Gli arabi contro Israele: debolezza o complicità?


Gli arabi si sentono davvero impotenti di fronte alla ferocia di Israele, che ha annunciato la liquidazione della causa palestinese? Oppure esiste una complicità implicita tra arabi e Israele su questa questione? O forse gli arabi non avvertono l’importanza di affrontare Israele finché lo stato ebraico mira esclusivamente alla Palestina, e ogni stato deve dunque fare del suo meglio per non conoscere lo stesso destino?Per rispondere francamente a queste domande, bisogna innanzitutto fare tre supposizioni. In primo luogo, supponiamo che gli arabi vogliano realmente salvare la Palestina e Gerusalemme, che è stata giudaizzata con la forza sotto gli occhi di tutto il mondo, sfidando i sentimenti di più di un miliardo di musulmani. Essi tuttavia non hanno avuto la forza di realizzare il loro obiettivo, a causa delle pressioni americane, della debolezza dei sentimenti di entusiasmo verso Gerusalemme e la Palestina, o forse anche a causa del conflitto tra Fatah e Hamas. In effetti, Israele ha trovato nel mondo arabo, con i suoi attuali regimi, e nel mondo islamico, con la sua struttura sbilanciata, un’occasione propizia per perseguire il progetto sionista. La prima supposizione si basa dunque sul principio secondo cui il mondo arabo e islamico sarebbe perfettamente cosciente del pericolo della fase attuale e della forza di Israele, ma sarebbe colpito da un male interiore che gli impedisce di agire. Se questa supposizione si rivelasse vera, perché i governi arabi e islamici non permettono ai loro popoli di organizzare i propri ranghi per far fronte a Israele? Ma forse, siccome le forze desiderose di intervenire in questa lotta sono le forze islamiche, Israele ha minacciato i governi arabi e islamici che sarebbero stati le sue prime vittime se avessero lasciato le mani libere a queste forze. E’ così che, se queste forze si attivano contro Israele attraverso le frontiere degli stati limitrofi, questi ultimi saranno esposti alle minacce israeliane e forse anche all’eventualità del rovesciamento degli attuali deboli regimi, che non potrebbero resistere all’astuzia e ai complotti del Mossad.

In merito al conflitto tra la regione e il progetto sionista, essendo un conflitto eterno e fatale come assicura Netanyahu, i regimi arabi contano ancora sulla “generosità” di Israele?
Perché questi regimi non prendono l’iniziativa di lanciare dei programmi di riforma seri, atti a ristrutturare le loro società per prepararle a questo scontro storico e fatale, invece di indebolirle sempre più nell’attesa di un nuovo Saladino, che non verrà senza i suoi soldati, vale a dire senza delle società pronte a fare la guerra con lui?

La seconda supposizione prevede che i governi arabi e islamici siano perfettamente coscienti del pericolo sionista, ma che non sappiano come fare per affrontare questo pericolo. E’ la supposizione più semplice, ma la sua soluzione sarebbe altrettanto facile: una serie di passi e di procedure diplomatiche e giuridiche immediate che siano all’altezza del progetto sionista nella sua fase attuale; inoltre, dei piani atti a sviluppare e a rafforzare le società arabe e islamiche perché possano adempiere a questo scontro finale con tutti i mezzi. siccome noi non abbiamo alcuna fiducia nella volontà dei leader arabi di entrare in azione, può sembrare inutile ripetere ciò che deve essere fatto per rispondere all’umiliazione che proviene da Israele. In breve, Israele è in effetti un’entità illegale, e i suoi atti criminali, almeno a Gaza, hanno indignato il mondo intero. La sola cosa che mancava era un sostegno arabo alla crescente tendenza occidentale contro Israele, e l’elaborazione di un piano d’azione contro Israele a livello diplomatico e a livello delle Nazioni Unite.La terza supposizione è che vi sia una certa forma di complicità araba e islamica con Israele, in base al pretesto che la perdita di Gerusalemme e della Palestina sarebbe un fatto compiuto, e che sarebbe impossibile proteggere entrambe di fronte a un progetto in corso ormai da decenni. Dunque, sarebbe meglio lasciare questa preda al nemico per proteggere le altre nazioni arabe. La Palestina è perciò l’offerta sacrificale fatta a Israele. Questa è la stessa logica che fu perseguita dall’Inghilterra e dalla Francia nei confronti di Hitler, conosciuta sotto il nome di politica di appeacement, la quale aprì la porta all’invasione di tutta l’Europa per mano del leader nazista, e all’inizio della Seconda guerra mondiale. In realtà, tutti gli indizi fanno pensare che questa complicità esista veramente, che sia diretta da una tacita intesa, o che si manifesti sotto forma di silenzio e di impotenza di fronte alle azioni israeliane. A dire il vero, questa complicità va totalmente contro i sentimenti dei popoli arabi e islamici, i quali si aspettano che i loro dirigenti condividano il loro stesso sentire, e siano in prima linea nella difesa dell’identità e dei diritti arabi. In realtà, non vogliamo credere all’esistenza di alcuna forma di complicità, e preferiremmo spiegare questo stato di letargia con l’impotenza di affrontare la situazione. Tuttavia, indizi chiari e netti ci spingono a pensare che questa complicità esista effettivamente. questo è vero, la speranza di far fronte al progetto sionista con il sostegno dei governi arabi e islamici non è che pura illusione, e bisogna pensare ad altre soluzioni. L’egemonia sionista comincia a uccidere il nostro senso di dignità, prima ancora di invadere gli stati attraverso le loro frontiere.

Abdallah al-Ashaal è un politologo ed ex diplomatico egiziano; è professore di Relazioni Internazionali all’Università Americana del Cairo

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