Claudia De Martino:CHI SONO GLI AMICI DI ISRAELE?



In tempi di direct talks, non è difficile comprendere perché Israele torni a rivolgersi oggi questa domanda, sollevata lunedì scorso in occasione di una conferenza organizzata congiuntamente dalla Heinrich Böll Stiftung e dall’IDC ad Herzliya, nell’ambito di un dibattito pubblico in presenza di ex deputati, ex ministri e importanti accademici israeliani di orientamenti diversi.
Israele, più che mai negli ultimi anni, si è percepito come un Paese che “fa da solo”, che non possiede alleati stabili o alleanze automatiche sulle quali possa contare in sede ONU, e più volte oggetto di sistematici attacchi da parte del recentemente istituito UNCHR (2006), il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani.
Dore Gold, il presidente di un noto think-tank gerosolimitano affiliato al partito Likud e vicino all’attuale premier, ha sostenuto la tesi che Israele sia costantemente criticato in maniera spropositata per qualsiasi minima violazione dei diritti umani grazie alle capacità della lobby palestinese in sede ONU. Se forse è corretto sostenere che una netta maggioranza dei Paesi arabi, africani ed asiatici si esprime con continuità a sostegno delle richieste palestinesi, lo stesso non si può dire dei Paesi occidentali, che spesso tentennano di fronte a un voto contrario ad un alleato “suscettibile” come Israele, anche qualora nelle dichiarazioni pubbliche, come quelle rilasciate all’indomani dell’episodio della Gaza Flotilla, si mostrino più critici.
Chi sono dunque gli amici di Israele, sempre che nelle relazioni internazionali si possa discutere di “amicizie” tra Paesi piuttosto che di unioni o alleanzeForse l’unico alleato certo sono gli Stati Uniti d’America, che dal 1948 ad oggi hanno tradito la fiducia israeliana solo una volta: votando a favore del ritiro delle truppe di Israele che avevano invaso il Canale nella guerra di Suez (1956). Da allora, gli USA si sono dimostrati l’alleato più stabile del piccolo Paese mediorientale: un’ “amicizia” sostenuta dalla percezione, presunta o reale, di Israele come unica democrazia del Medio Oriente e dalla comunanza di obiettivi regionali duraturi, come il contenimento dell’Iraq e della Siria (prima) e dell’Iran e di Hizbullah (oggi).
Eppure la presidenza Obama ha inferto un colpo alla solidità di questa amicizia, o almeno così Israele ha percepito la condotta della nuova amministrazione. Seppure essa non si sia distaccata dalla consueta dichiarazione che “la sicurezza di Israele costituisce una priorità per qualsiasi governo degli Stati Uniti”, il discorso di Obama al Cairo ha in parte comunicato l’esigenza degli Stati Uniti di “aprirsi” a più interlocutori regionali e di costruire altre alleanze, seppure non alternative, con i Paesi arabi “moderati”, a cui l’Amministrazione ha inteso tendere la mano.
Il gesto ha spaventato i commentatori israeliani, che vi hanno letto una futura possibile rinuncia all’alleanza strategica con Israele intesa come priorità assoluta – quasi un dogma delle relazioni internazionali contemporanee – e che si sono guardati allo stesso tempo intorno, percependo una preoccupante distanza ed una latente criticità anche da parte degli altri alleati tradizionali, quali i Paesi europeo-occidentali e la Turchia. Non sorprende allora la campagna a carattere religioso di screditamento personale del Presidente Obama, quasi la sua identificazione con l’Islam (la religione paterna) dovesse rivelarne le vere affiliazioni culturali e politiche e costituire la logica premessa al discorso del Cairo. Tutto questo mentre il quadro regionale, grazie alla produzione nucleare avviata in Iran ed all’annunciato del ritiro totale delle unità di combattimento USA in Iraq, si preannuncia il meno stabile dal 2003.
