L’epicentro della lotta palestinese si sta spostando all’interno di Israele

di Jesse Rosenfeld
In un paese che continua ad autoproclamarsi “l’unica democrazia del Medio Oriente”, sembrerebbero finiti i giorni in cui Israele cercava di collocare la sua crescente politica segregazionista nel contesto dei valori liberali.
La legislazione che richiede ai non ebrei di giurare lealtà ad Israele come Stato ebraico e democratico è stata etichettata come una resa di Netanyahu alla sua coalizione, al fine di estendere un congelamento parziale degli insediamenti, ma la realtà è che Israele ha cambiato il suo obiettivo primario di controllare i Palestinesi in quello di controllare i propri cittadini arabi.
Apparentemente in armonia col clima politico, alcuni giorni prima del voto, il comando militare del “fronte interno”, insieme ai dipartimenti di polizia ed ai servizi carcerari, ha organizzato un’esercitazione simulando uno scenario in cui cittadini palestinesi d’Israele si ribellavano in risposta ad un accordo con l’Autorità Palestinese che avrebbe determinato il loro trasferimento allo stato palestinese. La radio israeliana ha riferito che lo scenario riguardava l’istituzione di un ipotetico campo di detenzione in Galilea per sottoporre a giudizio le persone arrestate durante la sommossa.Questo cambiamento di obiettivo, che ora viene messo in pratica, risale in realtà alle ultime elezioni israeliane, che si sono svolte in accordo con la precedente guerra di Gaza. All’epoca, il leader ultra-nazionalista di Yisrael Beitenu e attuale ministro degli esteri, Avigdor Liberman, identificava la minaccia più grave per Israele nel ‘nemico interno’ – cioè gli arabi che vivono in Israele. Sempre a quell’epoca, Tzipi Livni, il leader centrista del partito Kadima ora all’opposizione, aveva sostenuto che i cittadini palestinesi di Israele avrebbero dovuto realizzare le proprie aspirazioni nazionali in un futuro stato palestinese separato.
Questo ridirezionamento dell’attenzione politica, e di quella legata alla sicurezza, rivela sia la fiducia dell’establishment israeliano nella sua capacità di mantenere il proprio dominio sui territori occupati nel 1967, sia il desiderio di consolidare il predominio ebraico entro i confini dell’armistizio del 1949.
Quando ho parlato di recente con Zachariah Zubidi, che era stato un leader delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa durante la seconda intifada, e in passato era stato in cima alla lista nera di Israele, egli ha sostenuto che “il campo palestinese è ormai privato di ogni resistenza”, riferendosi alla lotta in Cisgiordania. “Ora i palestinesi non possono fare altro che rimanere nella loro terra finché ci sarà un cambiamento nel mondo”, ha dichiarato abbattuto, riferendosi alla spaccatura interna tra Hamas e Fatah e alla degenerazione dell’identità nazionale, frammentata in fazioni, come agli ostacoli che compromettono una lotta unificata.
In questo clima, in cui è assente persino una forza collettiva interna su cui poter contare, il colpo sferrato dall’esercito israeliano è stato particolarmente debilitante. Quando nel 2008 iniziò nella città di Ni’lin la campagna contro l’annessione di terra coltivabile locale compiuta tramite la costruzione del muro israeliano, essa fu un simbolo efficace dell’unità palestinese in una protesta popolare di massa. Tuttavia, man mano che i costi umani aumentavano e gli screzi interni diventavano più profondi, la partecipazione alla lotta ha subito un forte declino.
Tuttavia, nel mezzo di questo chiaro declino dell’attività in Cisgiordania, e dell’isolamento della Striscia di Gaza dal resto del mondo, la lotta degli arabi israeliani (la generazione del ’48, come essi vengono spesso chiamati, giacché abitavano nel territorio controllato da Israele alla fine della guerra del 1948) sta avendo un nuovo impulso. “L’energia politica, il dinamismo, sono qui. La gente qui inizia a sentire di essere il bersaglio delle principali politiche sioniste attuali”, ha detto Samieh Jabbarin, un attivista di rilievo del movimento di sinistra della generazione palestinese del ’48, Abnaa el Balad (Il Movimento del Popolo della Patria).
Anche se la lotta della generazione del ’48 non si avvicina al livello di quella dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza ai tempi dello scoppio della seconda intifada, questo è l’unico settore della società palestinese ad aver aumentato la sua resistenza dopo l’ultima intifada. Chiaramente Israele ne è consapevole, e ciò spiega lo spostamento dell’attenzione delle sue strategie di sicurezza verso la difesa delle sempre più aperte politiche di oppressione razziale.
Sembra che Israele si senta ora abbastanza sicura della sua forza militare, e abbastanza fiduciosa nel sostegno dei suoi potenti alleati, da non dover più organizzare le sue mosse gradualmente. Tuttavia, malgrado le crescenti espropriazioni, per la prima volta in 62 anni il futuro della liberazione palestinese sembra trovarsi laddove ebbe inizio la Nakba. E questo movimento continua ad acquisire forza di fronte ad ogni atto di ingiustizia israeliano.
Jesse Rosenfeld è un giornalista residente a Ramallah e a Tel Aviv-Jaffa


http://www.medarabnews.com/2010/11/0...no-di-israele/

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