Alain Gresh La problematica ripartizione della Palestina dal 1948 ad oggi

filosofo Martin Buber (1878 – 1965) e il primo rettore dell’Università Ebraica di Gerusalemme, il rabbino Judah Magnes (1877 – 1948), erano sionisti impegnati e “non venne mai posta la questione se fosse mai esistita una nazione ebraica, essi erano partiti dal presupposto che non solo era esistita, ma che aveva il diritto di ritornare in Palestina e un dovere nei confronti del mondo, quello di essere un esempio di giustizia” (1). A ancora, per entrambi, divenire un “esempio di giustizia” era incompatibile con la soppressione delle popolazioni indigene. Come altri immigranti, furono sorpresi nello scoprire che la Palestina non era “una terra senza un popolo” e così dovettero concepire un modus vivendi per arabi ed ebrei.La loro posizione binazionalista era essenzialmente di tipo morale, ma trovò un canale politico nella potente organizzazione Hashomer Hatzair (La Giovane Guardia), che nel 1929, l’adottò come parte del proprio programma. Rifiutando l’idea di istituire un centro spirituale ebraico in Palestina, cercò di rispondere alla “questione ebraica” attraverso la creazione di uno stato. I suoi leader, di formazione marxista, erano convinti che “l’impresa sionista è in contrasto con gli interessi solo di una piccola parte della nazione araba, la classe sfruttatrice” (2). Lungi dall’essere marginali, nel 1944, i sostenitori del binazionalismo conquistarono il 40 % del sostegno degli ebrei. Ma Hashomer Hatzair, come altre organizzazioni sioniste di sinistra, non furono in grado di risolvere la contraddizione tra la loto teoria binazionalista e la pratica nazionalista, che mirava alla cacciata dei contadini arabi dalle loro terre usando lo slogan “Lavoro Ebraico”. E nel periodo tra le due guerre non trovò alcun partner arabo influente pronto ad accettare la legittimazione della colonizzazione ebraica della Palestina.Nel 1947, la Gran Bretagna decise di rinunciare al mandato della Palestina che era stato concesso dalla Lega delle Nazioni e la questione venne rimessa alla Nazioni Unite di recente costituzione. Venne istituita una commissione per studiare le varie opzioni. Essa venne boicottata dalle organizzazioni arabe, mentre ebbe la possibilità di ascoltare le dichiarazioni dei movimenti sionisti. Hashomer Hatzair e Martin Buber manifestarono il loro sostegno a uno stato binazionale, ma la maggioranza dei membri della commissione – con l’eccezione dell’India, dell’Iran e della Yugoslavia – lo respinsero. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale votò in favore della ripartizione della Palestina in due stati e una zona sotto il controllo internazionale attorno a Gerusalemme, associati in una unione economica che avrebbe riguardato la valuta, i trasporti, le dogane e così via.Al momento, la maggioranza delle organizzazioni palestinesi respinsero non solo il principio della ripartizione, ma anche la concessione dei diritti politici agli immigrati dall’Europa. Solo la Lega di Liberazione Nazionale, un movimento comunista, invocò la creazione di uno stato che avrebbe garantito l’uguaglianza tra tutti i suoi cittadini, compresi gli ebrei. Tale progetto, che allora rimase in letargo per due decenni, venne riesumato dopo la guerra arabo-israeliana del 1967, sostenuto dal Fatah di Yasser Arafat, che si beava della gloria delle operazioni dei fedayeen messe in atto dalla Giordania. Il 1 gennaio 1969 la commissione centrale di Fatah dichiarò che “non si stava combattendo contro gli ebrei in quanto comunità etnica e religiosa. La lotta era contro Israele, una espressione del colonialismo basato su un sistema teocratico razzista ed espansionista, espressione del sionismo e del colonialismo…..Fatah proclama solennemente che l’obiettivo finale della sua battaglia è la restaurazione dello stato