George GiacamanSaranno i palestinesi ad essere biasimati per il fallimento di Obama alle prossime elezioni presidenziali?

La notizia riportata dal quotidiano britannico Daily Telegraph alla fine del mese di agosto 2010 è realmente preoccupante. La preoccupazione deriva dalle prestazioni fin qui registrate dall’amministrazione Obama, ovvero dal suo continuo ripiegamento di fronte alle pressioni di Netanyahu e del Congresso, la maggior parte dei cui membri è subordinata alla lobby ebraica.
La notizia del Telegraph riportava tre elementi principali: il primo è che l’amministrazione Obama spingerà per giungere ad un “accordo quadro” entro 12 mesi; il secondo è che nel caso in cui le due parti, palestinese ed israeliana, non dovessero pervenire a risultati concreti saranno gli Stati Uniti a presentare le proprie proposte per colmare il divario fra le due posizioni, ed a proporre un “compromesso”; il terzo è che l’attuazione dell’accordo si estenderà su un periodo di 10 anni.
Quali sono i rischi? Se prendiamo in considerazione le dichiarazioni rilasciate finora da Netanyahu riguardo a quello che per lui è il traguardo finale nei negoziati, è evidente che esse sono inaccettabili per la controparte palestinese. Egli ha annunciato che il futuro stato palestinese sarebbe privo di sovranità sul proprio spazio aereo e sui propri confini, che Israele manterrebbe il controllo della valle del Giordano sotto il profilo della sicurezza, oltre che di un numero imprecisato di insediamenti. Egli ha taciuto sulla questione di Gerusalemme sulla base dell’assunto che essa sarà la “capitale eterna dello stato di Israele” e che l’accordo porrà fine al conflitto, ovvero a qualsiasi rivendicazione palestinese. Questo accordo darà luogo al riconoscimento di Israele come stato ebraico – ovvero al fatto che non vi sarà posto per i palestinesi all’interno di tale stato, se non sulla base di questa condizione, e che il diritto al ritorno si applica solo al futuro stato palestineseE’ chiaro che queste richieste non possono essere accettate dalla controparte palestinese. Anche supponendo che questa sia una posizione negoziale di partenza, c’è da attendersi con tutta probabilità che le trattative si incepperanno prima o poi, cosa che renderà necessario un intervento americano per trovare una soluzione di compromesso. Quale sarebbe tale soluzione? Ulteriori concessioni palestinesi, richieste dall’amministrazione americana in cambio di “concessioni” da parte israeliana.
Quale sarà il risultato? Netanyahu opporrà resistenza il più possibile, con l’aiuto dei gruppi di pressione sionisti negli Stati Uniti, e la maggior parte della pressione si riverserà sulla controparte palestinese. Se è vera la notizia riportata dal giornale britannico, ciò significa che Obama legherà le sorti del suo secondo mandato presidenziale all’esito dei negoziati. Il periodo di 12 mesi nasconde un significato ben preciso, ovvero che i negoziati termineranno con il raggiungimento di un accordo quadro quando mancherà un anno alle elezioni presidenziali americane.
Cosa accadrà se i negoziati dovessero fallire? Questo è un interrogativo essenziale, perché il fallimento dei negoziati sarà il fallimento dell’amministrazione Obama, e ciò metterà in pericolo la possibilità di un secondo mandato. In caso di successo, esso invece rafforzerà le chance di Obama alle prossime presidenziali, anche in presenza di altre questioni che potrebbero risultare importanti in questo contesto, come la situazione economica interna e il destino dell’Iraq e dell’Afghanistan. Ad ogni modo, la questione del conflitto israelo-palestinese rimarrà la più affrontabile, e forse quella nella quale sarà possibile registrare un “successo”, soprattutto data la possibilità di esercitare pressioni sulla controparte palestinese affinché accetti una “soluzione di compromesso”.
L’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) ha dimostrato con chiarezza di essere sensibile alle pressioni, e più di un portavoce ufficiale ultimamente ha lasciato intendere che la ragione che ha spinto i palestinesi a prendere parte ai negoziati diretti, ovvero a rinunciare alle precondizioni inizialmente richieste da parte palestinese, è l’esistenza di “pressioni senza precedenti”. Queste pressioni continueranno, se l’amministrazione americana vorrà pervenire ad un accordo entro 12 mesi per rafforzare le chance di Obama alle prossime elezioni presidenziali.
Perciò ci si attende che le pressioni sulla controparte palestinese si intensificheranno nel corso dei negoziati se questi ultimi dovessero incontrare delle difficoltà, come è probabile che accada. A quel punto si moltiplicheranno le pressioni per spingere la controparte palestinese ad accettare la “soluzione di compromesso” proposta dagli Stati Uniti.
