Lorenzo Kamel Palestina, Il medico di Shuafat
"Sventurata la terra che ha bisogno di eroi". Bertolt Brecht aveva ragione. Una terra che ha bisogno di eroi è spesso un luogo avvolto nella sofferenza. L'intervista che segue racconta proprio la storia di un "eroe silenzioso" e quella di un angolo di mondo scandito dal dolore. Lui si chiama Salim Anati. Professione medico. La sua terra è il campo profughi di Shuafat. Un posto spettrale, con case dissestate ammassate una sull'altra, spazzatura ovunque, strade sterrate. Sembra un luogo dimenticato dal mondo. Eppure è ad appena 4 chilometri dal centro di Gerusalemme, la città più contesa della Terra. Anati, nato nel 1960 a Gerusalemme, èl'unico dottore residente nell'area del campo: un chilometro quadrato affollato da 30mila individui. Si occupa in particolare di assistenza a disabili e bambini. Ha un curriculum internazionale e le competenze scientifiche che gli permetterebbero di abbandonare in qualsiasi momento Shuafat. Ha scelto invece di rimanere a vivere qui, per servire la sua gente e condividerne il destino. Lo abbiamo incontrato nel suo ufficio, posto all'interno del Palestinian Child Center, una delle strutture che dirige. In seguito ci ha accompagnato nelle case di alcuni abitanti del luogo e infine nella sua abitazione, un cunicolo di pochi metri quadrati incastonato tra vicoli stretti e fatiscenti.Dottor Anati, dove ci troviamo in questo momento?Siamo all'interno del "Palestinian Child Center", oggi frequentato da circa 500 bambini tra i 7 e i 14 anni. Qui ricevono assistenza sanitaria e studiano matematica, chimica, storia, teatro, musica e la "dabka", la danza popolare palestinese. Cerchiamo di dare una parvenza di normalità a una vita che normale non è. Quando le condizioni lo permettono organizziamo anche dei campi estivi all'estero, ad esempio in Italia. Il problema è che una volta tornati i nostri ragazzi capiscono come si vive al di fuori di questo luogo. Non di rado entrano in depressione, ma è uno stato passeggero. Un tale "lusso" non è infatti concesso a chi ha quotidianamente problemi primari da fronteggiare.
Cosa rappresenta per lei il campo profughi di Shuafat?È un simbolo, visibile e concreto. Incarna l'odissea del nostro popolo: le ingiustizie subite, gli errori compiuti, il dolore vissuto. Il mio legame con questo luogo mi accomuna a quello di migliaia di altre persone. Il mio percorso di partenza non è infatti isolato. La famiglia dalla quale provengo era molto numerosa. I miei genitori, entrambi agricoltori, erano originari di Lidda, a cira 40 km da Gerusalemme. Furono espulsi dall'esercito israeliano nel 1948, nel corso di quelle che divennero le tristemente note "espulsioni di Lidda". Persero tutto e divennero rifugiati. Giunsero a Gerusalemme, trovando riparo, per 17 anni, a Mu'askar, un'area malsana e sovraffollata posta nel quartiere ebraico della Città vecchia. Nel 1965/1966 venne completato il campo profughi di Shuafat, nell'estrema periferia nord-est di Gerusalemme. Il governo giordano, in collaborazione con le Nazioni Unite, ancora una volta obbligò la mia famiglia e migliaia di altri palestinesi a lasciare le loro case, con la promessa che avrebbero avuto abitazioni e terre da coltivare. La realtà fu ben diversa. Ogni famiglia, e la nostra era composta da 9 membri, ebbe a disposizione un monolocale di 9 metri quadrati. Senza elettricità, acqua e strade. La Guerra del 1967, seguita dall'occupazione israeliana, peggiorò ulteriormente la situazione. Nuovi profughi si andarono a sommare a quelli della prima ondata. Il campo, tuttavia, rimase sempre delle stesse dimensioni. Nel corso degli anni la situazione si è ulteriormente aggravata. Il campo profughi di Shuafat, inizialmente pensato per ospitare non più di 2000 persone, ha progressivamente attirato migliaia di disperati che consideravano questo piccolo km quadrato di terra come la loro ultima spiaggia.Ci può raccontare la sua carriera di medico?Sono stato fortunato, ma anche determinato. Grazie