palestinese indipendente e democratico, nel quale tutti i cittadini, qualunque sia la loro fede, godranno di uguali diritti”(3).Questo è stato un importante punto di svolta in quanto segnò l’accettazione palestinese, non della legittimità del progetto sionista, bensì, della presenza di diversi milioni di ebrei sul suolo palestinese, come un fatto compiuto, per i quali, riconobbe Fatah, sarebbe stato assurdo e ingiusto aspettarsi un “ritorno a casa” o il dover affrontare un destino quale quello dei pieds noirs d’Algeria. Il quinto congresso nazionale dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) si svolse nel gennaio-febbraio 1969 ed elesse Arafat a presidente del suo comitato esecutivo. Una risoluzione confermò che l’obiettivo dell’OLP consisteva nella “istituzione di una società libera e democratica in Palestina per tutti i palestinesi, fossero questi musulmani, cristiani o ebrei” (4).Nel 1970, la casa editrice francese Editions de Minuti ripubblicò alcuni scritti di Fatah in un libro intitolato La rivoluzione palestinese e gli ebrei, che ebbe un grande impatto e aiutò le aspirazioni palestinesi a conquistare legittimità in Europa. Esso contiene la dichiarazione: “Ciò si presenta come nuovo è il fatto che gli arabi non ebrei esiliati, cacciati dalle loro case ed espulsi dalla propria patria dai coloni ebrei in Palestina possono ancora…..pretendere uno stato che riunisca le ex vittime e i loro precedenti aggressori ed oppressori. Questa idea è rivoluzionaria.”Rivoluzionaria è l’idea. Ma essa è pure ambigua: che tipo di stato si sarebbe creato? Che tipo di costituzione avrebbe garantito i diritti di tutti cittadini? Quale stato avrebbe avuto ebrei e una cultura ebraica? Accettando che la presenza degli ebrei in Palestina fosse irreversibile, Fatah andò incontro a una difficoltà che non poté mai superare: la creazione di uno stato singolo presupponeva la cooperazione di almeno alcuni israeliani ebrei. Ma nonostante le discussioni che ebbero luogo con un piccolo gruppo di ebrei come quello di Matzpen, Fatah non fu mai in grado di costruire dei ponti con settori significativi della popolazione israeliana.Questo grave inconveniente causò l’abbandono del progetto di uno stato democratico e, per la sua ammissione che la presenza ebraica sarebbe rimasta, preparò i palestinesi all’idea della ripartizione. Il riconoscimento internazionale delle aspirazioni palestinesi, in particolar modo dopo la guerra dell’ottobre 1973; la posizione di coloro che appoggiavano l’OLP, specialmente l’URSS ( che aveva riconosciuto la legittimità dello stato di Israele, così come la maggior parte degli stati); e la mancanza di un sostegno al progetto di uno stato singolo nella società israeliana, tutto convinse progressivamente l’OLP all’idea della coesistenza di due stati. Gli accordi di Oslo sembrarono mettere a disposizione un percorso per giungere a questo obiettivo con l’approvazione delle nazioni occidentali, in particolar modo l’Europa e poi gli Stati Uniti. Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel 2003, ribadì un’accettazione che sarebbe stata inimmaginabile negli anni !990. Infine, il 14 luglio 2009, anche se a denti stretti, il primo ministro Benjamin Netanyahu fornì il suo appoggio.er qualche bizzarria della storia, solo quando la ripartizione appariva essere in pratica una cosa impossibile essa ha ottenuto il sostegno da parte del mondo intero. La ripartizione problematica della Palestina
(1) Susan Lee Hattis, The bi-national idea durino mandatory period, Shikmona, Tel Aviv, p 25
(3) Citato in Les Palestiniens et la crise israelo-arabe, Editions Sociales, Paris 1974,pp167-8
(4) Citato in International Documents for Palesatine 1969, Institute of Palesatine Studies, Beirut, 1970, p 589.
(tradotto da mariano mingarelli)
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