TEL AVIV SI PROIETTA IN UNA GUERRA SENZA FINE Le Monde Diplomatique,



La manna finanziaria riversata soprattutto dall'Unione europea ha creato in Palestina delle enclave di ricchezza artificiali. Allo stesso tempo, la colonizzazione continua e l'esercito israeliano si prepara a nuovi scontri in Libano, Iran e Cisgiordania, all'inseguimento di un'impossibile vittoria finale.Tutti i conflitti arabo-israeliani (1948, 1956, 1967, 1973) che si sono svolti prima della svolta storica del trattato di pace firmato a Tel Aviv e al Cairo nel 1979 sono state guerre classiche: i belligeranti ricorrevano a eserciti convenzionali che utilizzavano armi e strategie altrettanto convenzionali. L'aviazione svolse un ruolo decisivo, coadiuvata dai mezzi blindati sul terreno. La sopravvivenza di Israele era sempre sullo sfondo di tali conflitti, anche se la reale portata delle minacce era largamente sovrastimata - salvo per la guerra del 1948, il cui esito fu più incerto. a spedizione di Suez del 1956 fu avviata da una coalizione tra Francia, Regno unito e Israele per rovesciare il regime del presidente Gamal Abdel Nasser, senza che lo stato ebraico fosse mai messo in pericolo.La guerra fu lanciata nel 1967 da Tel Aviv, dopo settimane di tensione con Il Cairo e Damasco. Né il governo né lo stato maggiore israeliano ebbero mai il minimo dubbio sulla superiorità schiacciante delle loro forze.Nell'ottobre del 1973, Egitto e Siria, accuratamente preparati, presero l'iniziativa: per la prima volta dal 1948, eserciti arabi attaccavano Israele su due fronti proprio quando la vigilanza del paese era allentata per la festa del Kippour, per l'organizzazione delle elezioni legislative del 31 ottobre e per gli errori dei servizi segreti. L'effetto-sorpresa fu totale (1). Anche in questo caso, tuttavia, l'esistenza dello Stato di Israele non fu affatto in pericolo. Il Cairo e Damasco puntavano solo a recuperare i territori occupati nel 1967, e gli Stati uniti vigilavano sugli interessi vitali del loro alleato.Dal 1973, Israele non ha più conosciuto conflitti con uno stato arabo(2): nessuno è in grado di affrontare uno scontro armato, anche per le conseguenze strategiche dell'introduzione dei missili balistici.La guerra ha dunque mutato natura. Ora oppone un esercito classico dotato soprattutto di armi «tradizionali» (mezzi blindati e aviazione) a organizzazioni guerrigliere. Tuttavia, questo fondamentale cambiamento è passato sotto silenzio, e Israele si muove come se il suo avvenire fosse ancora in discussione.L'anno 1982 rappresenta un punto di svolta, da questo punto di vista.Infatti, all'inizio di quell'anno l'ultimo soldato israeliano lasciava il Sinai, in applicazione del trattato di pace firmato tra Il Cairo e Tel Aviv nel 1979 mentre, alcune settimane dopo, l'esercito israeliano invadeva il territorio libanese per tentare di eliminare l'Organizzazione di Liberazione della Palestina (Olp). Il primo ministro Menahem Begin(3), appoggiato dal ministro della difesa Ariel Sharon, perseguiva una strategia chiara. Mettere fine alla guerra con il più potente stato arabo gli consentiva di apparire agli occhi del mondo come un uomo di pace (ricompensato dal premio Nobel del 1978), di garantire stabilmente la sicurezza del paese e di concentrare tutti i suoi sforzi sui territori palestinesi (Gerusalemme, Cisgiordania e Gaza), sui quali intendeva assolutamente estendere il suo controllo, e su cui intraprese un vasto piano di colonizzazioneLa retorica dell'OlocaustoNonostante i paragoni tra Yasser Arafat e Adolf Hitler, tra Beirut e la Berlino nazista, e la riesumazione della retorica di un «secondo Olocausto», l'operazione contro l'Olp e i suoi alleati libanesi avviava il ciclo dei conflitti asimmetrici in cui Israele si trovava ad affrontare organizzazioni di guerriglia. In uno dei migliori libri su questa guerra, due specialisti israeliani di questioni militari, Ze'ev Schiff e Ehud Ya'ari osservavano: «Determinata dall'ambizione di un uomo ostinato e imprudente [Sharon], l'invasione del Libano del 1982 era basata su menzogne e illusioni e destinata a concludersi in un disastro(...) Non ci sono scuse per questa guerra costosa e assurda. La miglior cosa che si possa fare è di trarne lezione (4)».Purtroppo, nessun politico israeliano lo ha fatto. Piuttosto, si è imposta una logica della forza priva di qualunque ragionamento strategico di ampio respiro. Nell'ottobre 2008, il comandante della regione militare del nord di Israele, il generale Gadi Eisenkott, è giunto a dichiarare, riferendosi al bombardamento del 2006 dei centri politici e culturali di Hezbollah (di cui rimaneva solo un cumulo di macerie): «Ciò che è successo a Beirut si ripeterà in ogni villaggio in cui si spara su Israele... Utilizzeremo una potenza senza proporzioni(5)».Negli ultimi trent'anni, sono state intraprese altre offensive militari da parte dei governi: la repressione della prima Intifada nel 1987-1988; l'operazione «Grappoli di collera» contro il sud del Libano e l'Hezbollah nel 1996; l'operazione «Scudo difensivo» nel 2002, durante la seconda Intifada; la guerra contro l'Hezbollah nel 2006; gli attacchi contro Hamas, a Gaza, nel giugno 2006 e nel novembre 2007, e poi nel dicembre 2008 con l'attacco «Piombo fuso».Come chiamare questo nuovo avversario, l'obiettivo di questi attacchi?er i militari israeliani, ci sono solo due categorie di nemici: il soldato e il terrorista. Se nessun esercito regolare vi è coinvolto, il loro avversario è dunque un terrorista; gli si nega lo statuto di resistente in quanto esso conferirebbe a lui e alla sua causa una formidabile legittimità, spingendo la parte dominante nell'illegittimità.Questa scelta semantica, essenzialmente politica serve innanzitutto ad attribuire legittimità alla propria causa e ad accreditare l'idea di una «minaccia esistenziale», per altro inesistente. È pur vero che nessuna potenza occupante ha mai riconosciuto lo statuto di resistente ai suoi avversari, in Algeria durante la colonizzazione francese o in Sudafrica durante l'apartheid. Il nemico è sempre stato un terrorista.La designazione dell'altro come terrorista modifica anche le regole del gioco. Se si tratta di combattere questo tipo di nemico, tutto è permesso perché le leggi della guerra non valgono più. Israele espelle in tal modo i suoi avversari dal terreno politico e li relega all'ambito criminale. GERUSALEMME, MARZO 2010 Dimostranti palestinesi contro truppe israeliane
Non importa se le battaglie mietono vittime tra la popolazione, perché la colpa ricade sui terroristi che «si nascondono dietro» gli innocenti; non importa se i mezzi impiegati appaiono sproporzionati, con l'uso massiccio di blindati e il ricorso sistematico agli aerei da caccia, poiché i terroristi non rispettano alcuna regola; non importa se le regole del diritto umanitario vengono schernite..Il fine - lo sradicamento del terrorismo - giustifica i mezzi. E il nemico viene ridotto allo stato di bestia feroce, che va legittimamente eliminata in quanto rappresenta una «minaccia esistenziale». Nel dicembre 2008, un portavoce dell'esercito israeliano intervistato sull'obiettivo dell'attacco a Gaza rispondeva: «Ripuliremo le tane del terrorismo». Qualche giorno dopo, un portavoce del governo rispondeva così a una domanda sull'elevato numero di vittime: «Sì, ma si tratta di terroristi». In nome di questa logica, Israele ha sistematicamente tentato di assassinare i leader, i quadri intermedi e persino i semplici militanti di tali organizzazioni. La pena di morte non esiste in Israele, ma la politica degli omicidi mirati è in atto da decenni. Durante l'assedio di Beirut, nel 1982, Arafat è scampato a numerosi tentativi di assassinio.Durante la prima Intifada, nell'aprile del 1988, un commando israeliano ha «liquidato» a Tunisi quello che, secondo Tel Aviv, era l'organizzatore della rivolta delle pietre: Khalil Al-Wazir (Abu Jihad).Durante la seconda Intifada, Salah Shehadeh, un importante dirigente di Hamas a Gaza, è stato ucciso nella sua casa