Il mondo straziato di Mona Hatoum

Tra la raccolta di porcellane della Fondazione Querini Stampalia conservate in una vetrina, c’è una tazza bianca decorata con un bordo dorato. Colpisce subito perché non è come tutte le altre: la compongono infatti due coppe comunicanti. Si chiama Tea for two, ma in realtà non ci può bere proprio nessuno perché il tè da lì cadrebbe. Eppure ricorda un seno dove il liquido scorre e nutre. È una delle opere che Mona Hatoum ha disseminato tra quelle antiche che appartengono alla collezione del museo veneziano, mettendo in atto una specie di caccia al tesoro. Dove il bottino si rivela il più delle volte un oggetto inquietante. Come la fragile collana fatta di capelli posta in bella vista tra una consolle e uno specchio barocchiNata nel 1952 a Beirut da genitori palestinesi, la Hatoum vive oggi in Europa, tra Londra e Berlino. Il caso, o meglio la storia, hanno deciso per lei. Ha 23 anni quando lo scoppio della guerra civile le impedisce di ritornare a casa da un soggiorno di studi in Inghilterra. Così la sua vita si svolge altrove. E nelle sue opere rimane l’ossessione di un mondo dai confini incerti, continuamente minacciato dai conflitti. È la ragione per cui camminando tra queste sale incontri vassoi di carta o tappeti dove lei ha lasciato la traccia di una carta geografica. E lo ha fatto «per via di levare», direbbe Michelangelo: incidendo, sfilacciando. Come se la creazione di confini dovesse necessariamente creare una privazione. Com’è stato per lei e la sua famiglia. Com’è per i palestinesi senza terra. In questa mostra, curata da Chiara Bertola, la Hatoum ha materializzato l'infrangersi delle loro speranze in un’installazione che presenta una squallida e povera stanza. Ci sono pochissimi oggetti ma su ognuno si riconosce, scolpita, cucita, intagliata, tessuta, la mappa della Palestina, della patria che non c’è. E per ribadire che non resta neanche lo spazio del sogno, il letto è fatto di filo spinato. Laddove dovresti riposare o magari fare l'amore puoi soltanto ferirti. Conviene anche non avvicinarsi al mappamondo in cui linee e confini sono definiti da tubi al neon incandescenti. Si chiama Hot Spot, un cartello avvisa che è pericoloso toccarlo e in effetti ha l’aria tutt’altro che rassicurante: sembra sul punto di esplodere, infuoca la stanza con il suo calore. E freme.La guerra si nasconde dappertutto: ci sono palline colorate che sembrano quelle dell'albero di Natale e che invece sono granate, c’è una lanterna luminosa su cui si inseguono soldati, c’è una gigantesca collana che sembra un rosario da preghiera ma è fatto con palle di cannone. Nel mondo della Hatoum tutto è incerto, insicuro. Ciò che credi di conoscere nasconde una minaccia: gli oggetti da cucina, ammiccando al Surrealismo, si trasformano in armi, le perline luccicanti diventano ragnatele, tessiture che possono soltanto imprigionare. L’opera più bella si chiama Impenetrabile ed è una gabbia di fili di recinzione metallica sospesa tra la terra e il cielo. Toglie il fiato perché contiene la magia e il fascino seduttivo di un’opera esteticamente perfetta e l’orrore di tutti i fili spinati di cui abbiamo memoria.
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