a una borsa di studio mi sono potuto specializzare in medicina alla "Craiova University", in Romania. Ho studiato lì dal 1978 al 1985. Sarei potuto rimanere all'estero, ma decisi di tornare. Ho lavorato un anno in un ospedale palestinese sul Monte degli Ulivi e poi, dal 1987, presso il "Greek Catholic Society for Mother and Child Care". In quello stesso anno ho aperto un piccolo centro medico in un'ala della mia abitazione, nel campo profughi di Shuafat. Lavoravo gratuitamente, trattando tra i 50 e i 70 pazienti al giorno. Spesso erano persone rimaste ferite che temevano di farlo sapere per paura di venire arrestate. Allora come oggi sono l'unico medico residente nel campo e per questo continuo a ricevere a casa chi ha bisogno. Nel 1993 ho fondato il "Local Committee for Rehabilitation", ai giorni nostri noto come "Al-Quds Charitable Society". Il fine era ed è sempre lo stesso: aiutare la gente del campo, in primis a far sì che non si sentano dimenticati dal mondo. L'UNRWA (United Nations Relief and Work Agency) continua a fornire assistenza agli abitanti del campo. Sono davvero dimenticati? Shuafat è per 99 anni, fino al 2065, sotto la giurisdizione dell'UNRWA, in quanto avente lo status di campo profughi. Tuttavia le persone registrate come profughi sono meno di 11mila, mentre i restanti sono palestinesi che in gran parte hanno la residenza legale a Gerusalemme e che non di rado sono stati costretti a trasferirsi qui per via dei prezzi, molto più bassi rispetto al resto della regione. Questo vuol dire che i servizi offerti coprono solo una parte della popolazione. Un esempio lampante è quello riguardante l'immondizia, presente ovunque nel campo. Le Nazioni Unite pagano un addetto ai rifiuti ogni mille abitanti. Nel campo ci sono circa 30mila persone e quindi dovrebbero essercene trenta. In realtà sono undici, in quanto, come accennato, il resto degli abitanti non sono registrati come profughi. Il discorso dei rifiuti può essere allargato a tutti i generi di servizi che una qualsiasi comunità necessita. Soprattutto se, come qui, mancano le infrastrutture basilari, si è chiusi in un recinto e si ha un tasso di disoccupazione vicino al 70%. Perchè molti palestinesi di Gerusalemme Est preferiscono mantenere lo status di residenti permanenti invece di accettare la cittadinanza israeliana e tutti i benefici che ne conseguono? Prima di tutto non è così semplice ottenere la cittadinanza israeliana per un palestinese che vive a Gerusalemme Est. Il "Misrad Hapnim" (il Ministero degli Interni) può trovare ogni genere di cavillo. Ammesso che la si ottenga, mi chiedo per quale ragione un palestinese che vive a Gerusalemme Est, area riconosciuta dalla comunità internazionale come territorio occupato, dovrebbe divenere cittadino israeliano e perdere automaticamente le sue legittime rivendicazioniC'è stato un momento in cui si è registrato un declino della popolazione residente nel campo?
Negli anni '80 e nei primi anni '90 è iniziato un flusso verso la Cisgiordania e, per chi poteva permetterselo, verso l'estero. Alla fine degli anni '90 tale trend è stato interrotto dalla decisione delle autorità israeliane di adottare una nuova norma, ancora attuale, che stabilì la revoca della cittadinanza gerosolimitana per tutti i palestinesi che non avessero il "centro della loro vita" nella città. Tale revoca includeva ovviamente anche quanti tra essi erano nati nella stessa Gerusalemme. Molte persone che si erano allontanate decisero quindi di rientrate, in modo da non perdere il loro status. In un qualsiasi paese democratico nessun individuo può perdere il diritto di vivere nel suo paese di nascita, anche nel caso in cui ci si allontani da esso per molti decenni. Tale norma non è solo immorale, ma è anche un'arma a doppio taglio per gli stessi ebrei. Questi ultimi, seguendola alla lettera, non avrebbero alcun diritto al ritorno in Israele dal momento che in gran parte lo abbandonarono e/o furono cacciati da esso duemila anni orsono.
