Reuven Ravenna : Israele e la sinistra alle strette
1Occorre guardare in faccia alla realtà, a sangue freddo. In Israele si rafforza sempre più un consenso anti-“sinistra”, un amalgama di stati d’animo, di preconcetti, qua e là basato su posizioni ideologiche, legittime. Per intenderci, nell’accezione attuale, nel dibattito senza fine a tutti i livelli, è di sinistra chi respinge o, almeno, avanza riserve critiche alle tendenze affiorate in crescendo dal ’67 sulla situazione geopolitica, che per comodità sintetizzo nella aspirazione a perpetuare il controllo massimo dei territori conquistati in quei fatidici sei giorni, nell’ideale della “Grande Israele”. La frattura politico-ideologica si discosta dalla tradizionale contrapposizione di natura economico-sociale. Nello Stato ebraico del terzo millennio la prassi e le aspirazioni generalizzate sono di “destra” in questo senso. L’economia di mercato e la corsa alle “privatizzazioni” hanno lasciato ai margini i sostenitori del le teorie “socialdemocratiche”, per non pronunciare la parola “socialismo”, fuori moda e impopolare. Per molti, soprattutto nelle comunità provenienti dai paesi islamici e, non occorre sottolinearlo, dall’ex-URSS, anche un rosa pallido è respinto, per i ricordi traumatici dell’egemonia laburista per le prime e per l’istintiva ostilità verso qualunque elemento che sappia di ‘sinistrismo’ per gli ‘olim ex-sovietici. Nonostante gli scandalosi, da record mondiale, dislivelli sociali e le sacche di povertà persistenti. In altra occasione, ritornerò ampiamente sul tema.
Nello stallo del contenzioso israelo-palestinese, che può inasprirsi ogni momento, l’approccio dei più, dell’israeliano medio, si è cristallizzato in una visione pessimistica circa il futuro, approfondendo la mancanza di fiducia verso l’avversario, corroborando la propria opinione, dimostrando l’ostilità del terrorismo armato a sud e al nord, e, a volte, nel cuore di Erez Israel, la spada di Damocle iraniana e lo sgretolamento della nostra causa in ampi settori dell’opinione pubblica mondiale. Sic rebus stantibus, chi denuncia, nei media, o in manifestazioni sul terreno, i soprusi dell’“occupazione”, con o senza le virgolette, viene tacciato di poco o scarso patriottismo, di post-sionismo, o di essere una pedina dei nemici di Israele, consciamente o per subdole complicità. Le accuse si fanno ancor più pesanti se le tesi dei pacifisti, dei sostenitori dei diritti umani anche per le popolazioni palestinesi o per gli arabi israeliani (che a loro volta costituiscono un problema) coincidono con prese di posizioni popolari in Occidente, delle elite progressiste o liberali, che in passato vedevano nel giovane stato ebraico un modello di civiltà, dopo il baratro della Shoah.La discussione tra i divergenti punti di vista, essenza della democrazia, viene in tal modo indebolita, quasi messa alle corde.La destra israeliana, nel suo significato accennato, è di diverse provenienze. Il conflitto centenario con i palestinesi e con il mondo arabo, contrassegnato da guerre, terrore e rigetto, ha prodotto ferite difficilmente rimarginate. Nel subcosciente ebraico persiste il sospetto secolare per i goim, trasferito agli “ismaeliti” odierni, anelli della millenaria catena dei nemici di Israele. Più che le trattative al tavolino, nonostante le paci fredde con l’Egitto e la Gior dania, e lo sgombero dei coloni dalla striscia di Gaza, di volta in volta incidenti sanguinosi ci ricordano che non viviamo in un “Nuovo Medio Oriente”. Per riflesso l’uso della forza, la muraglia di ferro di Jabotinsky, è divenuto, de facto, l’opzione realistica per necessità, per quanto si proclami la strenua aspirazione alla pacifica convivenza con i vicini. La geopolitica pesa su tutti gli aspetti della società come un macigno e non vedo il grande leader, da una parte e dall’altra, che, con una alta visione storica, riesca a tagliare definitivamente il nodo gordiano del conflitto.
Dal politichese alla mistica. Se i termini sinistra e destra, dalla loro origine storica, delle posizioni delle fazioni socio-ideologiche della Rivoluzione francese, hanno perso gran parte del loro significato, nella tradizione cabalistica la sinistra è al negativo in contrapposizione della “destra del Signore”. Per molti ebrei, più o meno, è un sentimento dominante
.http://www.hakeillah.com/4_10_19.htm
2 articolo del 2002 Una democrazia in pericolo
di Reuvèn Ravenna
L’anno ebraico or ora trascorso è stato, senza dubbio, uno dei più tempestosi degli ultimi decenni. Iniziato, a livello mondiale, subito dopo il trauma dell’undici settembre, è stato poi contrassegnato, ad un ritmo quasi giornaliero, dagli atti di violenza con, all’apice, i kamikaze palestinesi nel conflitto chiamato "Intifada el Akza", da definirsi più propriamente, miniguerra tra i due popoli di Erez Israel. La cronaca, concretizzata dai media, ha contrassegnato la nostra quotidianità con una intensità, si può affermare, oraria. Tralasciando il trattamento giornalistico dei fatti, da analizzare a parte, come abbiamo reagito, in Erez Israel e in Golà alla devastante catena di attentati e rappresaglie, prese di posizione e contrapposizioni? Vorrei fare il punto su un aspetto meno evidenziato nel susseguirsi febbrile degli avvenimenti, limitandomi al "settore" israeliano.
