La maggioranza del movimento israeliano contro l’occupazione, sfortunatamente, non si concentra sul diritto dei palestinesi a vivere liberi, ma sui danni che l’occupazione causa alla società israeliana (Sternhell, 2009). L’argomento che l’occupazione assorbe risorse economiche ingenti che potrebbero essere utili per alleviare molti problemi sociali in Israele, e che gli insediamenti, o le colonie, assorbono sussidi pubblici eccessivi è ben noto nella società israeliana e raramente viene contestato con dati di fatto. All'interno di Israele gli argomenti usati per supportare l'occupazione sulle basi dei suoi presunti benefici economici di Israele vengono utilizzati raramente. Anche gli economisti marxisti che hanno dimostrato i profitti derivati a Israele dall'occupazione nei primi vent'anni, hanno abbandonato la tesi che Israele occupa i territori palestinese per profitti economici, dopo la prima Intifada del 1987, da quando la resistenza palestinese all'occupazione ha preteso un pesante tributo economico da Israele anche se, chiaramente, i palestinesi hanno pagato un prezzo molto più alto per aver osato sfidare l'occupazione israeliana (Swirski, 2005). I costi dell'occupazione per la società israeliana possono essere divisi in 3. Primo, i pesanti sussidi ai coloni illegali nella West Bank sono stimati attorno ai 3 miliardi di dollari annui, e in crescita del 5-8% annui. Secondo, il costo della sicurezza delle colonie e le spese militari per tenere i palestinesi sotto controllo (sia in Cisgiordania che a Gaza) è circa il doppio– 6 miliardi di dollari annui, e in crescita di un tasso pari a quello dei costi civili (Hever, 2005). Terzo, i costi sociali dell'occupazione sono troppi e complessi per essere elencati qui, incluso il collasso dei servizi pubblici, della solidarietà sociale e delle istituzioni democratiche all'interno di Israele, e l'ampliamento del divario sociale a livelli mostruosi. Dal 1967 l'economia israeliana ha iniziato ad assorbire manodopera palestinese a basso costo, sempre più compagnie hanno adottato un modello di sviluppo basato sulla manodopera a basso costo e così i diritti dei lavoratori sono stati erosi contribuendo ad accrescere la disuguaglianza (Swirski, 2005). Nel frattempo il sistema legale israeliano a due binari, uno per i cittadini israeliani e uno per i palestinesi, ha avuto ripercussioni per le istituzioni democratiche di Israele al di là di quello che potevano sopportare (Kretzmer, 2002).Sembra quindi che l'atteggiamento ragionevole per il governo israeliano sarebbe quello di porre fine all'occupazione dei territori palestinesi.
2 - Politiche che sfidano la razionalità?
Invece sembra che il governo israeliano concentri le sue energie nel rappresentare se stesso come un paese legittimo, democratico e rispettabile, per esempio mediante l'istituzione di agenzie di propaganda per integrare gli sforzi delle ambasciate (Ravid, 2010) pur non rinunciando al controllo sui palestinesi, all'assedio della Striscia di Gaza, e alle colonie nella West Bank. I coloni nella West Bank sono spesso indicati dai critici dell'occupazione come il principale ostacolo al ritiro israeliano. L'argomento, secondo la sinistra sionista israeliana, è che i coloni sono guidati da un irrazionale ideologia messianica, e non riescono a vedere che le loro azioni spingono Israele sempre più verso il bordo del baratro (Shenhav, 2010).Tuttavia i coloni costituiscono solo il 7% dei cittadini israeliani. Come sono stati in grado di condizionare il governo e impedire la fine dell'occupazione? Inoltre, è conveniente dimenticare i massicci sussidi economici ricevuti dai coloni da parte del governo, i sussidi che, se interrotti, potrebbero rallentare il tasso di espansione e convincere molti coloni a trasferirsi di nuovo in Israele (Gutwein, 2004). Se i coloni non sono al servizio degli interessi del governo, perché ricevono un trattamento preferenziale rispetto alla media cittadini israeliani?