1Pro-Israel Berlusconi kisses Ghaddafi at Arab meet
At one point, according to reports, Berlusconi, whose country ruled Libya for over three decades after 1911, stooped to kiss Gaddafi's hand upon arrival at the summit.
2 Stephen Faris Una brutta storia d’amore all’italiana: come Berlusconi ha perso il senno per GheddafiIl più lungo gasdotto sottomarino del Mediterraneo va dalla costa della Libia all’isola italiana della Sicilia. Inaugurato nel 2004 dal dittatore libico Muammar Gheddafi e dal primo ministro italiano Silvio Berlusconi, il gasdotto da 520 km, e il suo flusso di gas diretto verso nord, potrebbero anche rappresentare il simbolo della relazione tra i due paesi.Fra tutti i rapporti di “do ut des” tra le ricche democrazie dell’Europa e gli autocrati del Nord Africa, la dipendenza dell’Italia da Gheddafi spicca in modo particolare. La Libia è il maggior fornitore di petrolio dell’Italia, fornendo circa un terzo dei consumi energetici del paese. Il governo del dittatore libico possiede una quota sostanziale del mercato azionario di Milano, compreso il 7,5% di Unicredit, la più grande banca d’Italia, il 2% della società petrolifera italiana ENI, il 2% del secondo maggior gruppo industriale del paese, Finmeccanica, e il 7% della squadra di calcio torinese Juventus. La Libia rappresenta anche un mercato strategico per le imprese di costruzioni del suo vicino settentrionale. E, a partire dal 2008, quando l’Italia ha accettato di investire 5 miliardi di dollari in Libia, Gheddafi ha mantenuto uno stretto controllo sui tentativi dei suoi cittadini e di altri migranti africani di navigare sul Mediterraneo diretti verso nord.Così, martedì scorso, quando la compagnia petrolifera italiana ENI ha annunciato che stava chiudendo il gasdotto libico, molti l’hanno considerato come il potenziale inizio di una grande rovina. “E’ sicuramente un disastro per l’Italia”, dice Arturo Varvelli, un esperto di Medio Oriente presso il milanese Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), e autore di “L’Italia e l’ascesa di Gheddafi”. Diversamente, per esempio, dall’Egitto e dalla Tunisia, la Libia non ha sviluppato una classe media che possa presumibilmente prendere le redini del potere. Inoltre, essa non ha un esercito indipendente e robusto in grado di supervisionare una transizione. I cittadini di questo paese desertico sono generalmente poveri, con forti legami clanici, e con poca esposizione al mondo esterno. “Non abbiamo idea di cosa potrebbe venir fuori da questa crisi”, dice Varvelli.I due paesi – geograficamente vicini, legati da una storia di colonialismo, con economie complementari – hanno sempre avuto stretti legami. Ma sotto Berlusconi, il rapporto ha raggiunto nuovi livelli di intimità. Quando Gheddafi ha visitato l’Italia, è stato accolto come un ospite d’onore. Nel 2009 gli è stato dato un posto al tavolo durante il vertice del G-8 in Italia. A un certo punto Berlusconi è stato anche ripreso mentre baciava la mano del dittatore.Se il gesto è apparso eccessivamente servile, non era affatto non rappresentativo del rapporto forgiato dai due paesi. Una delle due nazioni sarà stata un fondatore dell’Europa moderna, e l’altra un paese scarsamente popolato al confine con il Sahara, ma in qualche modo è la Libia che sembra avere in mano tutte le carte. “Il fatto che la Libia fosse uno Stato di polizia le ha sicuramente dato un’ulteriore punto di forza”, dice Emanuela Paoletti, ricercatrice presso l’International Migration Institute a Oxford. “A differenza di una democrazia liberale, non è chiamata a rispondere all’opinione pubblica”. I timori italiani legati all’immigrazione, le importanti riserve di petrolio della Libia, e la capacità di Gheddafi di sperperare denaro, hanno fatto sì che sia stata Roma a trovarsi spesso in ginocchio. “L’opinione abituale che i paesi in via di sviluppo siano deboli e passivi, e che siano i paesi sviluppati a definire le regole del gioco può essere molto fuorviante”, dice Paoletti.Oggi, l’approccio italiano sembra essere stato controproducente. La Libia rischia di scivolare nella guerra civile e nell’anarchia. Centinaia di libici hanno perso la vita. I cittadini italiani sono stati evacuati. L’Europa si sta preparando a una nuova ondata di immigrazione. E gli investitori si sono affrettati a vendere le azioni di società come l’ENI, che hanno fortemente investito nella Libia di Gheddafi.Talvolta può essere più difficile avere a che fare con gli Stati democratici che con le dittature. Ma, come gli eventi stanno dimostrando, i regimi autocratici – pur essendo stabili nel breve periodo – possono essere soggetti a crolli drammatici. “Se il regime di Gheddafi verrà rovesciato, se emergerà un volto nuovo in Libia, allora tutti gli sforzi di Berlusconi andranno in malora”, dice Claudia Gazzini dell’Istituto Universitario Europeo di Firenze. E chiunque prenderà il posto di Gheddafi difficilmente apprezzerà le generose attenzioni di Berlusconi nei confronti del suo predecessore. “Una cosa è dire: ‘magari Gheddafi non mi piace, ma devo avere a che fare con lui’ “, dice Karim Mezran, un esperto di Nord Africa e Medio Oriente presso il Centro Studi Americani di Roma. “Un’altra è dire: ‘Gheddafi è il mio migliore amico’. Il rischio è che qualcuno giunga al potere e dica: ‘Quando noi eravamo oppressi, tu gli stavi baciando la mano. Ora vai al diavolo’ ”.La più grande tragedia della situazione libica potrebbe essere che l’Italia ha avuto l’opportunità di spingere per le riforme democratiche e per il miglioramento dei diritti umani, mentre stava stringendo i rapporti commerciali con il paese. Questo, dice Natalino Ronzitti, professore di diritto internazionale presso l’Università LUISS di Roma, avrebbe potuto rendere meno traumatica l’inevitabile transizione quando il governo del dittatore, che dura ormai da 41 anni, avrebbe avuto fine. Invece, l’Italia ha scelto di non fare nulla. “E’ stato un errore”, dice Ronzitti. “E’ stato un errore che non è stato commesso solo dall’Italia, ma da tutti i paesi occidentali che hanno trovato conveniente trattare con regimi come questo”.Una brutta storia d’amore all’italiana: come Berlusconi ha perso il senno per Gheddafi
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