamerica e nel mondo. L’Argentina ospita la comunità ebraica più popolosa dell’America Latina, con circa 230.000 residenti (in Brasile ve ne sono 96.000). Il Brasile, con i suoi circa 190 milioni di abitanti e la sua economia emergente a livello mondiale, è un paese che nutre crescenti ambizioni a livello globale.
La “corsa all’America Latina” ebbe inizio negli anni passati, quando il continente sudamericano cominciò a crescere economicamente e ad uscire in maniera sempre più marcata dall’ombra degli Stati Uniti, di cui un tempo era considerato il “giardino di casa”.
Verso la fine del 2009, il presidente israeliano Shimon Peres compì un’importante viaggio, accompagnato da manager e uomini d’affari israeliani, sia in Brasile che in Argentina per stringere i rapporti con questi due paesi e siglare importanti accordi economici.
Egli precedette solo di poche settimane il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, il quale giunse in Brasile nella seconda metà di novembre, nel corso di un viaggio che includeva anche Venezuela e Bolivia.
Anche Ahmadinejad giunse con la speranza di stringere nuovi rapporti di cooperazione in vari campi, dalla biotecnologia al settore energetico e all’agricoltura. Teheran nutriva l’ambizione di incrementare gli scambi commerciali con il Brasile dai 2 ai 15 miliardi di dollari.
Nel corso dell’ultimo anno in molti, negli Stati Uniti e in Israele, hanno lanciato l’allarme su una presunta “invasione” iraniana dell’America Latina (Teheran ha aperto nuove ambasciate in diversi paesi, tra cui la Colombia, il Cile, l’Uruguay e la Bolivia, oltre ad aver rafforzato i rapporti con paesi come l’Argentina, il Brasile, il Venezuela e Cuba).
Ma se la portata di questa “invasione” è stata certamente sovrastimata, da non sottovalutare è invece la volontà dei paesi sudamericani di giocare un ruolo a livello globale. Il Brasile, in particolare, ambisce a interpretare una parte di primo piano nell’economia e nella politica internazionale, ed in questo quadro rientra anche la sua ambizione a ritagliarsi un ruolo di mediatore in Medio Oriente.
Il presidente brasiliano Lula da Silva lo ha già dimostrato lo scorso maggio, quando insieme al primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan ha siglato un accordo con l’Iran (poi rifiutato dall’AIEA) per il trasferimento all’estero dell’uranio arricchito iraniano.
Il segnale lanciato da Brasile e Argentina è dunque importante a giudizio di alcuni, poiché, pur non determinando nessun cambiamento immediato nel panorama negoziale israelo-palestinese, è indicativo di una crescente insofferenza a livello internazionale di fronte allo stallo del processo di paceUn altro segnale in proposito lo hanno lanciato nei giorni scorsi 26 ex capi di stato e di governo, ex ministri ed ex commissari dell’Unione Europea, i quali hanno inviato una lettera alle principali istituzioni europee chiedendo che l’UE imponga sanzioni a Israele a causa dell’espansione degli insediamenti nei Territori occupati.
Fra questi politici di primo piano figurano l’ex alto rappresentante della politica estera europea Javier Solana, l’ex cancelliere tedesco Helmut Schmidt, l’ex leader spagnolo Felipe Gonzales, e l’ex commissario UE Chris Patten. Per l’Italia hanno firmato Romano Prodi e Giuliano Amato.
La lettera ammonisce che il tempo a disposizione per il processo di pace sta scadendo, poiché la continua espansione degli insediamenti israeliani “pone una minaccia esistenziale alle speranze di creare uno Stato palestinese sovrano, contiguo e sostenibile”.
LE OPZIONI A DISPOSIZIONE DELL’ANP
In questo clima di crescente delusione e insofferenza internazionale per i continui fallimenti dell’attuale processo negoziale, l’ANP del presidente Mahmoud Abbas sta vagliando le residue opzioni a sua disposizione.
Anche sull’onda del recente riconoscimento ottenuto da Brasile e Argentina, l’Autorità Palestinese potrebbe decidere di tentare la strada dell’ONU, chiedendo il riconoscimento e l’adesione alle Nazioni Unite come membro a pieno titolo.
Un percorso di questo genere sarebbe certamente accidentato, visto che sia Israele che gli Stati Uniti si sono opposti a una simile mossa, definendola controproducente e affermando che solo il negoziato può portare alla nascita di uno Stato palestinese.
