
Ebrei e arabi uniti, è il «modello Bilin»
Un nuovo percorso per la resistenza palestinese.
Nonostante gli orroriche in continuazione, uno dopo l’altro, hanno afflitto i palestinesi, la loro profonda frattura politica, l’incessante espansione degli insediamenti israeliani, ed altri ancora, nei cieli palestinesi ci sono dei barlumi di speranza.Ciò a cui faccio riferimento qui non sono gli sviluppi esterni, quali i continui tentativi a guida statunitense per rilanciare i colloqui di pace israelo-palestinesi o la crescente insofferenza europea per le politiche di occupazione israeliane. Possono essere importanti quanto questi, ma gli sviluppi che si verificano all’interno della società palestinese sono più significativi, in quanto essi, se uniti e rafforzati, puntano nella direzione della responsabilizzazione e di una resistenza che auto-affranca. In particolare, faccio riferimento al congresso di Fateh, da poco conclusosi, che verteva sul piano biennale, “Fine dell’occupazione, fondazione dello Stato”, annunciato dal Primo Ministro ad interim Salam Fayyad e alle manifestazioni settimanali contro il muro vicino al villaggio di Bil’in. Mentre i critici mettono in evidenza i suoi difetti, il fatto che il congresso di Fateh sia stato organizzato proprio sul suolo della Palestina è significativo. E’ vero che si è svolto sotto occupazione, ma il dato reale sta nel fatto che Fateh ha utilizzato lo spazio creato dai recenti avvenimenti e dalla pressione internazionale per organizzare, a dispetto dell’occupazione, e ad eleggere una nuova dirigenza delegata a metter fine all’occupazione. Le sessioni del congresso sono state accese e determinanti e, anche se non perfette, esse sono state democratiche. In quanto tale, lo stesso fatto dell’esserci è stato un atto di resistenza, che ha sfidato un protratto tentativo dell’occupazione di negare ai palestinesi la loro identità nazionale e il loro diritto a costituirsi come popolo indipendente. Il piano biennale, progettato da Fayyad, deve essere guardato attraverso questa stessa lente, come un atto di resistenza. Come ha osservato correttamente Fayyad, i palestinesi hanno la capacità e la necessità, nonostante la persistenza di un’occupazione ostile, di costruire istituzioni indipendenti, la cui creazione è un prerequisito per l’istituzione di uno stato. La realizzazione di strutture responsabili e trasparenti che educhino la gioventù, forniscano la sicurezza e i servizi sociali mancanti, promuovano la crescita economica e organizzino la vita quotidiana, sono di per sé stesse un atto di resistenza. Tutto ciò conferisce il potere ai palestinesi di rendersi liberi da soli, mentre nega agli occupanti il controllo che essi hanno cercato di imporre. A complemento di questi sforzi sono le manifestazioni settimanali a Bil’in. Con l’organizzare una resistenza non-violenta contro il muro, i gruppi coinvolti forniscono un chiaro esempio della forza della mobilitazione popolare. Che questi sforzi si siano conquistati un sostegno è una cosa importante, ma essi devono venire ulteriormente incrementati e adottati da un ampio spettro della società palestinese, compresa Fateh, per consentire loro di divenire espressione di una resistenza di massa. Ciò non accrescerà solo il senso di responsabilità, ma fornirà all’Autorità Palestinese anche l’influenza e il sostegno necessari per il comportamento da assumere alle trattative. Ciò che è doloroso, naturalmente, è che coloro che sostengono di essere “i portabandiera della vera resistenza” hanno intensificato le loro critiche a questo lavoro, accusandoli di rinuncia nei confronti dei diritti dei palestinesi. Le loro critiche sono sbagliate, basate, come sono, su una visione distorta della resistenza. In effetti, questi critici hanno fatto della violenza un feticcio e possono quindi vedere la resistenza solo attraverso la lente deformante dell’impiego della violenza. Mentre la resistenza sta a significare molto di più che bombe e razzi; infatti, molte volte la violenza può essere antitetica ad una vera resistenza. In senso proprio, la resistenza è l’applicazione strategica della tattica, destinata a contrastare l’occupazione, mirante a condurre progressivamente alla liberazione. Come una strategia che utilizza la tattica, la resistenza valuta l’efficacia delle tattiche disponibili. Quelle che hanno fallito, rinforzando la tenuta dell’oppressione, vengono scartate, mentre quelle che conferiscono potere al popolo, facendolo progredire sul cammino della liberazione, vengono adottate e sviluppate. Le tattiche non sono mai fini a sé stesse. se esse non sono utili all’obiettivo strategico della liberazione, vengono scartate perché controproducenti. Questo è il motivo per cui ho sostenuto a lungo che il percorso della resistenza violenta porta ad un vicolo cieco, mentre il percorso della resistenza non violenta attraverso l’azione diretta, il potenziamento delle istituzioni e lo sviluppo delle organizzazioni politiche popolari, fornisce un’alternativa promettente. E’ importante tenere a mente che si tratta di tattiche e non sono sufficienti di per sé e neppure sono fini a sé stesse. Per dare frutti, esse devono essere rafforzate, combinate e utilizzate in tandem come parte di una più ampia strategia il cui fine è quello di istituire nella West Bank e nella striscia di Gaza uno stato palestinese indipendente, con Gerusalemme Est come capitale e una soluzione giusta e globale della questione dei profughi.Israele può essere condannato a buon diritto per le sue aggressioni barbariche e per il suo blocco disumano di Gaza ( così come per le sue politiche avide, umilianti e mortali nella West Bank e a Gerusalemme), ma Hamas si rifiuta di riconoscere non solo la futilità, ma anche la completa stupidità e la tendenza patologicamente distruttiva del suo percorso. Per parafrasare un mio amico, il defunto Tawfik Zayyad, “ si può reclamare il diritto alla lotta armata, ma quando lo si usa ripetutamente così male, si perde quel diritto”. Data la storia attuale e quella non così recente, le parole di Zayyad suonano come vere. E’ giunto quindi il momento di ammettere che si deve trovare un nuovo percorso per fare passi in avanti. Se ciò non avverrà, non ha importanza che cosa facciano o non facciano i giocatori esterni, la realtà palestinese non risentirà di alcun cambiamento apprezzabile.
| (tradotto da mariano mingarelli) |
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