(Zertal & Eldar, 2007) Il potere dei coloni sulla società israeliana è un mistero che confonde la tesi sionista di sinistra circa la mancanza di volontà di Israele di agire secondo i propri interessi (Kleinman, 2005). I coloni hanno infatti ricevuto miliardi di dollari di sovvenzioni da parte del governo israeliano, eppure la maggior parte dei più ricchi capitalisti israeliani non sono coloni. I coloni sono saliti a posizioni preminenti all'interno delle forze armate israeliane, ma la maggioranza dei vertici dell'esercito non sono coloni (Zertal & Eldar, 2007). Inoltre, quando il governo israeliano ha deciso di evacuare i coloni dalla Striscia di Gaza, lo ha fatto nonostante la loro campagna disperata per cercare di fermare l'evacuazione. Se i coloni hanno un forte impatto sulla politica di Israele, questo è perché la maggior parte delle persone glielo permette. Lo zelo religioso per la "terra santa" è una buona scusa per tenere una linea dura nelle trattative e molti israeliani credono dia la spinta al governo israeliano per ottenere un accordo migliore nel processo di pace. Il processo di pace può essere ritardato a tempo indefinito a causa della decisione degli israeliani di adottare una posizione senza compromessi, ma finché i costi dell'occupazione sono sopportabili, perché aver fretta di scendere a compromessi? Così, i coloni in realtà hanno una funzione utile per il governo israeliano. La loro apparente irrazionalità e la loro politica messianica apparentemente pericolosa sono utilizzate per distogliere l'attenzione dalla riluttanza degli israeliani nel riconoscere i diritti dei palestinesi. La narrazione tradizionale israeliana, ovviamente, non ritrae il dilemma in termini di argomenti economici, ma come una questione strategica fondamentale per la sicurezza di Israele (Greenberg, 2007). Nonostante il fatto che la guerra moderna ha reso i cuscinetti territoriali in gran parte irrilevanti (specialmente i Cisgiordania e a Gaza che separano Israele da stati con cui ha firmato trattati di pace) l'argomento secondo cui cedere alle richieste dei palestinesi equivarrebbe a una "vittoria per i terroristi" è invocata sistematicamente. Inoltre, i generali israeliani sostengono che solo mantenendo uno stretto controllo sui confini della Cisgiordania e della Striscia di Gaza possono garantire che nessun razzo o componente di razzi possano essere contrabbandati in questi territori nel raggio di fuoco di Israele (Ministero degli Affari Esteri, 2009).Questi argomenti ribaltano il rapporto causa ed effetto, come se il desiderio dei palestinesi di attaccare Israele fosse innato, invece di essere motivato da decenni di repressione e di occupazione militare. È interessante notare che ci sono numerosi esempi di alti ufficiali israeliani e politici di alto rango che improvvisamente "realizzano" che la resistenza è l’effetto e non la causa dell'occupazione solo settimane dopo il ritiro dalla carriera militare o politica.[1] 3 -
Ragioni per continuare l'occupazione
Allora perché gli israeliani appoggiano l'occupazione, anche se si rendono conto che si tratta di un onere economico? La risposta è complessa, gli israeliani non sono un gruppo omogeneo. Diversi gruppi di élite in Israele, sostengono l'occupazione, perché dopo decenni di occupazione e di repressione, devono la propria esistenza alla stessa occupazione. 1. I comandanti militari sono addestrati ed educati a vedere i palestinesi come nemici e hanno adottato un approccio strettamente meccanicistico nel trattare con loro. Piuttosto che perdere tempo con il "perché" della resistenza palestinese, essi si concentrano solo sul "come" controllare i palestinesi e soffocare la loro resistenza. Come un gruppo professionale che si specializza nell'uso della forza per risolvere i problemi, non è sorprendente che i soldati e gli ufficiali tendono ad adottare una prospettiva di destra sull'occupazione, molti di loro simpatizzano fortemente con i coloni, mentre molti giovani israeliani, le cui convinzioni sono più di sinistra, trovano il modo di eludere il servizio militare. Da quando i tassi di reclutamento sono caduti di circa il 50%, i giovani israeliani che vanno nell'esercito lo fanno per scelta (Harel, 2010). 