Massimo Mandolini-Pesaresi: :“INVICTA PALESTINA”: UNA BIBLIOTECA DA RESTITUIRE


“Villaggi ebraici furono costruiti in luogo di quelli arabi. Voi non conoscete nemmeno il nome di questi villaggi arabi e io non ve ne faccio una colpa perchè i libri di geografia non esistono più. Non solo non esistono più i libri, ma non ci sono più nemmeno i villaggi arabi: Nahlal crebbe al posto di Mahlul; Kibbutz Gvat al posto di Jibta; Kibbutz Sarid al posto di Huneifis; Kefar Yehushu’a al posto di Tal al-Shuman. Non esiste un singolo luogo edificato in questo paese che non sia stato precedentemente popolato dagli Arabi.”
Queste parole di Moshe Dayan[i] possono forse darci un’idea dell’estensione del genocidio etnico e  culturale, che accompagnò la costituzione dello stato d’Israele. La storia della  Nakbah(letteralmente, ‘catastrofe’), la tragedia  palestinese del 1948, è in gran parte ancora da scrivere (o riscrivere). Grazie agli illuninanti contributi dei “nuovi storici” (new historians) israeliani, quali, fra gli altri,  Ilan Pappé[ii] e Tom Segev[iii],  la compatta facciata di menzogne della propaganda sionista comincia a sgretolarsi, ma   una ricostruzione esaustiva dei fatti è ancora lontana.
Un interessante e inedito aspetto della tragedia è il furto di … libri. Sí, non solo la terra, le case, la tranquillità di vivere, ma anche i libri. Un recente aticolo di Arwa Aburawa,  “The Great Book Robbery of 1948” (La grande rapina dei libri del 1948) (Electronic Intifada, 9 novembre 2010) documenta la storia di piú di 60.000 libri (oltre a manoscritti e giornali),  che furono sequestrati dalle case palestinesi da parte delle forze israeliane. L’articolo fa anche riferimento all’omonima iniziativa , The Great Book Robbery, (http://tgbr.iskra.net ), che propone  un duplice progetto:  sia la realizzazione e distribuzione di un documentario (per la regia di Benny Brunner, Arjan El Fassed e altri), sia la ricostruzione del genocidio culturale del mondo palestinese durante la Nakbah. Di questi libri saccheggiati, circa 30.000 si trovano ora alla Jewish National Library, varie migliaia furono rivendute a compratori arabi, mentre ben 26.000 furono mandati al macero perché considerati pericolosi, in quanto potevano “istigare alla ribellione contro lo Stato d’Israele”. E’ infatti una caratteristica di tutti i regimi coloniali provvedere a che la mala pianta dello spirito d’indipendenza nazionale  non attecchisca fra la popolazione autoctona. Vale la pena ricordare, ad esempio, che Churchill –come appare dal “Secret Poison Gas Memo”– era pronto a usare armi di distruzione di massa (gas velenosi) contro gli  “Arabi irriducibili” (recalcitrant Arabs). [iv]
Ciò che rende il detto saccheggio del 1948 particolarmente inquietante è il carattere sistematico dell’operazione. Il  ben pianificato sequestro dei libri era un aspetto di quel piú vasto programma di pulizia etnica e annientamento culturale, che ebbero nel famigerato Piano Dalet (Tokhnith Daleth) la loro piú esplicita espressione.[v]
Oggi, a piú di sessant’ anni di distanza, si sta verificando una singolare, costruttiva  “nemesi” di quella tragedia. Il Centro Invicta Palestina di Pentone (CZ) ha infatti lanciato un’originalissima  campagna: “Adotta un  libro” L’iniziativa vuole estendere a tutti  un invito a diventare partecipi della costruzione di una biblioteca dedicata alla storia della Palestina e dei Palestinesi. Tale progetto ha sia  un aspetto ‘materiale’, la costituzione di una vera biblioteca di libri (e alcuni   vengono già donati   da varie parti d’Italia e anche da paesi stranieri), sia  una dimensione ‘virtuale’,  la creazione di una banca dati, che accolga il maggior numero possibile di titoli nelle varie lingue occidentali. Se Borges poteva immaginare una biblioteca come metafora del mondo, lo scopo di questo progetto è ricreare un ‘luogo’  per la memoria palestinese: uno spazio/dimensione, in cui il ricordo e l’analisi storica possano favorire la libertà di pensare il  futuro. E’ significativo che una simile iniziativa venga dalla diaspora, a sottolineare la vitalità di questa nel creare un senso di solidarietà interculturale. Come è stato spesso rilevato da quell’inesausto pioniere delle lotte per la giustizia e la libertà, Noam Chomsky, una pace duratura in Medio Oriente può iniziare fuori della Palestina. Gli Stati Uniti e l’Unione Europea possiedono la capacità di indurre Israele a porre fine ai suoi crimini e a rispettare il diritto internazionale e le risoluzioni dell’ONU. Nonostante i primi due anni dell’amministrazione Obama abbiano deluso amaramente molti , alcuni analisti non escludono  la possibilità di un ravvedimento da parte del presidente: ora che le elezioni sono passate, Obama potrebbe decidere di  agire nell’interesse degli Stati Uniti e non d’Israele. Sarebbe forse sufficiente che egli  evitasse di  porre il tradizionale veto alle mozioni dell’ONU, volte a condannare l’occupazione e i  crimini dello  stato sionista. Riuscirà a farlo? Credo che  una saggia epochè sia consigliabile.
Indipendentemente dalle decisioni prese a livello governativo, un passo fondamentale in questo lento processo è la  pressione che  attivisti e organizzazioni umanitarie possono esercitare  sul governo statunitense, affinché cessi ogni fornitura di armi  (un fatturato di circa 3 miliardi di dollari l’anno) a Israele. Questa campagna si inserisce nel più vasto  movimento internazionale, noto con l’acronimo BDS (Boycott Disinvest Sanction), in cui si registra un’intensa attività da parte di vari gruppi (tra cui anche  associazioni ebraiche, quali Jewish Voice for Peace)  Alcuni primi risultati positivi cominciano già a vedersi: è di questi giorni la notizia che la ditta Caterpillar (costruttrice di bulldozer, con cui vengono rase al suolo le case dei Palestinesi, e sotto uno dei quali perse la vita, sette anni fa,  l’eroica attivista americana Rachel Corrie nel tentativo di impedire una di tali demolizioni) ha per il momento sospeso le forniture. In California poi  si stanno ora raccogliendo firme allo scopo di poter introdurre nelle votazioni del 2011 un ballottaggio, che permetta agli elettori di votare in favore del disinvestimento da Israele: nel caso che la proposta sia approvata, per legge tutti i programmi statali di pensionamento saranno  obbligati a ritirare i propri investimenti dai territori  occupati.In tale contesto di cooperazione internazionale, l’iniziativa di Invicta Palestina intende coniugare il progetto politico e pragmatico con una dimensione di recupero del passato, inteso come  patrimonio culturale perenne. La biblioteca, che abbiamo iniziato a creare,  è quindi anche una biblioteca da ‘restituire’ al popolo della Palestina,  terra depredata e violentata.