Quale sarà la posizione palestinese a quel punto? I palestinesi ricordano la lezione di ciò che accadde nelle trattative di Camp David nel 2000. Allora essi furono incolpati del fallimento, e attualmente vi è un grande desiderio da parte palestinese di non vedersi addossare nuovamente queste accuse. Ciò spiega in parte la loro disponibilità a partecipare ai negoziati diretti, senza precondizioni come il blocco degli insediamenti in Cisgiordania ed a Gerusalemme.Il timore è ancora una volta che l’amministrazione Obama veda nel successo dei negoziati un’ancora di salvezza che potrebbe aiutarla nelle prossime elezioni presidenziali per garantire un secondo mandato a Obama, soprattutto qualora dovesse verificarsi nel frattempo il previsto fallimento in Afghanistan ed anche in Iraq (a prescindere dal completamento o meno del ritiro). In altre parole, la controparte palestinese è candidata a pagare il prezzo della rielezione di Obama perché è la parte più debole nell’equazioneCosa può fare l’ANP in una situazione come questa? Essa ha due punti di forza su cui poter contare, uno interno e l’altro esterno. Il punto di forza interno è rappresentato dall’opinione pubblica palestinese nei territori occupati ed all’estero; quello esterno è rappresentato essenzialmente dall’opinione pubblica araba e dalla posizione degli stati arabi.
Riguardo al primo di questi elementi, l’ANP deve accettare l’esistenza di un’opposizione interna “leale”, ovvero di un’opposizione che accetta la soluzione dei due stati e che opera all’interno del regime politico ed è in grado di esprimere la propria opposizione, come avviene all’interno di Israele. Ciò rafforza l’ANP di fronte a qualsiasi pressione esterna, proprio come avviene per il governo israeliano. Il primo ministro israeliano sostiene continuamente che alcune richieste americane porterebbero alla caduta del governo, ed all’uscita da esso di alcuni membri della coalizione. Ciò gli garantisce un certo livello di forza di fronte alle pressioni esterne.
Da questo punto di vista, si potrebbe giudicare gli sforzi compiuti da alcuni servizi di sicurezza palestinesi per sabotare la riunione di alcune forze e personalità che si opponevano ai negoziati, recentemente a Ramallah, come un esempio di stupidità politica dannosa per l’ANP. Il danno per l’ANP sta nel fatto che non si permette l’esistenza di un’opposizione che potrebbe contribuire a fronteggiare le pressioni esterne nei confronti dell’ANP. Questa è pura stupidità dal punto di vista politico, oltre ad essere un grave fallimento a causa della commistione fra politica e servizi di sicurezza. Questo incidente ha inoltre sollevato interrogativi sull’effettiva capacità dell’autorità politica palestinese di controllare i servizi di sicurezza. E si tratta di interrogativi gravi, alle cui implicazioni è necessario porre rimedio.
L’altro elemento di forza, quello esterno, è dato dal sostegno o meno della posizione palestinese da parte dei paesi arabi. E’ qui che si celano le redini dell’iniziativa, ovvero l’iniziativa di adottare una posizione ben definita, e di chiedere il sostegno di tale posizione da parte dei paesi arabi sebbene essi si siano dimostrati incostanti in passato. Non è ragionevole che la posizione dei paesi arabi sia più debole di quella palestinese, a meno che la posizione palestinese non dipenda da quella dei paesi arabiE’ qui il nocciolo della questione. Cosa accadrebbe se l’ANP informasse i paesi arabi che le linee rosse da non oltrepassare sono questa, questa e questa… e che è in gioco la vita e la sopravvivenza stessa dell’ANP? Quale sarebbe la posizione dei paesi arabi? Tutti vogliono che l’ANP sopravviva: Israele, gli Stati Uniti, i paesi europei ed i paesi arabi. Ma qual è il prezzo che bisogna pagare in cambio della sopravvivenza dell’ANP? Il prezzo è uno stato palestinese secondo la concezione palestinese di stato. In assenza di ciò, non vi è sostanzialmente ragione per l’esistenza di un’Autorità Nazionale Palestinese.
Se l’ANP non è disposta a mettere in gioco la propria esistenza ad un certo punto, sarà costretta a continuare a fare concessioni come ha fatto ultimamente. Questa è la questione, ormai. Non basta che l’ANP dica che le pressioni sono grandi. L’interrogativo è se esiste un punto che l’ANP non oltrepasserà anche in presenza di pressioni senza precedenti. Dove sono le linee rosse? Esistono linee rosse? Questo è il puntoI negoziati della resa finale?
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