Hotel Meina : quasi completata la demolizione



Una notizia apparsa in questi giorni sui maggiori quotidiani torna a far riflettere sulle ragioni per cui sempre più sovente luoghi simbolo di tragedie vengano non solo dimenticati, ma fatti oggetto di speculazioni o di operazioni commerciali. Mi riferisco alla decisione di costruire un albergo a Babi Yar, uno dei luoghi più terribili e devastanti del genocidio perpetrato durante la seconda guerra mondiale: 33.771 ebrei ucraini massacrati e buttati in una fossa dai nazisti nel 1941. In quei luoghi di morte apprendiamo ora che la Municipalità di Kiev costruirà un mega-albergo in vista dei campionati europei di calcio Euro 2012. “Hotel olocausto” è stato già nominato il sito in costruzione, il Centro Wiesenthal ha iniziato una campagna di boicottaggio dei lavori e Shimon Peres ha dichiarato: “Lì niente deve essere toccato”. Ma il municipio di Kiev tenta una davvero indifendibile giustificazione: “Costruendo lì non creiamo nessun disagio a chi vive a Kiev, bisogna tener conto di tanti problemi”. Esigenze dunque di business e di praticità prevalgono ancora una volta – non è la prima e non sarà l’ultima – su storia e memoria.Il caso e la portata sono diversi, ma, per rimanere in Italia, è di poco tempo fa la notizia che a Meina si è deciso di abbattere l'hotel della strage e che al suo posto sono in programma appartamenti vista lago. Quel che restava dell' Hotel Meina era poco più che un rudere, ma un rudere altamente simbolico. L’edificio tra il 22 e il 23 settembre ‘43 era stato teatro dell'orrenda strage di sedici ebrei italiani e greci, che soggiornavano lì sperando di raggiungere la Svizzera, ma furono catturati dai nazisti e massacrati nei boschi della zona.La storia è tristemente nota, ma merita esser brevemente ricordata. L’Hotel Meina apparteneva alla famiglia Behar; nel settembre ’43 vi alloggiavano tra gli altri famiglie di ebrei greci fuggiti da Salonicco: i Fernandez Diaz, i Mosseri e i Torres. Arrivava da Salonicco anche Daniele Modiano, mentre gli altri ebrei vittime del razzismo nazista furono Lotte Froehlich e due dipendenti del negozio milanese di antiquariato del proprietario dell’albergo, Alberto Behar, che si trovavano a Meina per caso: Vitale Cori e Vittorio Haim Pompas.Quando il 15 settembre ’43 le SS entrarono all’Hotel Meina, andarono a colpo sicuro: qualcuno li aveva avvisati della presenza di ebrei. Non si trattava di nazisti qualunque: facevano parte della divisione corazzata Leibstandarte “Adolf Hitler”, di ritorno dalla Russia, erano soldati giovanissimi e spietati. Occupato l’Hotel, ordinarono agli ospiti di ritirarsi nelle loro camere e poi, individuati gli ebrei, li portarono all’ultimo piano. Catturarono anche il proprietario e la sua famiglia.Poiché i Behar ospitavano nella loro abitazione il console turco (la Turchia era in quel momento neutrale), questi intervenne per liberarli ed essi scamparono al massacro, pur divenendone testimoni impotenti. L’occupazione dell’Hotel durò fino al 23 settembre, una settimana di agonia di cui tutto il paese fu in qualche modo testimone. Il 17 settembre il clima era così “disteso” che le SS più giovani giocavano con i ragazzi ospiti. Il giorno seguente, i nazisti cercarono di allontanare dall’albergo il proprietario, che fu salvato dall’intervento del Vice Console turco, che alloggiava nell’hotel, ma nei giorni successivi la situazione peggiorò. Il 22 agli ebrei fu vietato di scendere al pianterreno e di passeggiare nei corridoi: il capitano Krüger annunciò che gli ebrei ospiti dell’albergo dovevano esser trasferiti in un campo di concentramento non lontano da Meina e che durante il loro trasferimento gli altri ospiti dovevano restare in sala da pranzo o nelle camere, per evitare qualunque contatto con loro. Ma i tedeschi portarono gli ebrei poco distante e dopo averli fucilati li gettarono nel lago con sassi legati al collo per impedirne il riaffioramento, che puntualmente si verificò e permise agli abitanti di Meina di conoscere la verità. Le SS raggiunsero i cadaveri con una barca e li colpirono con le baionette per affondarli per sempre.Nel 1968 ad Osnabrück fu celebrato il processo in cui i Behar si costituirono parte civile: due ufficiali furono condannati all’ergastolo, ma nel 1970 una sentenza della Corte Suprema di Berlino cancellò tutto, perché i reati erano da considerare caduti in prescrizioneIn Italia nessuno ha pagato per quei morti, ma c'è chi non ha dimenticato e per anni ha raccontato la verità: “I giorni di Meina hanno segnato nella mia vita – ha scritto Becky Behar, da poco scomparsa- un trauma perenne: non sono più stata la stessa, perché non è il fatto di essere sopravvissuto che ti può dare pace”. Il vecchio albergo, per decenni inutilizzato, è stato ora abbattuto e al suo posto sorgerà una palazzina con appartamenti vista lago. A ricordare l'eccidio l’amministrazione comunale ha pensato di affidare all' artista israeliano Ofer Lelouche un bronzo da posizionare nell’area antistante il condominio. Altri forse immaginavano una scelta diversa: al posto del vecchio hotel un museo della resistenza o una testimonianza dell'eccidio dei tanti ebrei che caddero, qui come in altri Comuni che si affacciano sul Lago Maggiore. Un altro tassello di quella memoria che si cerca di preservare in molti altri modi viene così a sparire. Eppure di quella memoria c’è bisogno, sempre di più, atteso che gli ultimi testimoni oculari se ne stanno andando. Al posto degli uomini che non ci sono o non ci saranno più, almeno i luoghi-simbolo dovrebbero restare.

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