DONNE PALESTINESI: CAMBIARE SI PUO’



DI BARBARA ANTONELLI, Ramallah, 1 ottobre 2010 – (foto da blog di Nobel’s Women Initiative) – Come riattivare il ruolo della donna palestinese nella società pubblica? Per tre anni e mezzo se lo sono chieste esperte, educatrici e formatrici della Ong palestinese HDIP, con un progetto finanziato dalla cooperazione norvegese. Attivando workshop, seminari e una efficace campagna porta a porta per ascoltare i bisogni delle donne palestinesi, sia della Cisgiordania che di Gaza ma anche analizzare come, ad oggi, l’accesso delle donne agli spazi pubblici e istituzionali in Palestina sia deficitario e come programmi di ‘empowerment’ di genere siano ancora assultamente necessari.Secondo i dati raccolti e analizzati dalla responsabile del progetto di HDIP, Nibal Awwad, al primo posto tra i problemi che affliggono le donne palestinesi in Cisgiordania, c’e’ la disoccupazione, seguita dal mancato accesso ad un sistema sanitario adeguato e dalla necessità, questo chiedono le donne, di una maggiore diversificazione nell’accesso ai percorsi universitari, alcuni dei quali rimangono – spesso per scelta delle famiglie – dominio esclusivamente maschile. I dati emersi dalle interviste porta a porta, sono simili nei governatorati di Nablus, Jenin, Tubas, Hebron Bethlemme e Tulkarem. Con una generale difficoltà delle intervistate ad ammettere di avere tali problematiche. “Le donne dicono in prima analisi di non avere problemi né difficoltà, – dice Nibal Awwad – e questo è di per sé un problema, cioè mette in luce la generale reticenza delle donne stesse, a mettersi allo scoperto, a raccontarsi, soprattutto quelle che vivono nelle aree rurali, più povere.”

Le donne di Gaza invece, lamentano oltre alla disoccupazione, anche l’obbligo  a contrarre matrimoni in età precoce e combinati e soprattutto il mancato accesso alla vita politica e pubblica.Da tre anni di analisi ne viene fuori un documento politico di genere redatto e visionato da Islah Jared, professoressa allauniversita’ di  Birzeit di Ramallah, illustrato  ad un pubblico di oltre 400 donne in un workshop conclusivo del progetto, tenutosi a Ramallah giovedi, dal titolo “Possiamo cambiare”. “Dai tempi della Nakba ad oggi, le situazioni di contorno si sono modificate, di fatto però è la donna palestinese a portare avanti il ruolo di pilastro della famiglia – dice la prof.ssa Jared – con due fattori preoccupanti in costante aumento, lo stato di povertà e la disoccupazione.”  La partecipazione delle donne  alla vita sociale del paese è la più bassa della regione, tra il 25 e il 29% (contro il 47% delle donne israeliane). La percentuale delle donne presenti nel Consiglio Legislativo Palestinese è solo del 12,9%, nei municipi sale al 18%. “Le drammatiche condizioni economiche, nonostante il recente rapporto della Banca Mondiale – dice la Islah con un sorriso ironico – provocate dall’occupazione israeliana, e dall’esistenza di uno stato che vi si è sostituito come anestetico mentre l’occupazione è ancora presente – hanno condotto ad un peggioramento degli standard di vita, soprattutto delle donne.” Sebbene rappresentino ancora un esempio di autorganizzazione e resistenza al potere occupante.  Nel documento si chiede inoltre un maggiore progresso delle istituzioni palestinesi per l’effettiva applicazione di leggi che tutelino le donne, in un sistema legislativo la cui frammentarietà e disomogeneità non ne assicura la protezione legale.Nel corso del workshop, donne  di tutta la Cisgiordania e donne di Gaza (in videoconferenza) si sono raccontate, portando esempi di situazioni e difficoltà della vita quotidiana. Frammenti narrati di fronte ad un pubblico d’eccezione, Jodie Williams, Premio Nobel (nel 1997) per la Pace per il suo impegno per la messa al bando  delle mine, che insieme ad una delegazione organizzata dal Nobel’s Women Initiative (un’organizzazione nata da donne Nobel nel 2006) sta girando la Cisgiordania incontrando da giovedì a domenica, donne di Gerusalemme, Ramallah, Ni’lin, Bi’lin e Hebron, per ascoltare “una storia diversa”. “Perché la storia ufficiale in quasi tutti i paesi ha più peso delle centinaia, migliaia a volte milioni di voci che raccontano una storia diversa degli stessi eventi?” si chiede la Williams al termine della prima giornata di tour palestinese, sul blog che le donne delle delegazione, un rabbino, due giornaliste, un’avvocatessa, due manager d’azienda, una fotoreporter, stanno aggiornando quotidianamente.Per Jodie Williams  è la prima volta in Palestina. Niente palco, né discorsi ufficiali: occhi azzurri limpidi e capelli biondi. “Voglio essere in mezzo a voi, vicina”, ripete aggirandosi tra un pubblico femminile stupito, abituato ad altri standard comunicativi. Non nasconde il nervosismo e per rompere il ghiaccio della platea, ammette candidamente di aver paura di dire cose sciocche. Parte dalla sua storia, e dalla sua età, 60 anni tra una settimana. Da due genitori sposati a 16 anni, che non “hannomai finito nemmeno la scuola secondaria”. “5 anni fa mio padre è morto e solo allora ho scoperto che era cresciuto in una casa negli Stati Uniti, senza acqua potabile né elettricità. Quando era in vita si è sempre vergognato di dircelo”. “Vengo dal niente, dalla povertà. Ai miei tempi le ragazze facevano le insegnanti, a 25 non sapevo cosa fosse l’attivismo sociale. A 30, non sapevo che esistesse qualcos’altro della Palestina oltre a qualche nozione base sulla Palestina biblica.” Un background non brillante, cosi dice di se stessa, Jodie. Ma poi è uscita dalla sua cittadina nel Vermont “dove le vacche erano il doppio degli esseri umani”. Ha incontrato altre donne, ha iniziato a lavorare insieme, per cambiare il mondo. Questo è il fondamento alla base della Nobel’s Women Initiative. Jodie ci tiene a ricordarlo, solo 12 donne Nobel , in oltre cento anni di storia del premio.Sono le donne a soffrire maggiormente nei conflitti, è tra le donne che c’è il maggior numero di rifugiati, seppure quando si parla di pace, sono spesso gli uomini a vincere il Nobel.”
“La nostra idea è mettere insieme donne che possano esercitare una maggiore pressione sui governi, sulle società. Aver ricevuto il Nobel ci permette solo di essere ascoltate di più. Di fare la differenza, in qualche caso. Per una pace che sia soprattutto uguaglianza di genere e giustizia sociale.”“Siamo qui per imparare da voi, non veniamo da esperte – dice Jodie Williams al termine della conferenza – educateci perché da voi abbiamo tanto da imparare, possiamo raccontare la vostra storia in maniera diversa, in altri luoghi.” “Perché le emozioni, le identità e la storia non si possono negoziare” si legge a fine giornata sul suo blog. (Nena NewsDONNE PALESTINESI: CAMBIARE SI PUO’

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