L’altro alleato a cui Israele ha tradizionalmente guardato, più che un Paese, è la sua stessa Diaspora, in primis quella americana. I circa 5 milioni di ebrei cittadini degli Stati Uniti costituiscono non solo una riserva demografica ideale, ma anche un importante bacino di supporto oltreoceano alle politiche di Israele. E’ dunque ovvio che Israele segua le vicende interne a questa Diaspora al pari dei grandi temi nazionali, quasi la leggera flessione del numero delle conversioni o dell’aliyah e l’aumento dei matrimoni misti dovessero danneggiarlo direttamente. Ancora più difficile per gli israeliani risulta comprendere che le nuove generazioni ebraiche, dopo un costante appiattimento della Diaspora sulle scelte di Israele giustificate dai continui conflitti che lo riguardavano, abbiano ultimamente sollevato una voce più critica e pubblicamente favorevole alla ripresa di un processo di pace sulla base dei confini del ’67 (e dunque anche critica degli insediamenti): una tra tutte J-Street.
Il terzo alleato in ordine di importanza sarebbero appunto i Paesi europeo-occidentali, principali responsabili della Shoah, come tali uniti a Israele da un doppio filo storico. La Germania, in particolare, sarebbe per tradizione particolarmente devota alla difesa della sicurezza di Israele, alla cooperazione culturale ed economica ( la cancelliera Merkel l’ha anche ribadito in una recente visita alla Knesset, il Parlemento ebraico).Il consenso occidentale si è però costantemente incrinato a partire dal ’67, rafforzandosi nuovamente negli anni ’90 con l’avvio del processo di Olso e in contemporanea alla sanguinosa stagione di attentati per ridiscendere ancora ed assestarsi su livelli medii a partire dal 2007, con nuove punte di crollo durante l’offensiva a Gaza del gennaio 2009. Occorre certamente distinguere tra il sostegno dei governi, che si è mantenuto più o meno costante, a dispetto di qualche aspra criticità della Commissione Europea dopo l’offensiva a Gaza e l’episodio della Gaza Flotilla, e le opinioni pubbliche, assestate su posizioni più critiche.
Israele però tende a non distinguere gli uni dalle altre ed a percepire la disaffezione popolare europea come un cronico ritorno di ondate di antisemitismo, che collegherebbero automaticamente le scelte di Israele alle comunità ebraiche della Diaspora, ritenendo quest’ultime responsabili dell’odio da loro stesse suscitato. Ora, se è lecito sostenere che l’antisemitismo sia un fenomeno strutturalmente ancora latente sul continente e suscettibile di ondate di recrudescenza in confluenza con crisi economiche o episodi di violenza all’interno del conflitto israelo-palestinese, non si può certamente spiegare la criticità europea verso Israele solo ed unicamente sotto l’ottica dell’antisemitismoUltimo alleato in ordine di importanza è la Turchia, unico Paese a maggioranza musulmana ad avere non soltanto rapporti diplomatici ma anche protocolli di cooperazione economica e militare con Israele. Il 2010 non è però stato un anno di conferme in questo senso. Alla pubblica umiliazione inflitta all’ambasciatore turco in Israele, si è aggiunta l’uccisione di 9 cittadini turchi che cercavano di forzare il blocco a Gaza. E’ vero che la responsabilità del momentaneo distacco della Turchia dall’Occidente e del suo riavvicinamento a Siria e Iran è spiegabile più attraverso il rigetto da parte dell’Unione Europea, che non ha mai annunciato un programma chiaro e definito per l’adesione del Paese alla UE, ma Israele non ha sicuramente lesinato atteggiamenti imprudenti e arroganti nei confronti del suo tradizionale alleato mediorientale. Di conseguenza, Israele ha parzialmente causato l’allontanamento della Turchia, che pur non essendo definitivo ( né è probabile che lo diventi ), ha inflitto un ulteriore “giro di vite” agli alleati del Paese ebraico.Infine, se si parla di “amici” non è però possibile non considerare l’estremo opposto, ovvero quello dei “nemici”, in alcuni casi considerati vere e proprie minacce all’esistenza stessa di Israele, come nel caso di Iran e – in misura minore – Hizbullah, ed in altri come impedimenti all’unità nazionale o ostacoli a progetti di interesse strategico ( gli insediamenti), come la sinistra e le varie ONG presenti nel Paese.
