di Bill GlucroftColoni: una minoranza ebraica in Palestina?

La presenza di quasi mezzo milione di coloni israeliani in Cisgiordania rappresenta l’ostacolo maggiore alla creazione di un futuro stato palestinese. Ma, piuttosto che obbligare necessariamente tutti i coloni a tornare entro i confini di Israele, si potrebbe prevedere una soluzione in cui alcuni di essi rimarrebbero come minoranza ebraica in uno stato palestinese – scrive Bill Glucroft
Se dobbiamo credere agli esperti e alle persone di parte, i rapporti tra Israele e gli Stati Uniti non sono mai stati peggiori. Sembra che i toni assunti dall’amministrazione del presidente Barack Obama siano i più severi degli ultimi tempi. Il discorso pronunciato al Cairo da Obama non sembra essere stato di aiuto, lasciando Israele, che già si sente vulnerabile, con la sensazione di essere stata tradita.
Uno dei maggiori punti di disaccordo è rappresentato dagli insediamenti. Obama vuole un loro congelamento immediato, mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sarebbe al massimo d’accordo a concedere una pausa parziale. Anche gli israeliani di sinistra credono che l’amministrazione americana “chieda troppo, e troppo presto”; un problema che si trascina da 35 anni non può essere risolto in tutta fretta.Ci sono ora più di 285.000 coloni nella Cisgiordania occupata, esclusa Gerusalemme Est. Sebbene molti potrebbero essere convinti a tornare in Israele adattandosi ad un eventuale accordo con i palestinesi, una minacciosa minoranza ha reso ben chiara la propria intenzione di impedire la pace ad ogni costo, sostenendo allo stesso tempo di non costituire un argomento di discussione. Ad ogni modo, questa minoranza potrebbe effettivamente non costituire un problema se Israele, i palestinesi ed i negoziatori internazionali ripensassero il percorso verso la pace.
Ad ogni tentativo, coloro che hanno cercato di trovare un accordo fra Israele ed i palestinesi hanno sempre tentato di passare attraverso i coloni, una tattica controproducente poiché così facendo gli si dà solo più potere. Un nuovo approccio potrebbe essere quello di superarli in astuzia – fissare un confine che sia difendibile per Israele e funzionale per la Palestina, ed esortare i coloni a rientrare entro quel confine, con l’assistenza del governo, oppure a diventare una minoranza ebraica nello stato palestinese.Ciò potrebbe apparire impensabile. L’espansione degli insediamenti è stata di fatto la politica israeliana per quasi tutto il tempo in cui Israele ha controllato i territori palestinesi; cederli ora ad uno stato palestinese vorrebbe dire punire la gente per aver fatto quello che era stata incoraggiata a fare dai propri leader.
Mentre la discussione politica rimandava qualsiasi chiara decisione su cosa si dovesse fare con i territori conquistati nel 1967, i coloni aumentavano di numero, e di conseguenza accrescevano anche la propria forza, che essi usano per promuovere interessi che vanno a scapito di tutti. Chiedevano servizi che hanno avuto un alto costo per le casse dello stato, esponevano i soldati a pericoli inutili e disobbedivano ai decreti giudiziari che imponevano loro di cessare le loro pratiche. I coloni più estremi hanno fatto uso e usano tuttora la violenza, tanto da spingere un mio amico soldato a sottolineare che “Hebron è l’unico posto in Cisgiordania dove un soldato israeliano si sente più sicuro in mezzo ai palestinesi che agli israeliani”. Questo non è un comportamento che una democrazia dovrebbe tollerare, o accettare tacitamente.
Un ultimatum ai coloni li obbligherebbe a scegliere fra il moderno stato di Israele e la sua promessa biblica, possibilmente incoraggiando molti ad adeguarsi senza gravi incidenti. Coloro che decidessero di rimanere potrebbero conservare la propria cittadinanza israeliana, con un aperto invito a tornare, ma diverrebbero cittadini palestinesi. Vivendo come qualsiasi altra comunità della diaspora ebraica, sarebbero soggetti alle leggi ed i valori del proprio stato.
Di primo acchito, un ebreo palestinese potrebbe suonare come un ossimoro, ma non più di un arabo israeliano, ovvero dei palestinesi che vivono come cittadini israeliani, i quali costituiscono più del 20% della popolazione dello stato ebraico. Poiché la Palestina dovrebbe assomigliare ad una democrazia, come Israele, non vi è motivo per cui non possano viverci delle minoranze. In effetti, ciò potrebbe aiutare la Palestina a sentirsi un paese normale.
L’idea di un ritiro di Israele a fianco della contestuale permanenza dei coloni israeliani in Palestina deve ancora prendere piede, ma ci sono stati alcuni accenni in questo senso. Il primo ministro palestinese Salam Fayyad ha detto qualcosa di simile all’Aspen Ideas Festival dello scorso luglio, quando ha dichiarato che gli ebrei sarebbero i benvenuti in un futuro stato Palestinese.Gershon Baskin, co-direttore dell’Israel-Palestine Center for Research and Information, ha proposto recentemente, in un articolo del Jerusalem Post, di “collegare i diritti, i privilegi e gli obblighi dei palestinesi in Israele a quelli degli ebrei in Palestina… chiudere gli spazi di discriminazione contro i palestinesi in Israele, e prevenire la discriminazione contro gli ebrei in Palestina”.
Questa è una buona idea, e dovrebbe essere ulteriormente sviluppata, richiedendo che i luoghi sacri ebraici che si trovano al di fuori di Israele siano protetti e accessibili anche ai non palestinesi. Questo garantirebbe la “sovranità” spirituale sui territori, al di là della giurisdizione politica.
La parte più difficile sarebbe quella di ottenere il consenso dell’attuale governo israeliano, che comprende dei coloni fra i suoi alleati. Ma Netanyahu, sebbene sia un “falco”, è un pragmatico il cui rapporto con gli ideologi rimane un rapporto di pura convenienza. Egli già crede nella costruzione di un’economia palestinese, cosa difficile da fare con l’apparato di sicurezza israeliano che soffoca il flusso dei beni, dei servizi e del lavoro.
Netanyahu seguirà il percorso politicamente e finanziariamente più conveniente, e non si spingerà così in là nell’alienare Israele dalle simpatie dell’amministrazione americana. L’influente ministro degli esteri Avigdor Lieberman può avere poca compassione per i palestinesi, ma tiene particolarmente a far sì che Israele rimanga uno stato ebraico – più di quanto tenga ai particolari sui confini che lo definiscono.
Sebbene sia egli stesso un colono, Lieberman potrebbe essere annoverato fra quelli che tornerebbero in Israele alle giuste condizioni, come evidenziato dalla sua decisione di distanziarsi dal problema degli insediamenti quando è emerso chiaramente che esso poneva un conflitto di interessi.
Dato il loro buon senso, Netanyahu e Lieberman possono trovare un modo per aggirare gli elementi più fanatici della comunità dei coloni, minimizzando così il loro peso politico. Se gli israeliani riuscissero a vedere uno stato palestinese come una cosa benefica per loro, come lo è per i palestinesi, i coloni diverrebbero esattamente ciò che dicono di essere: un falso problema.
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