Joshua Dubois alla Gregoriana: "Il ricordo del dolore passato può aiutare a costruire

Che l'attenzione per il mondo delle religioni e per il dialogo fosse fra le tematiche in agenda dell'amministrazione Obama non era un segreto. In questo panorama si inserisce l'incontro di ieri 12 ottobre alla Pontificia Università Gregoriana organizzato dall'Ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede dal titolo “Building Bridges of Hope: Success Stories and Strategies for Interfaith Action”.Dagli Stati Uniti arriva in Italia un messaggio di collaborazione fra le fedi abramitiche per lavorare su questioni di interesse comune. I pannelli proposti, nonostante l'ambiente accademico scelto per l'evento, si sono concentrati su vari ambiti concreti di interazione nei quali i leader e le organizzazioni religiose possono lavorare insieme per il bene comune: promuovere uno sviluppo equo ed etico; proteggere l'ambiente; prevenire i conflitti. Ospite d'eccezione al convegno l'assistente speciale di Obama e direttore esecutivo dell'Ufficio della Casa Bianca per le Faith-Based and Neighborhood Partnership, Joshua Dubois. “L'amore, la carità e la gioia servono a costruire dei ponti – ha dichiarato nel suo discorso che ha avuto luogo durante il pranzo del convegno – ma quando ciò non bastasse, riuniamoci perché ricordiamo il dolore passato e vogliamo evitare di soffrire nuovamente”. Dolore che ha attraversato la vita delle varie comunità religiose e che Dubois ha esplicitato tramite vari esempi: dalle catastrofi naturali all'Olocausto. L'Ufficio della Casa Bianca che Dubois dirige, come ha spiegato al pubblico, è un gruppo di lavoro trasversale che ha come obiettivo quello di lavorare per comprendere le dinamiche migliori per coinvolgere le organizzazioni religiose nella risposta a varie tematiche di interesse globale. Questo avviene interagendo con i leader religiosi con regolarità e non una volta ogni tanto e solo sulle questioni prettamente religiose ma su tematiche di interesse comune.Intervistato da Minareti.it Dubois ritorna sulle motivazioni che possono spingere a costruire ponti di speranza. “Per creare delle collaborazioni, le persone dovrebbero essere motivate dalla speranza. Ma questo non sempre accade per cui le sofferenze che si sono sopportate in passato possono insegnare a unirsi agli altri”. Un consiglio al governo italiano su come gestire le relazioni con le realtà religiose sul territorio nazionale? “Non ho la presunzione di dare consigli ad altri governi. Quello che posso dire però è che Obama ha trovato la maniera di avere un impatto sulla società  creando relazioni con le organizzazioni a base religiosa”.Nel pannello sulla prevenzione dei conflitti l'idea della sofferenza condivisa è tornata spesso. Hillel Levine, presidente dell'International Centre for Conciliation ha parlato della sua esperienza di come il dolore e le sofferenze provate da israeliani e palestinesi possano trasformarsi costruttivamente in un profondo legame che porta all'identificazione e all'empatia. Un intervento di impatto quello dell'arcivescovo di Nazareth e Galilea Elias Chacour che ha deciso di dedicare i 20 minuti a sua disposizione a presentarsi, senza nascondere la sua sofferenza personale per la situazione che i palestinesi si trovano a vivere in Israele ma raccontando anche le esperienze di accoglienza reciproca. “Per costruire dei ponti – ha dichiarato l'arcivescovo Chacour – non bisogna guardare all'immagine globale ma a quella locale”. E l'immagine locale si tinge spesso di speranza come nel caso dei 300 studenti palestinesi sui 350 presenti in una scuola che hanno voluto donare il loro sangue per gli ebrei israeliani rimasti feriti in uno degli attacchi suicidi.Grande attenzione riservata anche al ruolo dei giovani nell'intervento di Zeenat Rahman dell'Interfaith Youth Core di Chicago. “Bisogna parlare ai giovani e non parlare di loro. E' importante dar loro voce il più presto possibile”, ha affermato Rahman ricordando come i più grandi leader religiosi abbiano cominciato da molto giovani il loro percorso.       




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