Haaretz : "l'intifada "bianca dei Palestinesi


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Lo status quo tra Israele e i palestinesi serve gli interessi strategici di Israele e le permette di concentrarsi sul fronte della minaccia iraniana. La situazione relativamente calma dal punto di vista della sicurezza, e il continuo mercanteggiare sui termini dei negoziati con l’Autorità Palestinese (ANP), contribuiscono a creare una percezione di tranquillità e stabilità in relazione a potenziali colloqui con la Siria.Tuttavia, a causa delle pressioni esercitate sull’ANP e Hamas, questa calma potrebbe essere distrutta in un attimo . La causa del problema risiede in una diversa visione che sta emergendo nelle due entità palestinesi, Gaza e la Cisgiordania, riguardo al potere di Israele di controllare l’agenda diplomatica e impedire un accordo nel prossimo futuro, che possa essere per loro accettabileSi può presumere che le attività dei palestinesi siano influenzate dagli sviluppi degli ultimi anni sulla scena internazionale, i quali hanno condotto a un indebolimento delle due superpotenze e ad una rivalutazione dei diritti umani. Questa tendenza si è manifestata nella Rivoluzione di Velluto in Cecoslovacchia nel 1989 e, nell’ultimo decennio, nella Rivoluzione Arancione in Ucraina e nella Rivoluzione dei Tulipani in Kirghizistan. Questi movimenti avevano lo scopo di portare i governi al tavolo delle trattative, e il loro successo fu assicurato principalmente attraverso l’impiego dell’ “arma” dei mass mediaNon si può escludere che, sulla falsariga di queste rivoluzioni, la strategia palestinese adotti un metodo che potrebbe essere definito un’ “Intifada bianca”. Essa potrebbe comprendere un’alterazione della struttura dei colloqui con Israele, da negoziati bilaterali a multilaterali, i quali spezzerebbero il monopolio israeliano e americano sull’agenda diplomatica.La cosiddetta Intifada bianca implicherebbe maggiori sforzi per creare un sistema politico palestinese e comprenderebbe la costruzione di un’infrastruttura istituzionale per il futuro stato. Essa potrebbe prevedere una dichiarazione della fondazione dello stato palestinese, ampiamente coperta dai mass media, seguita da richieste a Israele, in primo luogo, di ritirarsi dalla Cisgiordania.L’incapacità di soddisfare le richieste potrebbe essere tale da portare ad una campagna di sanzioni economiche contro Israele, in particolare da parte dell’Europa, e ad altre iniziative nella direzione del boicottaggio e dell’ostracismo. Israele si troverà quindi dinnanzi a due difficili alternative: cedere alle pressioni – il che significherebbe abbandonare la possibilità di avere il coltello dalla parte del manico nel processo di pace – o opporvisi, il che potrebbe esporla ad un maggiore isolamento internazionale.Inoltre, è possibile che l’opinione pubblica palestinese partecipi ad una campagna di protesta incentrata sul problema degli insediamenti. Un simile passo potrebbe portare ad un conflitto violento, e accelerare così l’intervento internazionale.Per Israele, una strategia preventiva è quindi chiaramente preferibile alla politica dello struzzo, e deve essere basata su due elementi. In primo luogo, ampliare le possibilità dipomatiche nell’affrontare la quesione palestinese, attraverso un rinnovo dei colloqui e offrendo all’ANP parità di status negoziale. In secondo luogo, ampliare la cerchia di coloro che sono coinvolti nel processo diplomatico, in modo da neutralizzare in anticipo la capacità dei palestinesi di prendere iniziative unilaterali per rafforzare il sostegno internazionale nei loro confronti. Senza iniziative di questo tipo da parte israeliana le probabilità di una Intifada bianca cresceranno e, in un tale scenario, Israele avrà una ridotta capacità di plasmare la realtà geopolitica tra il Giordano e il Mediterraneo.
Shaul Mishal insegna scienze politiche all’Università di Tel Aviv;

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