Un aneddoto che potrebbe interessare i nostri lettori?Fino al 2002 le carte di identità israeliane includevano una voce riguardante l'appartenenza etnica del possessore: ebreo, arabo, druzo, circasso. Una legge adottata quell'anno ha impedito che tale pratica proseguisse. È stata però una modifca più apparente che reale. Da allora per indicare che il possessero della carta è di religione ebraica viene aggiunta la data nascita che riporta la numerazione del calendario ebraico. Un escamotage importante, che ha ripercurssioni più concrete di quanto si possa supporre.
Qual è stato l'impatto del muro di separazione?Il muro non ci ha solo tagliati fuori da Gerusalemme, ma anche dalla Cisgiordania. Il nostro campo non ha fisiologicamente possibilità di allargarmento. Per contro i quattro insediamenti ebraici che ci circondano continuano a ingrandirsi. La verità è che dal momento che gran parte degli abitanti di questo campo sono legalmente cittadini di Gerusalemme, essi vengono percepiti come una minaccia demografica al carattere ebraico della città. Ciò vale anche per i bambini sotto i 16 anni, ai quali abitualmente viene richiesto di fornire certificati di nascita originali ogni volta che intendono uscire dal campo. Una richiesta a dir poco problematica, se pensiamo che un documento di tale valore dovrebbe essere custodito in posti sicuri e non portato in giro da bambini.
Cosa ha di diverso questo campo profughi rispetto ad altri?Shuafat è l'unico campo profughi palestinese interno alla municipalità di Gerusalemme ed è anche il solo luogo che racchiuda i tre più spinosi problemi alla base della sovrapposizione israelo-palestinese: i rifugiati, la sicurezza e Gerusalemme. Un'altra particolarità è legata alle tasse. Di solito i campi profughi ne sono esentati. Qui invece noi le continuiamo a pagare allo Stato d'Israele, ricevendo servizi irrisori. Il muro ci ha sì tagliato fuori da Gerusalemme, ma a tale scelta non è seguito alcun cambio sul fronte amministrativo. Il risultato è paradossale: continuiamo a pagare le tasse allo Stato ebraico. Molti "beneficiano" di detassamenti, ma la sostanza della questione non cambia.
Quali sono le urgenze legate al degrado culturale e sociale che dovete affrontare?I matrimoni contratti in giovane età. Spesso a sedici anni i ragazzi e le ragazze sono già sposati. È un problema grave che stiamo fronteggiando organizzando seminari educativi. Un altro è legato alla droga, un fenomeno in pericolosa ascesa.
Da chi viene garantita la sicurezza all'interno del campo?All'interno del campo non esistono stazioni di polizia. Va da sè che non abbiamo alcun cittadino straniero che viva qui e che possa eventualmente essere un testimone esterno su ciò che accade. Tuttavia la sicurezza non è un problema centrale. Sarà perchè ci sentiamo tutti fratelli, o perchè non c'è nulla da rubare. Esiste comunque un consiglio di saggi addetti alla risoluzione di ogni controversia. È un sistema per certi versi arcaico, ma viste le condizioni di vita è il meglio che si possa offrire.
Cos'è che lascia maggiormante l'amaro in bocca?Quando vedo che le persone perdono la capacità d'indignarsi. E quindi anche quella di meravigliarsi. Per entrare e per uscire da questo campo profughi esiste al momento un solo cancello. Ovviamente è controllato dai soldati israeliani. È a tutti gli effetti un ghetto. Al di là dei credi, delle storie personali, delle simpatie e delle ideologie di ognuno di noi, è possibile che solo una piccola minoranza riesca ancora a indignarsi?
Un messaggio per concludere l'intervista?Sappiamo che la pace è l'uica soluzione possibile. Due stati per due popoli: non c'è altra strada. Siamo una nazione sotto occupazione e siamo stanchi di sterili negoziati fatti solo di belle parole. Servono atti concreti da parte di tutte le parti in causa, paesi arabi in primis. Abbiamo trascorso un'intera esistenza a lottare e sperare: non l'augurerei al mio peggior nemicoPalestina, Il medico di Shuafat
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