È quasi banale sottolineare come nel biennio dell’Intifada l’opinione pubblica si sia spostata "a destra", nell’accezione israeliana. Per naturale reazione al "tradimento" dell’avversario, dopo la "grande illusione" degli accordi di Oslo, allo stillicidio, senza precedenti, provocato dovunque dal terrorismo arabo e dalla totale incertezza sul futuro prossimo e lontano. Chi dal ’67, o anche prima, ha visto con costante pessimismo il succedersi degli avvenimenti come una lunga catena provocata dal Nemico arabo fin dagli inizi del Sionismo, una negazione totale delle aspirazioni ebraiche in Erez Israel, considera l’attuale fase come conferma lampante delle sue tesi, ostili, con coerenza più o meno costante, al "processo di pace" iniziato da una minoranza, al più animata, a suo dire, da "pie" illusioni e per alcuni da intenzioni "anti-nazionali", di odio di se stessi ("I criminali di Oslo"). Untradimento nei confronti dell’aspirazione alla "Grande Israele", la Patria del popolo ebraico, da conservare a costo di qualsiasi sacrificio per noi stessi e per le future generazioni. Per queste fasce, direi dominanti nella società israeliana, argomenti quali il problema demografico o la corrosione morale derivante dal dominio su milioni di esseri umani privi di diritti politici da decenni sono di importanza minore rispetto al sogno millenario dell’Indipendenza d’Israele nella sua Terra. Solo la maniera forte, senza cedimenti e sentimentalismi, avrà il potere di stroncare o limitare il "cancro" (termine usato dal Capo di Stato Maggiore) del terrore palestinese, e come dicono molti "la forza è il linguaggio che gli arabi comprendono". C’è chi pensa così, basandosi sulle proprie radici religiose, interpretando i Testi tradizionali in un’ottica, direi, letteralmente fondamentalista e riferendosi, per le possibili soluzioni, alla Promessa Divina nella sua globalità che non permette compromessi territoriali e di sovranità. E in riferimento alle critiche internazionali, per molti non bisogna prendersela troppo a cuore perché "i goym" rimangono fondamentalmente ostili ai discendenti dei Patriarchi, nell’avversione al Sionismo, allo Stato d’Israele e agli ebrei della dispersione. Queste sono le posizioni, con sfumature, degli ortodossi di tutte le tendenze, con eccezione di una minoranza fedele alla moderazione del Sionismo religioso storico, o perlomeno di parte dell’antico movimento mizrachista. Non a caso la maggioranza dei coloni della Cisgiordania e della striscia di Gaza proviene dalla gioventù sionista-religiosa.
Il diritto storico è l’idea-forza che sta alla base della componente "laica" dei fedeli della "Grande Israele", definiti oggi come la "destra" nello spettro politico. I più liberali destinano alle popolazioni arabe al di là della linea verde un regime di autonomia, mentre i più estremisti parlano, sempre più senza mezzi termini, di trasferimento in massa "volontario" degli arabi, verso paesi che siano disposti ad accoglierli. Il "Mazav", la situazione geopolitica, sta condizionando tutti gli altri argomenti dell’Agenda nazionale. Prima del settembre 2000, i dibattiti politici, sociologici, e culturali, nella convinzione che ci si stava avviando al conseguimento di uno status vivendi a breve termine con i palestinesi, avevano acutizzato i conflitti di lunga data: religiosi-laici, occidentali-orientali, abbienti-diseredati. L’intifada numero due ha, in gran parte, attenuato l’asprezza delle discussioni, in un clima di apparente "Unione Sacra" delle ore d’emergenza. Le voci dissonanti sono spinte ai margini, quasi fossero espressione di lesa maestà e tradimento..http://www.hakeillah.com/4_10_19.htm
2 articolo del 2002 Una democrazia in pericolo
di Reuvèn Ravenna
L’anno ebraico or ora trascorso è stato, senza dubbio, uno dei più tempestosi degli ultimi decenni. Iniziato, a livello mondiale, subito dopo il trauma dell’undici settembre, è stato poi contrassegnato, ad un ritmo quasi giornaliero, dagli atti di violenza con, all’apice, i kamikaze palestinesi nel conflitto chiamato "Intifada el Akza", da definirsi più propriamente, miniguerra tra i due popoli di Erez Israel. La cronaca, concretizzata dai media, ha contrassegnato la nostra quotidianità con una intensità, si può affermare, oraria. Tralasciando il trattamento giornalistico dei fatti, da analizzare a parte, come abbiamo reagito, in Erez Israel e in Golà alla devastante catena di attentati e rappresaglie, prese di posizione e contrapposizioni? Vorrei fare il punto su un aspetto meno evidenziato nel susseguirsi febbrile degli avvenimenti, limitandomi al "settore" israeliano.
