Amira HassCOME SARÀ LA PROSSIMA SOLLEVAZIONE PALESTINESE?


A giudicare da articoli scritti sia da Israeliani sia da Palestinesi, la prossima intifada è già nell’aria. Si prevede che stia arrivando, i beni informati sanno che sarà “popolare”, e si ritiene che essa seguirà il modello di Bil'in e Nil'in. Alcuni Palestinesi azzardano che l’inizio della ribellione avverrà a Gerusalemme, dove è palpabile l’attrito fra un primo mondo di sopraffazione ed uno afflitto dalla miseria, e dove la presenza del regime di discriminazione si avverte in modo particolarmente violento a causa della continua mescolanza dei due mondi. A Gerusalemme, al contrario che nell’enclave di Ramallah, è impossibile fingere che la situazione sia normale.Che avvenga a Gerusalemme o a Bil’in, comunque, la vera sfida che si troveranno di fronte gli iniziatori della prossima rivolta –sempre che scoppi davvero- sarà quella di impedire che essa degeneri in una cosiddetta lotta armata, che esproprierebbe inevitabilmente la lotta dalla massa. La militarizzazione della seconda intifada portò a gravi disastri –personali, collettivi e geo-politici. Anche se ufficiosamente molti lo ammettono, numerosi fattori impediscono tuttora la nascita di un franco dibattito pubblico.Per anni la teorizzazione di una lotta armata che portasse alla liberazione e all’indipendenza è stata ritenuta sacra. Molti non si sentono di criticare pubblicamente la soluzione militare, come se in questo modo si disonorassero i morti, i feriti, i prigionieri e le loro famiglie.

Il movimento di Hamas non soltanto ha rivendicato il termine “resistenza” – mugawama -, ma è anche riuscito ad imporre la versione che la propria resistenza armata sia stata vantaggiosa. Secondo tale versione, questa resistenza ha impedito che l’Autorità Palestinese e l’OLP capitolassero nei confronti dei diktat israeliani negli anni Novanta, ha costretto le forze di occupazione israeliane a ritirarsi dalla Striscia di Gaza (e presto sarà anche il turno di Gerusalemme e Ashkelon), e impedito che la Striscia di Gaza venisse occupata nel 2009. La verità invece è che gli attacchi kamikaze contro i civili hanno fornito ad Israele su un piatto d’argento l’opportunità di dare attuazione a progetti, che sono sempre esistiti, di confiscare sempre più terre ai Palestinesi, ricorrendo al pretesto della “sicurezza”. L’uso delle armi non ha fermato l’espansione colonialistica degli insediamenti ebraici, anzi. E l’uso delle armi ha semplicemente accelerato un processo che Israele aveva iniziato nel 1991: recidere ogni legame fra la Striscia di Gaza e la Cisgiordania. Ad una conferenza di studi sull’agenda politica di Hamas tenuta due settimane fa a Ramallah, un influente membro del movimento si è vantato del fatto che a sentir lui la resistenza sarebbe riuscita a sconvolgere il corso della vita normale in Israele. Secondo la stessa logica propagandistica, in passato Hamas era riuscita a “vendere” al suo pubblico l”efficacia” degli attacchi suicidi e del lancio dei missili Qassam. Ma Israele ha dimostrato di sapere sfruttare benissimo le rudimentali armi palestinesi per sviluppare ed aggiornare la propria sofisticata industria della sicurezza e l’importante competenza nel settore dell’export, e anche per aumentare il suo vantaggio nella scena politica mondiale. Questo nesso è assente dal dibattito pubblico consentito in tema di “lotta armata”e la discussione si svolgerà liberamente si aprirà il vaso di Pandora all’interno del movimento di Fatah, in quanto ci si chiederà perché i suoi leader abbiano incoraggiato l’uso delle armi(“sparare alle nuvole”, come lo definì un oppositore di formazione militare dentro a Fatah). Una spiegazione possibile –anche se non l’unica- è che nelle prime dimostrazioni popolari nel settembre e ottobre del 2000, Yasser Arafat ed i suoi avvertirono una chiara critica nei confronti del governo dell’Autorità Palestinese e di Fatah. Per zittire tali critiche lasciarono che i giovani giocassero davanti a loro –come il re Davide e la sua gente nel secondo libro di Samuele (2:14). E molti giovani giocarono con le armi per ottenere prestigio sociale ed economico all’interno del movimento e dell’Autorità Palestinese. Quando gli uomini di Fatah oggi osano rinnegare la santità della lotta armata, il fatto di essere reputati una massa di corrotti sminuisce agli occhi della gente la validità dei loro argomenti, per quanto logici essi siano. Un’altra sfida che si troveranno di fronte gli iniziatori della ribellione popolare, se poi scoppierà davvero nell’immediato futuro, è in realtà una sfida che dovrà essere affrontata dalla società israeliana. La questione è se essa abbraccerà di nuovo la fuorviante narrativa del suo esercito e dei suoi politici (“i Palestinesi ci hanno attaccato”, “terrore”) e permetterà che, come nelle due precedenti intifada, reprimano la rivolta facendo ricorso a mezzi sproporzionati e letali. Sono questi mezzi letali che agli occhi dei Palestinesi fanno apparire il dominio israeliano dal 1948 ad oggi come una serie di atti cruenti. La questione è se Israele si inventerà nuovamente dei sistemi logistici e burocratici invece di prestare attenzione al messaggio politico. La normalità non sarà possibile per Israele finché essa perpetuerà la sequenza di espropriazioni iniziata nel 1948. Come sarà la prossima sollevazione palestinese?

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