Il tentativo palestinese rischierebbe di essere stroncato dal veto americano, ma alcuni ventilano la possibilità che un’amministrazione Obama esasperata dall’intransigenza di Netanyahu possa astenersi dal ricorrere al veto, aumentando la possibilità di un riconoscimento da parte dell’ONU.
Se le Nazioni Unite dovessero riconoscere uno Stato palestinese entro i confini del 1967, questo certamente rimarrebbe ancora un atto essenzialmente simbolico, ben lontano dal garantire l’automatica creazione di uno Stato reale. Tuttavia tale atto contribuirebbe a rafforzare in maniera significativa il sostegno internazionale alle rivendicazioni palestinesi, e renderebbe più difficile a Israele proseguire l’espansione – o procedere all’annessione – delle colonie in maniera indisturbata.
L’altra opzione attualmente al vaglio dei vertici palestinesi è lo scioglimento dell’ANP, che obbligherebbe Israele ad assumersi nuovamente in pieno la responsabilità dell’occupazione.
Se l’ANP dovesse sciogliersi, le conseguenze potrebbero essere dirompenti. Israele sarebbe costretta a riprendere direttamente il controllo della Cisgiordania (e forse di Gaza), anche per impedire che Hamas colmi il vuoto di potere che si verrebbe a creare. Ciò comporterebbe un nuovo ricorso all’uso della forza, e probabilmente nuovi massacri che potrebbero isolare ulteriormente Israele a livello internazionaleInoltre, il peso economico di quattro milioni di palestinesi privi di mezzi di sostentamento indipendenti potrebbe rivelarsi insostenibile per Tel Aviv.
Naturalmente tutto questo comporterebbe nuove enormi sofferenze per la popolazione palestinese, in termini di inasprimento delle condizioni di vita e probabilmente di perdite di vite umane.
Per queste ragioni, anche se l’ipotesi di uno scioglimento dell’ANP sta attirando un numero crescente di sostenitori fra i palestinesi, vi è chi ha ammonito che il popolo palestinese deve essere preparato alle conseguenze di una simile decisione, la quale deve essere compiuta come parte di una chiara “strategia di resistenza”.
L’ANP attualmente paga direttamente i salari di circa 150.000 persone. Un suo dissolvimento metterebbe dunque in gravi difficoltà decine di migliaia di famiglie. Sarebbe pertanto necessario trovare fondi alternativi, che secondo alcuni difficilmente gli altri paesi arabi deciderebbero di versare.
(In generale, l’appoggio dei paesi arabi sarebbe determinante sia se l’ANP decidesse di intraprendere la strada dell’ONU, sia se decidesse di sciogliersi. Ma in questo momento il sostegno arabo appare alquanto scarso e inaffidabile).
Naturalmente, qualora Israele dovesse assumere nuovamente il pieno controllo militare ed economico dei Territori palestinesi, eventualmente attraverso il ricorso alla forza, il prezzo da pagare sarebbe enorme anche per Tel Aviv, soprattutto in termini di immagine e di credibilità internazionale, e in termini economici.
Comunque, a prescindere dalle future decisioni dell’ANP e dalle conseguenti reazioni di Israele, alla luce dell’attuale stallo del processo di pace è evidente che una crescente internazionalizzazione della questione israelo-palestinese potrebbe essere prima o poi inevitabile.
Il cambiamento degli equilibri mondiali (testimoniato dalle crescenti difficoltà internazionali degli Stati Uniti e dall’ascesa di potenze emergenti come il Brasile) e degli equilibri regionali (testimoniato dalla crescente influenza iraniana e dal ruolo sempre più deciso della Turchia, accompagnato a sua volta dal deterioramento dei rapporti fra Ankara e Tel Aviv) fa sì che lo status quo in Palestina sia destinato a rivelarsi prima o poi insostenibile.
Ma è altrettanto evidente che, perché un nuovo meccanismo internazionale prenda il posto dell’attuale schema negoziale sbilanciato e fallimentare, vi è il forte rischio che la Palestina e l’intera regione debbano passare prima attraverso nuovi conflitti e nuove tragedie.
L’intransigenza del governo Netanyahu e l’inefficacia della mediazione americana rischiano di far pagare un caro prezzo ai palestinesi – ma anche agli israeliani.




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