2. Certi interessi economici, soprattutto nel campo del commercio di armi, della finanza e della “sicurezza interna", hanno un beneficio diretto dal conflitto (Klein, 2007). Molti milionari israeliani hanno fatto la loro fortuna fornendo servizi per l'esercito, o per forniture temporanee e ad-hoc di soluzioni per la "sicurezza", ad un pubblico che ha adottato la paura come pilastro principale di ogni giustificazione politica, culturale e morale. La domanda interna di Israele per prodotti di sicurezza è estremamente grande. Secondo le pubblicazioni dell'OCSE, Israele spende l'8% del suo PIL per la sicurezza (OCSE, 2010), che lo rende come lo Stato più militarizzato in seno all'OCSE (La maggior parte dei paesi dell'OCSE spendono 1% -2% del loro PIL per la sicurezza). Questo pone Israele come uno degli stati che spendono di più nel mondo in materia di sicurezza. Ma un recente studio ha rilevato che Israele spende in materia di sicurezza ben più di quello che risulta dai dati ufficiali. Una stima più precisa è che Israele spenda il 12,3% del suo PIL per la sicurezza (Wolfson, 2009). Israele è diventato anche uno dei più grandi esportatori di armi al mondo, secondo le stime è il quarto più grande esportatore mondiale (Associated Press, 2007). Le aziende israeliane di armi sono in grado di presentarsi come "esperti nella lotta al terrorismo," grazie ai loro stretti legami con l'esercito israeliano e al fatto che il loro materiale viene utilizzato e testato su palestinesi. La stessa logica fa di Israele il primo nel mondo nei prodotti per la “sicurezza domestica” (Gordon, 2009Questa realtà è chiaramente il risultato di decenni di conflitto, di occupazione e di resistenza all'occupazione. Anche alcune società finanziarie traggono vantaggio dalla cultura della paura e dall'instabilità dei mercati finanziari, anche se i loro benefici sono meno diretti rispetto a quelli dei commercianti di armi. 3 .Politici israeliani, ex comandanti molti dei quali militari, sono in competizione tra loro per l'immagine del "duro" che meglio rassicura una popolazione colpita dalla paura, anche se sono loro stessi che alimentano la fiamma del terrore. Netanyahu è un primo esempio di questo. Da un lato, egli indica se stesso come "leader forte" per Israele e attacca i suoi avversari come "soft". Dall’altra parte, esprime continuamente paura per il possibile possesso iraniano di armi nucleari. Questi politici non hanno niente da guadagnare da compromessi, nel quadro dei negoziati con i leader palestinesi, perché se la repressione dei palestinesi finisse e il conflitto scemasse, la loro politica principale perderebbe il suo valore, e sarebbero rapidamente sostituiti da una nuova generazione di politici (Ben Meir, 1995). Più significativo di questi gruppi di élite, sono tuttavia le classi sociali israeliane più basse dal punto di vista socioeconomico, che meritano particolare attenzione. Anche se questo gruppo è tagliato fuori dai centri del potere militare, economico e politico, è anche il più grande gruppo nella società israeliana, con una massiccia forza elettorale. Le classi ebraica economicamente più basse, in Israele, i cui membri sono sproporzionatamente religiosi, disoccupati e poveri, e che provengono dai paesi arabi, hanno ampiamente sostenuto le avventure militari di Israele e si oppongono alla creazione di uno stato palestinese (Shalev, Peled & Yiftachel, 2000). La sinistra sionista è spesso confusa da questo, e ha cercato