È quasi banale sottolineare come nel biennio dell’Intifada l’opinione pubblica si sia spostata "a destra", nell’accezione israeliana. Per naturale reazione al "tradimento" dell’avversario, dopo la "grande illusione" degli accordi di Oslo, allo stillicidio, senza precedenti, provocato dovunque dal terrorismo arabo e dalla totale incertezza sul futuro prossimo e lontano. Chi dal ’67, o anche prima, ha visto con costante pessimismo il succedersi degli avvenimenti come una lunga catena provocata dal Nemico arabo fin dagli inizi del Sionismo, una negazione totale delle aspirazioni ebraiche in Erez Israel, considera l’attuale fase come conferma lampante delle sue tesi, ostili, con coerenza più o meno costante, al "processo di pace" iniziato da una minoranza, al più animata, a suo dire, da "pie" illusioni e per alcuni da intenzioni "anti-nazionali", di odio di se stessi ("I criminali di Oslo"). Untradimento nei confronti dell’aspirazione alla "Grande Israele", la Patria del popolo ebraico, da conservare a costo di qualsiasi sacrificio per noi stessi e per le future generazioni. Per queste fasce, direi dominanti nella società israeliana, argomenti quali il problema demografico o la corrosione morale derivante dal dominio su milioni di esseri umani privi di diritti politici da decenni sono di importanza minore rispetto al sogno millenario dell’Indipendenza d’Israele nella sua Terra. Solo la maniera forte, senza cedimenti e sentimentalismi, avrà il potere di stroncare o limitare il "cancro" (termine usato dal Capo di Stato Maggiore) del terrore palestinese, e come dicono molti "la forza è il linguaggio che gli arabi comprendono". C’è chi pensa così, basandosi sulle proprie radici religiose, interpretando i Testi tradizionali in un’ottica, direi, letteralmente fondamentalista e riferendosi, per le possibili soluzioni, alla Promessa Divina nella sua globalità che non permette compromessi territoriali e di sovranità. E in riferimento alle critiche internazionali, per molti non bisogna prendersela troppo a cuore perché "i goym" rimangono fondamentalmente ostili ai discendenti dei Patriarchi, nell’avversione al Sionismo, allo Stato d’Israele e agli ebrei della dispersione. Queste sono le posizioni, con sfumature, degli ortodossi di tutte le tendenze, con eccezione di una minoranza fedele alla moderazione del Sionismo religioso storico, o perlomeno di parte dell’antico movimento mizrachista. Non a caso la maggioranza dei coloni della Cisgiordania e della striscia di Gaza proviene dalla gioventù sionista-religiosa.
Da tempo ci si è posti la domanda: la democrazia israeliana non è in pericolo, sottoposta al logorio dei conflitti esterni e interni senza uguali a livello internazionale? Nel ’48 l’indipendenza veniva conquistata da un Yishuv omogeneo, diretto da una leadership che, nonostante le critiche successive, era impregnata di ideali umanistici e sociali. La cornice democratica, con i suoi limiti e le sue deficienze, era eredità di un movimento pluralistico quale era stato, dagli inizi, il Sionismo. Le masse giunte in Erez Israel da allora sono provenute da paesi di scarsa o nulla democrazia, dal mondo islamico o dall’oriente europeo, fino all’ottantanove a regime autoritario.
L’israeliano d’origine nordafricana, per esempio, è influenzato dai ricordi negativi della sua condizione di minoranza tra gli arabi, e contraddittoriamente contrappone certi valori dell’oriente alla decadenza occidentale "laica e materialista". L’alyà russa, intellettualmente di alto livello, ha portato con sé i segni della brutalità sovietica, per cui alcuni dei suoi esponenti sono tra i più drastici sostenitori della "politica forte" tipo Cecenia, nel trattamento del terrore palestinese. E non dimentichiamo l’atavica ostilità verso il "goy" dell’ebreo haredì, attualmente oltranzista nelle sue dichiarazioni e nei suoi atti. In questo stato di cose, chi si è formato nell’Europa postbellica, in un clima di reazione ai totalitarismi, ai nazionalismi sfociati in forme estreme di xenofobia razzista, chi è stato combattente di battaglie per i diritti di tutti gli uomini e per il reciproco rispetto delle idee si trova, talvolta, alle prese con duri dilemmi di coscienza, scoraggiato in un’atmosfera scoraggiante. In cerca di nuove sintesi tra valori che al momento sembrano cozzare tra di loro, in una spietata e non dogmatica analisi di una realtà circostante, complessa, inquietante, traumatica.http://www.hakeillah.com/5_02_01.htm
Reuvèn Ravenna
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