Dove va l’agenda di Obama per il Medio Oriente?


Ora che i repubblicani hanno ottenuto il controllo sulla Camera dei Rappresentanti statunitense, gli sforzi del presidente Barack Obama per raggiungere la pace in Medio Oriente e per ricostruire le relazioni deteriorate nella regione sono diventati più ardui.
Per certi versi, le sfide che il presidente dovrà affrontare sono più difficili di quelle affrontate dal presidente Bill Clinton, il quale perse il controllo in entrambe le camere del Congresso americano alle elezioni del 1994. Per altri versi, esse potrebbero essere meno problematiche.
Il Medio Oriente all’epoca di Clinton, ancorché tormentato, era molto meno complicato rispetto alla regione ereditata dal successore di George W Bush. Obama ha assunto il suo incarico in un contesto in cui, fra gli altri problemi, la nazione era coinvolta in due guerre ancora in corso (e forse senza possibilità di vittoria) – le quali hanno mietuto migliaia di vite umane e richiesto grandi quantità di risorse dalla tesoreria nazionale – e il resto della regione era intorbidata da svariati anni di negligenza diplomatica e politiche sconsiderate. Tutto ciò ha incitato gli estremisti, e ha fatto sì che la reputazione degli Stati Uniti scendesse a livelli senza precedenti, lasciando i nostri alleati e i nostri interessi a rischioQuando il presidente Obama si è recato al Cairo un anno e mezzo fa, la sua intenzione era quella di segnalare un cambio di direzione nonché l’impegno di sanare la profonda spaccatura sviluppatasi fra gli USA e il mondo arabo e musulmano. E quando ha lanciato in tutta onestà l’iniziativa di riavviare i negoziati israelo-palestinesi, ha compiuto questo passo poiché riconosceva che il raggiungimento di un accordo di pace completo era nell’interesse della sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
In entrambi i casi, i suoi sforzi hanno incontrato la ferma opposizione sia dei repubblicani in genere, sia dei sostenitori più radicali di Israele in entrambi i partiti del Congresso. Il presidente è stato criticato per il fatto di “scendere a compromessi con i nemici dell’America”, di “far sembrar debole l’America”, e di mettere insensatamente  “sotto pressione il nostro unico alleato, Israele”.
Ora, se è corretto notare che entrambi i partiti sono filo-israeliani, è anche giusto dire che i leader democratici del Congresso lasciano spazio di manovra ad Obama nelle sue scelte diplomatiche, e spesso sono stati moderati nelle pressioni esercitate sui suoi sforzi di portare la pace. Ciò tuttavia non sarà così con i reppublicani saliti al potere.
Ad esempio, la nuova presidente della Commissione Affari Esteri, Ileana Ros-Lehtinen, ha proposto una serie di iniziative molto dannose  per la diplomazia statunitense nella regione. La Ros-Lehtinen e il deputato Dan Burton (il quale molto probabilmente presiederà la sottocommissione sul Medio Oriente), hanno avanzato delle proposte legislative volte ad eliminare la clausola derogatoria che ha consentito ai presidenti Clinton, Bush e Obama di rinviare il trasferimento dell’ambasciata americana in Israele a Gerusalemme.
L’ultima versione della proposta legislativa di Burton minaccia persino di sospendere una parte dei fondi del Dipartimento di Stato se tale trasferimento non avverrà entro una data prevista. Il disegno di legge prevede anche che si richieda ai Palestinesi di accettare Israele come “Stato ebraico”, altrimenti vedranno le loro sedi di Washington chiuse e i loro diplomatici espulsi. Altri membri di rilievo del partito repubblicano hanno suggerito manovre legislative che minaccerebbero i programmi statunitensi di aiuti ai Palestinesi, ai Libanesi e altri (ad esclusione, naturalmente, del sostegno alla difesa accordato ad Israele).
Queste misure, insieme ad altre iniziative controverse volte a bloccare gli sforzi del presidente di pacificare la regione, ricordano il ruolo altrettanto dannoso svolto dal Congresso presieduto da Gingrich che, a partire dal 1995, riuscì ad adottare leggi che imponevano condizioni gravose e umilianti per accordare gli aiuti ai Palestinesi, chiedevano il trasferimento dell’ambasciata USA a Gerusalemme, proibivano ai diplomatici statunitensi di intrattenere qualsiasi rapporto con i Palestinesi a Gerusalemme, istituivano la Commissione per il monitoraggio della libertà religiosa, disponevano stanziamenti per la “liberazione dell’Iraq”, ecc.. Tutto ciò insieme ebbe un impatto estremamente negativo sul Medio Oriente e legò le mani all’amministrazione Clinton nello svolgimento della sua attività diplomatica nella regione. E poiché i repubblicani controllavano entrambe le camere del Congresso, ed erano in grado di far approvare questi disegni legislativi con maggioranze confortevoli, la Casa Bianca si sentì costretta a firmarli e trasformarli in leggeCiò potrebbe non verificarsi nel caso del 112° Congresso. Non ho alcun dubbio sul fatto che la nuova leadership della Camera dei Rappresentanti cercherà di portare avanti un’agenda radicale di iniziative dirompenti che tenderanno ad ostacolare gli sforzi del presidente Obama nella regione. Ma il Senato, ancora controllato dal partito democratico (con i senatori John Kerry e Richard Lugar rispettivamente in qualità di presidente democratico e membro repubblicano della Commissione Affari Esteri del Senato), agirà come correttivo, ora bloccando ora premendo per un compromesso sulle proposte legislative.
Tuttavia non bisogna illudersi; i prossimi due anni non saranno facili per la Casa Bianca o per la diplomazia americana in Medio Oriente. Per gli Stati Uniti, il tentativo di venir fuori dalla situazione lasciata dalla precedente amministrazione sarà comunque in salita. Inoltre, con i problemi interni irrisolti (quelli economici prima di tutto), e con un’opposizione aggressiva, che ora si sente incoraggiata e cercherà di frapporre ostacoli sul cammino del presidente (fra l’altro, indagini e udienze parlamentari che consumeranno preziose energie della Casa Bianca), l’amministrazione Obama e l’America si troveranno di fronte ad un viaggio difficile. Ma il presidente dispone ancora di molto talento e di notevoli risorse. Inoltre, come indicano i sondaggi, malgrado l’equa ripartizione delle simpatie fra i due partiti, la maggior parte degli Americani vogliono che Obama abbia successo, soprattutto nei suoi sforzi di ristabilire il prestigio americano e di ottenere un accordo di pace giusto e complessivo in Medio Oriente. Se Obama avrà la volontà di combattere le iniziative distruttive e le sfide interne,  potrà ancora fare dei progressi su entrambi i fronti.
James J. Zogby è un politico e accademico arabo americano; è fondatore e presidente dell’Arab American Institute

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