di lanciare campagne mirate a queste classi socio-economiche usando slogan del tipo "i soldi per i quartieri [poveri], non per gli insediamenti”. Il messaggio di fondo era che i poveri non sanno cosa è bene per loro, e hanno sostenuto i partiti di destra in Israele a scapito dei propri interessi economici. Gli stessi partiti ritengono che i palestinesi possano essere convinti con offerte di libero commercio e di aiuti internazionali a titolo di compensazione economica a firmare un trattato di pace che non richiederà compromessi troppo dolorosi per Israele (Elgazi, 2007). Ovviamente, il sottinteso paternalistico non è stato ignorato dall’opinione pubblica israeliana, né né da quella palestinese, che ha rifiutato di cedere il proprio diritto di sovranità e autodeterminazione in cambio della promessa di uno standard di vita migliore.La sinistra sionista si è stato manifestata con la "generosa offerta" per i palestinesi del Primo Ministro Barak , un'offerta del tipo prendere o lasciare per porre fine al conflitto e alla resistenza in cambio di uno "stato" palestinese in cantoni scollegati posizionati sulla maggior parte dell'area occupata da Israele nel 1967. L’opinione pubblica palestinese ha respinto questa proposta, la seconda Intifada è scoppiata e la sinistra sionista è entrata in forte declino (Ackerman, 2002).Le classi ebraiche socio-economicamente più basse sono consapevoli che l'occupazione ha trasformato Israele in uno stato militare e che c’è un nesso causale evidente tra il fatto che la "sicurezza" resta la prima priorità del governo e il fatto che gli ammortizzatori sociali sono stati per lo più cancellati. Eppure, le persone raramente fanno le loro scelte nella vita e nella politica, sulla base di considerazioni solo materiali. Una forte identità nazionale e la celebrazione della vittoria sui palestinesi, a volte può sostituire le comodità e la prosperità economica. Un soldato a un posto di blocco nella West Bank apparterà spesso dalle classi inferiori, e considerato poco istruito secondo gli standard sociali israeliani. Tuttavia, nel checkpoint il volere del soldato è legge, e un soldato può costruire una buona immagine di sé a scapito degli altri.
4 - Israele è una pedina degli Stati Uniti?
Quando si considera la politica israeliana, non si può ignorare il ruolo cruciale svolto dagli Stati Uniti in Medio Oriente. Israele non avrebbe mai potuto sostenere la sua politica aggressiva senza un massiccio sostegno da parte degli Stati Uniti. La politica guerrafondaia degli Stati Uniti in Medio Oriente non ha bisogno di presentazioni, e le ragioni e le complesse strutture politiche ed economiche che spingono gli Stati Uniti ad istigare il conflitto in Medio Oriente sono oltre la portata di questo articolo.Il fatto che gli Stati Uniti conceda aiuti militari allo stato più aggressivo del Medio Oriente - Israele - per la somma di 3 miliardi di dollari l'anno (più aiuti di quelli che hanno ricevuto da nessun altro paese al mondo) dovrebbe essere una prova sufficiente della correlazione tra gli Stati Uniti e la strategia israeliana nella regione (Bowels, 2003). Alcuni analisti politici credono che Israele serva solo come strumento per la politica degli Stati Uniti, che per i responsabili delle decisioni degli Stati Uniti sia più facile mandare i soldati israeliani a rischiare la vita nella guerra invece di inviare ancora più soldati statunitensi sul campo di battaglia. Ma i politici israeliani indicano che l'opinione pubblica non percepisce se stessa come al servizio degli interessi degli Stati Uniti, ma come in lotta per la propria sopravvivenza. Propaganda e lavaggio del cervello non possono spiegare una tale divergenze tra questa analisi e l'opinione pubblica. Altri analisti sostengono che Israele, nonostante la sua piccola dimensione, esercita un'influenza sproporzionata sulla politica degli Stati Uniti, come