Riprendono i negoziati Israele-Anp. Tra proteste e violenze


KARIM LEBHOUR: “UN NEGOZIATO INUTILE CHE VA BENE A TANTI

Il presidente Usa Barack Obama ha “benedetto” la ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi prevista per oggi pomeriggio a Washington, dopo oltre un anno e mezzo di stop.“Un’opportunità come questa potrebbe non ripresentarsi in futuro”, ha detto il capo della Casa Bianca ieri sera, poco dopo avere incontrato il primo ministro di Tel Aviv Benjamin Netanyahu e il leader dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas (Abu Mazen). Lo scopo delle nuove trattative – ha chiarito Obama – è quello di “risolvere tutte le questioni presenti sul tavolo". In altri termini, israeliani e palestinesi dovranno – tra l’altro - risolvere la questione dello status di Gerusalemme est, il problema del ritorno dei profughi palestinesi e definire i confini del nuovo Stato palestinese, che dovrà poi convivere pacificamente accanto a quello ebraico.Clima ostile Il compito per i negoziatori è dunque enorme. E l’atmosfera che circonda l’avvio dei colloqui non è delle migliori.
Ieri, alla vigilia dei negoziati, centinaia di persone sono scese in piazza a Ramallah per dire “no” alla ripresa del dialogo diretto con Israele, che avverrebbe "sotto le condizioni imposte dagli Usa e da Israele per soddisfare i loro interessi". Alla manifestazione hanno aderito diverse ong e partiti politici palestinesi, compreso il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il Fronte democratico per la liberazione della Palestina e il Partito del popolo palestinese. "Gran parte dei palestinesi contestano queste trattative ed è stato un gravissimo errore accettare questi colloqui senza fare dei riferimenti precisi alle risoluzioni dell’Onu e ottenere garanzie internazionali riguardo la fine della colonizzazione israeliana dei nostri territori", ha spiegato all'agenzia Nena News la deputata del Fronte popolare Khalida Jarrar, secondo cui "Abu Mazen e altri esponenti palestinesi non hanno imparato dagli errori del passato". Negativo anche il commento di Marwan Barghouthi, il leader più popolare di Fatah, detenuto dal 2002. "I negoziati sono destinati al fallimento, i palestinesi le hanno accettate solo in seguito a pressioni esterne”, ha dichiarato in un’intervista al giornale arabo al-Hayat.Oltre alle polemiche, ad accompagnare l'inizio delle trattative sono stati diversi episodi di violenza. Martedì, quattro coloni israeliani erano stati uccisi nei dintorni di Hebron, mentre ieri un uomo e una donna israeliani, marito e moglie, sono stati feriti nei pressi della colonia di Rimonim dal fuoco sparato da una vettura in corsa.Entrambi gli attacchi sono stati rivendicati dalle brigateEzzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas.Il movimento islamico che dal 2007 controlla la striscia di Gaza oggi gha ribadito la propria opposizione ai negoziati (“votati al fallimento”), affermando che “non vi sono alternative alla resistenza” e che gli attacchi proseguiranno. E proprio l’opposizione ai colloqui da parte di Hamas, l’altro grande partito palestinese alternativo a Fatah, indebolisce non di poco la posizione di Abu Mazen.Distanza enorme Ma, più di tutto, sulla buona riuscita dei negoziati pesa la distanza – tuttora enorme – che separa la parte israeliana e quella palestinese. Al di là dei propositi di collaborazione, Netanyahu e Abu Mazen appaiono divisi su troppi punti. Per il momento Netanyahu non sembra innanzitutto intenzionato a raccogliere gli appelli di Abu Mazen per un congelamento immediato delle colonie ebraiche nei Territori palestinesi occupati di Cisgiordania e Gerusalemme Est, previsto peraltro anche dalla Road Map internazionale del 2003.Di difficile soluzione appare anche la questione dello status di Gerusalemme Est, che i palestinesi rivendicano come capitale del loro futuro Stato indipendente. Ieri, in un momento di massima apertura, il ministro della difesa di Tel Aviv, Ehud Barak, ha fatto sapere che al termine delle trattative sarà inevitabile spartire la città di Gerusalemme, precisando tuttavia che la divisione dovrà non nel rispetto dei confini del ‘67 (antecedenti all’occupazione israeliana), bensì in base a criteri “demografici”. Nonostante tutto ciò, le dichiarazioni di ottimismo ieri a Washington si sprecavano: Netanyahu ha chiarito di non essere alla ricerca di “una breve pausa tra due guerre'', ma di volere porre fine al conflitto in Medio Oriente ''una volta per tutte''.“Gli estremisti non riusciranno a sabotare la pace. Possiamo farcela entro un anno”, ha annunciato ObamaRiprendono i negoziati Israele-Anp. Tra proteste e violenze

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