“….Cosa posso mai fare?
Che posso mai fare senza l’esilio?
E una notte, lunga notte sull’acqua?”[vi]
                                   Mahmoud Darwish

2010 © Massimo Mandolini-Pesaresi 
Massimo Mandolini-Pesaresi è un professore italiano, che vive da anni negli USA. E’ autore di numerosi articoli e di due libri di critica letteraria. Attualmente è impegnato in varie iniziative a sostegno della causa palestinese.[i] Discorso al Technion, Haifa (citato in Ha’aretz, 4 Aprile 1969.)
[ii]  A History of Modern Palestine: One Land, Two Peoples (Cambridge, 2006).[iii]  One Palestine, Complete: Jews and Arabs Under the British Mandate(2000). 
[iv]  “Il primo a usare i gas contro gli Arabi fu Winston Churcill, il britannico, all’inizio degli a anni Venti. Si trattava di Arabi iracheni.   Per usare le sue parole, i gas erano usati  per sottomettere Arabi recalcitranti“ (The first one to use gas against Atabs was Winston Chuchill, the British,  in the early 1920-s. They were Iraq Arabs they used them against. In the words of Winston Churchill they were used in order to subdue quote/unquote recalcitrant Arabs.” Henry B. Gonzalez, (TX-20) (House of Representatives – March 24, 1992).
[v]  Walid Khalidi. ‘Plan Dalet: Master Plan for the Conquest of Palestine’ Vedi anche “Plan Dalet and the Nakhba” http://www.1948.org.uk/plan-dalet-and-the-nakba/
[vi] “Mahmoud Darwish, “Chi sono io senza esilio?”  (Man anâ dûna manfan? vv. 9-11), in  Il letto della straniera, (Sarîr al-gharîbah 1998).



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