L’edificazione di Gerusalemme è ora un’ossessione nazionale

È poco probabile che qualcuno, nell’attuale amministrazione della Casa Bianca, o in qualsiasi altra parte del mondo, abbia davvero la pazienza o la voglia di andare al fondo delle motivazioni che spingono il governo Netanyahu. Ma chi voglia comunque comprendere cos’è che muove il primo ministro israeliano dovrebbe guardare le fotografie dell’evento felice e (apparentemente) non politico che è accaduto alla famiglia di Netanyahu questa settimana: la vittoria di Avner, il figlio di Benjamin e Sara Netanyahu, nel quiz nazionale sulla Bibbia.
Era uno spettacolo piacevole, che sembrava venuto fuori da una vecchia foto: una famiglia orgogliosa e splendida, completa di due anziani nonni patriarcali che la circondavano da entrambi i lati, proiettandovi un’ombra di autorevolezza. Tutta la famiglia irradiava competenza e fede nei testi antichi, nella Bibbia ebraica e nella storia, insieme a un senso di missione e di profonda consapevolezza del “destino ebraico”. Basta guardare la sua famiglia per capire da dove proviene il primo ministro, e quanto si distingua per motivazioni, per formazione spirituale e per l’obbiettivo delle sue azioni, non solo dai suoi predecessori, ma dalla maggior parte dei leader del mondo contemporaneo.Forse la radice della crisi attuale con gli Stati Uniti, e il senso inafferrabile ma persistente di incomprensione che accompagna Benjamin Netanyahu sulla scena internazionale, poggia su questo piano più profondo, piuttosto che sulla sua problematica condotta politica quotidiana. Questo è un tipo di “inganno” che ha creato costante delusione, sia nel corso della sua precedente legislatura, sia in quella attuale. A prima vista almeno, Netanyahu è considerato un politico moderno di un Paese normale. Uno statista controverso, ma pragmatico nella sostanza, con il quale in ultima analisi si possono concludere accordi politici su tutte le questioni, compresa Gerusalemme.
Questa, però, non è altro è che un’enorme illusione ottica. In pratica, se guardiamo alle sue opinioni più radicate e alla sua visione del mondo, Netanyahu è uno dei primi ministri più anacronistici ed arcaici che Israele abbia mai avuto. Persino più “vecchio” di tanti suoi predecessori che erano più vecchi di lui in termini anagrafici. Alcuni di essi, infatti, si sono dimostrati flessibili e disposti ad operare cambiamenti in ragione delle circostanze, come vere figure paterne. Netanyahu, per contro, era e resta confinato, nel bene e nel male, nel ruolo dell’eterno bravo figliolo. Il suo interesse principale è soddisfare i valori della casa paterna, anche a costo di far sollevare il mondo intero contro di séon c’è quindi da meravigliarsi se, quando gli americani e gli altri diplomatici internazionali gli parlano di “mele”, lui parli loro di “pere” (almeno quando si tratta di Gerusalemme e degli insediamenti). Loro parlano in nome della Realpolitik, della demografia e della geografia, e lui risponde in nome dei principi. Anche se molti dei suoi predecessori hanno fatto lo stesso, ciò non avveniva con una simile, contorta, ambiguità.
È vero che Netanyahu è vincolato da legami di coalizione, ma non dobbiamo dimenticare che anche questo fa parte dello stesso inganno. Dopotutto, Netanyahu si è obbligato a questi vincoli – comprese le infelici nomine del suo governo – fin dall’inizio, e in violazione di qualsiasi logica di Realpolitik. Era come se stesse attento a non “fallire” – Dio non voglia! – facendosi coinvolgere in una mossa realmente pragmatica. (Se davvero pensava quel che ha detto nel suo discorso sul principio dei due Stati , perché ha rifiutato di pronunciare quelle parole un anno fa, nel corso dei negoziati di coalizione con Kadima?).
In effetti, Netanyahu opera più come il primo ministro di Gerusalemme, che non come quello del Paese nel suo complesso. O meglio, il primo ministro di “Gerusalemme”, tra virgolette: non la città reale, con i suoi problemi geo-demografici e le soluzioni pratiche che sono necessarie nel quadro di un accordo generale, ma la cosiddetta Gerusalemme celeste. Netanyahu è il primo ministro della Gerusalemme dei princìpi, delle metafore, dei giuramenti e delle dichiarazioni; la Gerusalemme della Bibbia, dell’amore di Sion e dei nostri antenati; la Gerusalemme delle gallerie al Muro del Pianto e dei quiz sulla Bibbia, della “roccia della nostra esistenza”; una Gerusalemme religiosa, mitica e assertoria, dove accordi, compromessi e soluzioni sono inconcepibili.
Tutto questo è quasi diametralmente opposto ai principi del sionismo pratico che, con tutta la sua proclamata esaltazione di Gerusalemme, ha dato luogo alla rinascita ebraica e all’ethos di Israele, in ogni parte del Paese in cui è stato possible mettere in atto il sionismo pratico con saggezza e con il sostegno diplomatico internazionaleÈ bene elevare Gerusalemme al rango di sorgente di tutta la nostra gioia, come vuole il detto ebraico. Ma quando espanderla e giudaizzarla diventa una cieca ossessione, che si scontra (come stiamo ora vedendo) limpidamente con gli interessi immediati di tutto lo Stato di Israele, dobbiamo chiederci di che tipo di leader abbiamo bisogno in questo momento. Abbiamo bisogno di un buon gerosolimitano che è considerato un enfant terrible a livello internazionale, o abbiamo bisogno di un primo ministro israeliano?
Doron Rosenblum scrive abitualmente sul quotidiano israeliano Haaretz
L’edificazione di Gerusalemme è ora un’ossessione nazionale
2 Gli americani hanno fatto ogni sforzo per minimizzare la visita. Netanyahu è stato invitato alla Casa Bianca, a tarda ora, senza copertura mediatica o una conferenza stampa. Come se ciò non bastasse, il portavoce della Casa Bianca ha contestato l'osservazione di Netanyahu a dell'AIPAC su Gerusalemme. Il nostro premier deve decidere se stare con l'America o con i coloni
Aluf Benn / Netanyahu leaves U.S. disgraced, isolated and weaker
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