nel libro di John Mearsheimer e Stephen Walt La Lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti (Mersheimer & Walt, 2007).Bisogna ricordare, tuttavia, che a Washington operano lobby molto più forti della lobby israeliana, come quelle delle grandi imprese di armi (Lockheed-Martin, McDonald Douglas), società che beneficiano direttamente degli aiuti statunitensi ad Israele, dal momento che Israele è tenuto a utilizzare gli aiuti per comprare armi di fabbricazione USA. Non c'è modo più veloce per aumentare le vendite di armi a tali imprese che assicurare il mantenimento del sostegno degli Stati Uniti al suo "amico e alleato" Israeliano.(Yom, 2008) Sembra ragionevole supporre che se Israele ponesse fine all'occupazione e alla repressione dei cittadini palestinesi e dei rifugiati, e firmasse un trattato di pace con i vicini, gli Stati Uniti non avrebbero più un motivo per sostenere economicamente e diplomaticamente Israele. Tuttavia, questo ipotetico scenario, non è parte del discorso politico israeliano, e le ragioni per cui gli israeliani sostengono l’ occupazione dei territori palestinesi vanno ben oltre la dipendenza di Israele dagli Stati Uniti. 5 - Come cambiare la situazione? Ma siamo onesti, c’è un argomento che molti israeliani usano e che è la "teoria del domino”; l'argomento che, se i palestinesi hanno le loro proprie ragioni, la lotta per uno stato indipendente nella West Bank e a Gaza, ci saranno ancora proteste e lotte politiche per cambiare la natura dello stato israeliano. I sionisti che cercano di preservare lo "stato ebraico", uno stato dove gli ebrei godano di uno status preferenziale su tutti gli altri, usa l'occupazione come un argomento per sviare l'attenzione dalla natura intrinsecamente etnica dello Stato di Israele e delle sue leggi discriminatorie. I sionisti che temono il giorno in cui la Nakba palestinese del 1948 diventerà un problema politico all'ordine del giorno del governo, il giorno in cui i profughi palestinesi si organizzeranno e porranno fortemente la richiesta per la compensazione e il re-rimpatrio, si aggrappano all’occupazione della West Bank e della Striscia di Gaza. L'occupazione aiuta a trasformare ciò che è essenzialmente una questione di diritti civili e di democrazia in una questione militare. In un conflitto militare, Israele detiene il vantaggio.Quindi, come possono coloro che sperano in un futuro migliore trattare con una società israeliana che rifiuta di prendere in seria considerazione i diritti dei palestinesi? Il primo passo è quello di abbandonare l'idea che la società israeliana possa essere un fattore di cambiamento. Non ci sono precedenti storici di imperi che abbiano rinunciato volontariamente alle loro colonie. Solo che subisce l’occupazione può ottenere la propria libertà. la società israeliana è una società in un declino inarrestabile, che non dà risposte alle richiesta interne per le riforme e che è politicamente paralizzato. Solo una pressione esterna può veramente portare un cambiamento a questa società, permettere alla democrazia di prendere piede nella regione, non solo a beneficio dei palestinesi, ma per il bene degli israeliani. La pressione esterna, utilizzando nuovi strumenti politici ed economici, quali sanzioni e boicottaggio, può riportare in primo piano le questioni dei diritti civili e della democrazia, e privare di Israele della possibilità di usare la sua forza militare per far passare in secondo piano questi argomenti.
[1] Un buon esempio di questo è stato un convegno al Van Leer Institute il 13 febbraio 2008, in cui alti ufficiali, come Hagain Alon, Ilan Paz, Shlomo Brom e Amos Ben Avraham hanno espresso il concetto che posti di blocco e altri meccanismi di controllo incoraggiano la resistenza palestinese più che reprimerla. La politica economica dell'Occupazione israeliana
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