Naomi Chazan, presidente dell’Israeli Fund – un gruppo che finanzia, grazie a donatori privati e non, varie ONG israeliane operanti nel settore dei diritti umani e contrarie agli insediamenti – ha denunciato come le campagne di attacchi personali a singoli esponenti della sinistra si siano accentuati negli ultimi anni e come a questi seguano di norma nuove proposte legislative limitanti la libertàdi espressione e di associazione, come la legge attualmente in discussione alla Knesset sulla trasparenza dei fondi alle ONG e la proposta di negare i permessi di accesso e soggiorno ai Territori Occupati alle ONG internazionali operanti nella West Bank.
I partiti di sinistra, Meretz in prima linea, ma anche le ONG israeliane e tutti coloro che apertamente, come gli artisti del manifesto di Ariel, manifestano il loro disagio e la loro critica nei confronti della politica governativa attuale, sarebbero dunque nel mirino del governo e di tutte quelle agenzie, istituti e giornali che da esso traggono fondi o che si associano alla sua linea. Quasi il dissenso fosse diventato un elemento di democrazia interna che in tempi di crisi, e con pochi amici alle proprie spalle, Israele non potesse più permettersi.
Infine, ricordando che proprio pochi giorni fa si sono avviati i direct talks tra ANP e governo Nethanyau a Washington, è bene augurarsi che procedano, forse anche a dispetto della mancata proroga del congelamento degli insediamenti. E’ utile però tenere a mente che non vi sono molti elementi di ottimismo che rivelino “quella volontà storica di pace” che il governo Nethanyau è sembrato evocare in questi giorni, ma che sia la popolazione che il governo, in parte per paura e in parte per convinzioni politiche, non sembrano voler realizzare.Infine, se si parla di “amici” non è però possibile non considerare l’estremo opposto, ovvero quello dei “nemici”, in alcuni casi considerati vere e proprie minacce all’esistenza stessa di Israele, come nel caso di Iran e – in misura minore – Hizbullah, ed in altri come impedimenti all’unità nazionale o ostacoli a progetti di interesse strategico ( gli insediamenti), come la sinistra e le varie ONG presenti nel Paese.
Naomi Chazan, presidente dell’Israeli Fund – un gruppo che finanzia, grazie a donatori privati e non, varie ONG israeliane operanti nel settore dei diritti umani e contrarie agli insediamenti – ha denunciato come le campagne di attacchi personali a singoli esponenti della sinistra si siano accentuati negli ultimi anni e come a questi seguano di norma nuove proposte legislative limitanti la libertàdi espressione e di associazione, come la legge attualmente in discussione alla Knesset sulla trasparenza dei fondi alle ONG e la proposta di negare i permessi di accesso e soggiorno ai Territori Occupati alle ONG internazionali operanti nella West Bank.
I partiti di sinistra, Meretz in prima linea, ma anche le ONG israeliane e tutti coloro che apertamente, come gli artisti del manifesto di Ariel, manifestano il loro disagio e la loro critica nei confronti della politica governativa attuale, sarebbero dunque nel mirino del governo e di tutte quelle agenzie, istituti e giornali che da esso traggono fondi o che si associano alla sua linea. Quasi il dissenso fosse diventato un elemento di democrazia interna che in tempi di crisi, e con pochi amici alle proprie spalle, Israele non potesse più permettersi.
Infine, ricordando che proprio pochi giorni fa si sono avviati i direct talks tra ANP e governo Nethanyau a Washington, è bene augurarsi che procedano, forse anche a dispetto della mancata proroga del congelamento degli insediamenti. E’ utile però tenere a mente che non vi sono molti elementi di ottimismo che rivelino “quella volontà storica di pace” che il governo Nethanyau è sembrato evocare in questi giorni, ma che sia la popolazione che il governo, in parte per paura e in parte per convinzioni politiche, non sembrano voler realizzare.CHI SONO GLI AMICI DI ISRAELE?

Commenti

Post popolari in questo blog

Hilo Glazer : Nelle Prealpi italiane, gli israeliani stanno creando una comunità di espatriati. Iniziative simili non sono così rare

The New York Times i volti, i nomi, i sogni dei 69 bambini uccisi nel conflitto tra Israele e Hamas

Limes :I CONFINI D’ISRAELE SECONDO LA BIBBIA (cartina)

Amira Hass : The fate of a Palestinian investor who called for Abbas' resignation