nel luglio 2002, con la famiglia e i parenti, con una bomba da una tonnellata(6). Due anni dopo, nel marzo 2004, Ahmed Yassin, leader carismatico dell'organizzazione islamica, veniva dilaniato da un missile. Poche settimane dopo, la stessa sorte toccava al suo successore Abdelaziz Al-RantissiQuesta prassi non è stata inventata da Israele; essa si inserisce nella lunga tradizione delle guerre intraprese da stati che non vogliono riconoscere le ragioni degli attacchi contro la loro dominazione, a cominciare dalla Francia in Algeria. Numerosi esponenti del Fronte di liberazione nazionale (Fln) sono stati giustiziati clandestinamente, come Larbi Ben M'hidi, impiccato in una fattoria nei dintorni di Algeri dal capitano Paul Aussaresses (7). Si pensa di poter soffocare in questo modo ogni forma di resistenza, fino al momento in cui si è costretti ad ammettere che l'unica maniera di uscire dal conflitto è il negoziato e il riconoscimento dei diritti dell'altro, come a Evian nel 1962 e a Oslo nel 1993, in contesti evidentemente assai diversi.Anche se nessun paese arabo minaccia l'esistenza del loro stato, i politici e i militari israeliani ricorrono sempre di più alla violenza.Secondo il momento, bisognava distruggere l'Olp (1982), reprimere la resistenza palestinese (2002), indebolire o sradicare Hezbollah (1996 e 2006) e poi Hamas (2006, 2007 e 2008). Nessuno di tali obiettivi è stato raggiunto, e inoltre, il problema politico che si intendeva risolvere è divenuto ogni volta più complesso perché l'offensiva ha rafforzato l'organizzazione che si tentava di smantellare, o gruppi ancor più radicali.Questa spirale è un effetto dell'attacco stesso: essa conferma lo statuto di resistente a chi è aggredito da un esercito ultramoderno e ben equipaggiato. Tanto è facile liquidare un gruppo terrorista che non dispone di alcuna base sociale sostanziale, quanto è impossibile farlo contro un'organizzazione che, agli occhi del suo stesso popolo o di una sua parte rilevante, appare come un'organizzazione di resistenza.Il radicamento di queste organizzazioni è stato confermato dalle elezioni che si sono svolte in Palestina e in Libano, sia nel caso di Fatah che di Hamas e HezbollahNel 2006, in Libano, la sottovalutazione da parte di Israele è stata così grave che la sconfitta fu evidente pochi giorni dopo l'avvio dell'offensiva: Hezbollah continuava a lanciare missili e resisteva all'attacco terrestre mentre i soldati rapiti rimanevano introvabili.Rapidamente, il partito sciita è apparso come un'organizzazione efficiente, ben istruita, con armi abbastanza sofisticate da raggiungere il territorio nemico in profondità e distruggere decine di carri armati Merkava.Ha acquisito, inoltre, un enorme prestigio in Libano e nel mondo musulmano. E grazie al sostegno finanziario dell'Iran e all'appoggio della Siria l'organizzazione ha potuto ricostituirsi sul piano militare e svolgere un ruolo cruciale nella vita politica libanese.Nel 2008, Hamas si trovava in una situazione ben diversa da quella di Hezbollah due anni prima: era indebolito dalle conseguenze della prova di forza del giugno 2007, dall'opposizione frontale di Fatah e dal boicottaggio occidentale. Nonostante questi pesanti handicap, godeva tuttavia di una doppia legittimità: quella delle urne, per il successo elettorale del 2006, e quella della resistenza all'occupazione di fronte ad un'autorità palestinese sempre più fragile. Con la guerra, anche le sue posizioni si sono rafforzate. Trent'anni dopo la pace con l'Egitto, l'uso indiscriminato della forza sembra riassumere la strategia israeliana.Questa logica non può che portare a nuove tragedie e nuovi desideri di vendetta. Non fa che ravvivare conflitti che si ritorcono contro chi semina devastazione in nome di un'inestinguibile ossessione securitaria: come si può sperare di fondare la propria sicurezza alimentando l'insicurezza assoluta degli altri?Tel Aviv si proietta in una guerra senza fine

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